Retrospettiva: Alfred Hitchcock (4)

gli uccelli (1963) – [★★★★☆]

più che un horror che ruota attorno all’assalto inspiegabile e immotivato di stormi di volatili ai danni di una piccola comunità lacustre, gli uccelli è un poema dell’assurdo scomposto, asimmetrico, dilatato e discontinuo nelle tempistiche quanto oscuro, crudele nel suo abbattersi: una catastrofe immotivata eppure cosparsa di simboli, incomprensibile però spaventosamente chiara. così la commedia disimpegnata della prima metà viene terrorizzata, si trasforma in allucinazione, sprofonda nella fobia.

tutto ha inizio coll’inseguirsi dei due protagonisti: predatrice falsa e astuta lei, classico eterno bambino hitchcockiano lui – che vive a casa della madre, che non sembra intenzionato a legarsi sentimentalmente con nessuno e che si rende schivo malgrado il proprio interesse. i due prima si evitano e poi iniziano a conoscersi: ora sono rivali, ora sono spie, ora si provocano, ora si scoprono – la donna che entra nella vita dell’uomo lo fa seguendo tracce e decodificando indizi, interpretando testimonianze e raccogliendo frammenti di memorie: la sua figura, come quella di un canonico detective, si immette in un ambiente altro duplice in cui coincidono il lago (e il suo attraversamento: rigorosamente in barca) e la psiche maschile. in entrambi gli spazi la protagonista scava il proprio solco con una certa lucida determinazione. le sue provocazioni e i suoi intenti seguono i topoi della commedia romantica, abbandonandosi volentieri a parentesi nient’altro che comiche (vedi l’inserto cartoonesco dei due canarini durante il viaggio di andata): è vero d’altra parte che il mondo in cui la donna progressivamente si immerge inizia a venarsi di ambiguità fin da subito – il nome della sorellina dell’uomo, i vari volatili che saltuariamente si manifestano perturbando la serenità di queste visioni, le lacune irrisolte che affliggono numerosi personaggi secondari coi quali l’eroina si trova a parlare strada facendo. sono emergenze che increspano la superficie apparentemente incontaminata di una leggerezza giocosa, divertita, persa in un incanto che non tarda a svanire – a venir inghiottito dal lago. così oltrepassando lo specchio d’acqua, riuscendo finalmente a entrare nell’abitazione dell’amato assistiamo alla definitiva perdita d’omogeneità e di quiete dell’atmosfera costiera, preliminare ma evidente (e destinata a crescere esponenzialmente): l’attacco del gabbiano. il volatile ferisce la vittima, che si sporca di sangue e cerca riparo assieme al corteggiatore.

l’episodio, per il momento niente più che un buffo inconveniente che fa da pretesto per la scena immediatamente successiva, amplifica la propria portata man mano che il racconto si evolve: gli attacchi dei volatili non fanno che moltiplicarsi. abbiamo poi la cena sotto lo stesso tetto della suocera (durante la quale tutto si fa men che mangiare) che ravviva preoccupazioni e fobie – e i due avvicinandosi non fanno che aver paura l’una dell’altro. tutto il cosmo del lago cinge l’immaginario del maschio, lo attornia e vi si rivolge: dall’insegnante al locandiere, dalla madre ai negozianti. gli uccelli sembrano far parte del medesimo processo di specchiazione ambientale e sagomatica: così cercando di toccare con mano le zone d’ombra dell’amato la protagonista assiste impotente e terrorizzata all’esplosione di una forza mostruosa e incomprensibile, apparentemente naturale ma oscura, dirompente – i volatili si schiantano contro porte e finestre, attaccano e feriscono i bambini, si gettano sulla folla. presto quello del lago diventa uno spazio inabitabile: uscire di casa può rappresentare un problema. le sagome dei paesani, inizialmente riluttanti a riconoscere il problema, si trovano anch’esse vittime della calamità. a questo punto il tono del film si è già deformato da un po’, siamo passati dalla commedia romantica all’incubo psicanalitico. gli uccelli e la solitudine, gli uccelli e l’abbandono, gli uccelli e il contatto con l’altro (o la sua impossibilità): le letture che possiamo dare ai loro attacchi sono innumerevoli, sta di fatto ch’essi sono destinati ad abbattersi ancora, a ferire ancora (a uccidere – in questo caso forse occultando un trascorso emotivo traumatico) come ancora ad accecare (e allora la rapacità animale come annientamento dell’immagine, come sua cancellazione – il fuoco che investe il villaggio o i titoli di testa, profeticamente erosi dallo svolazzare delle bestie). la catastrofe che investe questa comunità / questa famiglia / questa coppia è impenetrabile quanto quella di cui (non) parlerà peter greenaway in le cadute, anch’esso ironicamente legato alla figura dei volatili. la voracità divoratrice degli uccelli massacra gli innocenti e i soli, martoria i malinconici e i sofferenti, infine cinge d’assedio i protagonisti asserragliati sotto lo stesso tetto.

qua la frontiera dell’incubo è spaventosamente vicina, si raccoglie attorno alle mura di uno spazio che viene abitato e presidiato al tempo stesso – un luogo isolato ai confini del mondo (spazialità che sarà poi archetipica nel cinema di carpenter) che è sia specchio delle interiorità dei sopravvissuti che lo occupano sia allegoria vagamente espressionista, baluardo di un’umanità messa alle strette dalle proprie fobie. gli uccelli cercano disperatamente di entrare, riuscendoci soltanto in un’anticamera dell’abitazione: qua assalgono la protagonista e la riducono in uno stato di shock. i pochi umani rimasti tra queste visioni sono vittime impotenti di un assedio irrinunciabile, sono gli ultimi sopravvissuti che vengono perseguitati da una forza tanto indomita quanto inspiegabile, apparentemente immotivata: cosa li minaccia? la manifestazione delle loro paure, delle loro solitudini? l’angoscia di un’apocalisse imminente, di perdere la vista? nel finale i nostri eroi escono in strada e abbandonano la casa, scomparendo in lontananza in un mondo che è ormai preda di stormi di uccelli. il quadro è forse uno dei più evocativi e oscuri mai affrescati da hitchcock: riaperta la porta ci si trova dinnanzi a un dipinto terrificante, a una realtà altra sprofondata nell’allucinazione – in cui sia i suoni sia i colori sono lunari, desertici, occulti, e in cui non c’è niente da fare se non darsi a una disperata fuga. così questo cinema ci racconta l’ennesima delle sue apocalissi: forse tra tutte la più indecifrabile ed efficace, la più inquietante. la sua struttura, discontinua e asimmetrica, lascia ch’essa venga vissuta e interpretata alla pari degli enigmi e delle ambiguità della prima parte: alla stregua cioè di uno tra i tanti perturbamenti che scuotono la veglia e la affondano progressivamente nell’immagine, nell’incubo – il più destabilizzante senza dubbio.

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