Avengers: Infinity War di Anthony & Joe Russo

è giusto cercare di essere chiari, elementari e diretti come i fratelli russo: infinity war è l’apocalisse di un immaginario. in quanto tale vuole e deve essere vissuta come un paradosso: è al tempo stesso (1) parte di un organon eccedente, tassello di un mosaico il quale non si può fruire nelle singole parti senza tenere conto delle sue articolazioni passate e future (per non smarrirne il senso complessivo, teleologicamente orientato a un disegno composizionale) e (2) un cortocircuito significazionale – che annulla quanto trascorso e impedisce l’avvento di un nuovo “presente” inter-testuale. la sua funzione è sia mitica sia anti-mitica: si posiziona all’apice di un multiverso dominato da leggi e dinamiche proprie, come momento che non può né deve operare una cesura netta – come la puntata di un serial, che altro non fa che raccordare il tessuto di quanto già visto con quanto c’è ancora da vedere; al tempo stesso oblitera ciò che l’ha preceduto come annichilisce e si inabissa, solo e catastrofico, a essere la voragine in cui questi nuovi archetipi non possono che finire schiacciati (o per meglio dire dissolti). spiazzante allora la foga con cui infinity war deflagra, rifiutandosi di essere un mero raccordo, tutt’altro che placidamente teso a fare da prosecuzione e crocevia a mondi che hanno avuto la loro genesi altrove (in altri testi) e che qua si limitano a incrociarsi, mescolarsi e poi respingersi per schizzare verso nuove evoluzioni.*

quel che si crede che avvenga per la maggior parte del tempo è un semplice rimarcare elementi-cardine del franchise, una vera e propria somma di riti e tipizzazioni che ribadisce i confini, i limiti e le virtù del cosmo marvel – tra le altre cose fanno la loro comparsa con disinvoltura inaudita personaggi, poteri e spazi in una narrazione che si apre già in un divenire avviato e culminante: in questo senso il rimando all’archetipo mitologico è evidente fin dai primi minuti e, a livello semantico, ribadisce l’intrinseca natura seriale del lungometraggio. commedia, azione, ritmo, spassionata e gigionesca idiozia, atmosfera sorniona e derivativa – gli ingredienti del blockbuster supereroistico ci sono tutti e vengono ribaditi con fin troppa insistenza (nonché indubbia competenza). piegandosi ai dettami della spettacolarizzazione il film accomoda il pubblico di affezionati e sorprende quello dei neofiti: è un susseguirsi forsennato di trovate e vicende parallele più o meno secondarie che dipingono l’ascesa della nemesi di turno mentre tutto le ruota attorno vorticosamente, somigliando a un meccanismo a orologeria tremendamente tecnico e ben realizzato. fin qui si pensa che, pur portando i pochi punti di forza del cinema supereroistico a un livello di compiutezza formale che non si è visto di frequente, il film dei russo non possa offrire troppo altro.

sono i catastrofici fallimenti dei protagonisti a svelare man mano la vera faccia di infinity war fino al raggiungimento del suo apice conclusivo. la sensazione costantemente rinviata tra un piano d’azione e l’altro, tra una rivalsa e una nuova speranza, è quella di avere a che fare con un letterale tracollo della struttura canonica (epica) del racconto marvel: ciò esplode poi nell’ultima sequenza in un turbine iconoclasta che non spazza via soltanto la maggior parte dei personaggi principali dell’universo (eroi, simboli, icone di cosmi o microcosmi sagomali) ma intere sezioni di spazio-tempo a essi vincolate. la rimarcazione sprofonda nella gratuità del massacro: la struttura “minaccia – competenza – performanza” viene ribaltata, è il nemico a crescere e affrontare sempre nuove sfide fino al trionfo finale mentre agli eroi è lasciato il ruolo attanziale di oppositori, di carne da macello. ogni volta che uno degli avengers muore non sfuma soltanto la mole di eventi che ha vissuto o di relazioni che ha intessuto con gli altri, ma anche il bagaglio di storie che in potenza avrebbe potuto vivere da protagonista – e suddetto bagaglio è sia relazionale e narrativo (derivante cioè dal numero di personaggi o miti che circondano il supereroe in esame) sia spaziale o contestuale (derivante cioè dalla situazione che colloca il supereroe nell’insieme più ampio di rapporti che regolano il multiverso – a livello spaziale, estetico, topografico). la morte di un supereroe è anche l’immolazione di ogni suo testo in favore di una causa di maggiore peso: veder crollare un’icona significa partecipare all’annientamento di ogni enunciato in cui essa compare / è comparsa / è in grado di comparire in futuro. come fossero nient’altro che macchiette secondarie questi fantocci vengono spazzati via con una gratuità tale da ribadirne l’impotenza a un livello precedentemente inaudito: la nemesi è inarrestabile e le sue azioni annullano interi universi (testuali) – il crocevia che li ospita li vede spegnersi uno a uno, vittime dei fallimenti che ne sacrificano le storie. trasformando il protagonista in oppositore ed elevando la sfida a un titanismo fallimentare infinity war capovolge progressivamente la tensione mitopoietica della marvel – cosmi spazzati via, cosmi falliti e che falliscono, cosmi sconfitti: in ultima istanza cosmi minoritari, che in quanto tali cedono e svaniscono con una semplicità disarmante. non più mitopoiesi, bensì mitoclastìa.

in tutto ciò è thanos, come già accennato, a dominare ogni singola scena – quando compare con la propria presenza (estetica, narrativa ma anche emotiva) e quando invece non lo fa venendo costantemente tirato in ballo, come minaccia che attornia e soffoca la visione anche nel momento in cui non ne fa parte. il tentativo di dargli uno spessore è disperato: viene così legato a dinamiche familiari ed etiche quanto a un proprio codice d’onore ben preciso. non ci si trova però dinnanzi a miracoli di scrittura o a innovazioni che elevino il topos del villain fumettistico al di là dei suoi intrinseci limiti di ri-proposizione e ri-enunciazione cinematografica, bensì a un banale principio deterministico: sembra che thanos, nel suo incedere altro e inarrestabile, sia disposto a calpestare chiunque si pari sul suo cammino con la stessa determinazione con la quale sacrifica i suoi cari – accrescendosi, il suo potere lo trasforma in una divinità che non è più guidata da impulsi, rimorsi o brame ma che è più generalmente situata al di là del principio di volontà. una divinità cieca e indifferente che non può essere fermata. rileggiamo alla luce di ciò quanto scuote il multiverso marvel: disintegrato e sfigurato da una forza cieca e inarrestabile, che si è privata della propria umanità per trasformarsi in un idolo indifferente. thanos incarna il crossover nella sua prorompente e immotivata foga distruttrice: agisce perché deve, innescato all’alba dei tempi e destinato a scagliarsi oltre lo spazio – il suo unico scopo, a monte dell’ottusità contingenziale che lo lega alle azioni che compie, è quello di trasformare la roulette russa in un principio narrativo da cui siano in grado di scaturire nuovi mondi e nuove storie – o in cui, soprattutto, siano in grado di annullarsi mondi appena nati o che già hanno raggiunto la propria maturità.

impalati dinnanzi ad azioni sempre più roboanti gli spettatori vengono messi dinnanzi alla scena che, su tutte, eleva lo sterminio iconoclasta a totalità atmosferica: la musica tace, il racconto finisce e non resta che morire – una a una queste icone svaniscono, si dissolvono pietosamente a posteriori di una cosciente (e cocente) inutilità. la sequenza, che travalica lo spazio e allinea in prospettiva il tempo di più gruppi di eroi in contemporanea, è una delle più avvilenti che si siano mai viste in un franchise: in essa si vedono morire alcuni astri nascenti della marvel, dal giovanissimo spider-man (che qua sembra essere comparso con l’unica funzione di agnello sacrificale) al recente black panther, nonché una sterminata schiera di altri paladini più o meno rilevanti (su tutti stupisce l’annientamento quasi totale dei guardiani della galassia). si ha davvero l’impressione che, più che coraggiosamente, il multiverso di derivazione fumettistica abbia deciso di vaporizzare le proprie sagome principali. qui si torna allora all’assunto di partenza: in quanto segmento apocalittico infinity war è da viversi come un cortocircuito contraddittorio – è sia parte di uno sviluppo unitario eccedente sia, in sé stesso, un testo singolare e valido (leggibile, significante, arredato) di per sé. è in altre parole vero che a esso seguiranno con tutta probabilità trasformazioni e rimodellazioni del cosmo narrativo che implichino un riavvolgimento di una buona parte di questo sterminio e tali da far cadere la sua prepotente azione massacratrice in un nulla di fatto – ciononostante la sua forza e la sua violenza restano immutati, tanto da far sì che venga percepito e fruito come se non dovesse seguitare ulteriormente.

a prescindere dai prossimi episodi, il lascito di infinity war è ben chiaro: testimonia che al di là del mestiere e dell’artificio spettacolarizzante l’ecosistema narrativo della marvel può concepire anche la morte delle proprie creature. che esse, come i testi che formulano e in cui si evolvono, possono svanire da un momento all’altro – e in massa, e senza motivo. la gratuità di questa rivendicazione è quanto di più crudele si potesse immaginare di avere all’interno di una testualità simile – e non possiamo che esserne soddisfatti.

[★☆☆☆☆]


*: fondamentale rilevare come il crossover nel marvel cinematic universe abbia rinunciato del tutto alla propria natura “secondaria” e si sia invece configurato, e anche con sufficiente prepotenza, come sezionamento cruciale dello sviluppo di più racconti eterogenei. un film degli avengers non è più leggibile come incontro di più ottiche (centralizzate e monadiche) del tipo “avventura di supereroe x che si incontra con y e z per sconfiggere una nuova minaccia”. sono piuttosto i singoli episodi che mandano avanti le vicende dei supereroi quando non combattono fianco a fianco a essersi trasformati in “finestre” che innestano elementi nuovi, ne trasformano di vecchi e in generale fungono da “preparazione” alle adunanze decisive, da intervalli o da “pilota”. la polarità tra narrazione principale e crossover si è allora capovolta: lo “spin-off” si è trasformato nel momento principale del multiverso, adesso più vivo nei suoi raccordi che nei corpi celesti che lo costellano.

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