Your Name di Makoto Shinkai

dell’appropriazione del tempo abbiamo già sommariamente fatto menzione nell’articolo dedicato ad arrival di denis villeneuve. è qui opportuno riprendere quanto detto in precedenza e ampliarlo, al fine di capire appieno le implicazioni di questo film d’animazione, o per lo meno di provarci. brevemente, your name racconta l’improbabile storia d’amore di due ragazzi che vivono in due luoghi e in due tempi differenti, che si conoscono soltanto tramite un misterioso scambio di corpi che li proietta l’uno nei panni dell’altra. una storia di un’innegabile delicatezza, che inserisce in un contesto forzosamente realistico e ricco di dettagli (visivi, ma non solo) una preponderante dose di poesia (di nuovo, visiva ma non solo) fino a deformarlo e farlo sprofondare in uno strano e romantico misto fantascientifico. la forza di questa narrazione è il suo basarsi su un vuoto: spaziale e fisico dal momento in cui i protagonisti non possono mai incontrarsi, ma soprattutto temporale (e verrebbe da dire meta-fisico, perché non possono che vivere nella reciproca assenza, non solo corporea). il romanticismo spinto cui si approda nell’ultima parte del film, forse eccessivamente dilatata e ridondante, è proprio il frutto dell’impossibilità che i personaggi hanno di rapportarsi con questo vuoto, con questo cortocircuito, osteggiati non solo dal paradosso che si trovano a vivere ma anche e soprattutto dai suoi effetti sulla loro memoria, che gli impedisce di ricordarsi l’uno dell’altra (di qui il non poter ricordare “il tuo nome” che dà il titolo). man mano che va avanti, your name s’infoltisce di tutti i canoni del film-con-viaggio-nel-tempo: si arriva con una sorprendente semplicità a dover impedire una catastrofe certa avvenuta nel passato, con un intervento tempestivo che viene da una consapevolezza futura. inutile ribadire quanto questa struttura ricordi quella del già citato arrival, o ancora dell’interstellar di nolan, o ancora di tutta la folta schiera di film con tematiche simili, che partono dal presupposto del paradosso temporale oppure lo svelano col tempo, tuffandovisi dentro mentre danno le risposte ai numerosi interrogativi disseminati precedentemente: l’uomo supera le sue difficoltà grazie all’intervento di un sé futuro (sia esso in grado di farlo grazie agli alieni o grazie al progresso tecnologico, poco importa) che riesce a svincolarsi dai limiti spazio-temporali che lo inchiodano alle tre dimensioni canoniche. il collegamento immediato con lo sfondamento della barriera spazio-tempo è, banalmente, quello con la rinuncia alla corporalità – evidente in un altro film che riprende tematiche simili, se mi lasci ti cancello di gondry, in cui il protagonista fa a meno del proprio corpo ed entra in un altro-mondo tutto mentale. rinunciare alla propria corporalità è inevitabile quando si fa un salto in avanti o un salto indietro, ed è reso evidente dalla sequenza ambientata nella dimensione superiore di interstellar: non ci si può spostare da una sezione temporale all’altra mantenendo durante il processo la propria carne. questo in your name assume un peso ancor più evidente: i due protagonisti, fin da subito, sono staccati dal proprio corpo come presupposto della loro capacità di scambiarsi – e quindi come presupposto della loro capacità di travalicare spazio e tempo. raramente vediamo il ragazzo nei suoi panni e la ragazza nei suoi, più spesso ci scopriamo a confonderci nel non ricordare chi dei due sia dentro la figura che vediamo animarsi sullo schermo: la relazione che si crea tra i due passa quindi attraverso delle tracce, unico elemento alienabile della trascendenza spazio-temporale, che divengono dei messaggi scritti in giro a chi occuperà successivamente il corpo-ospite che li scrive o a promemoria appuntati sul cellulare. la traccia è un altro elemento ricorrente nei film con viaggi trans-dimensionali: sia essa un comportamento anomalo della forza di gravità, sia essa un linguaggio incomprensibile oppure ancora sia essa il pezzo di un ricordo. è solo tramite queste tracce che i protagonisti di your name riescono a comunicare, al di là ovviamente dell’immediato approccio empatico di trovarsi a vivere la vita di un’altra persona. i due si conoscono così: occupandosi reciprocamente i corpi e lasciandosi a vicenda tracce che testimonino una loro consapevolezza del processo in atto. il loro innamoramento nasce quindi proprio in virtù della trascendenza, non a monte di essa per poi in essa confluire e chiudersi. di qui uno degli esiti più interessanti di questo racconto: il vuoto al suo centro è virtuale perché di fatto formula delle possibilità inattuate, arrivando paradossalmente a possibilizzare lo stesso sentimento amoroso. i giovani protagonisti vivono un ambiente che cambia di continuo, in corpi che cambiano di continuo, strutturando la loro relazione in un cosmo che non ha punti di riferimento fissi e che non può essere riconciliante, che anzi si limita ad accumulare distanze e limiti: sono degli spettri bloccati in mondi che non possono incontrarsi, al più vivere in tracce effimere che travalicano per qualche istante i loro domini. in questo senso è indicativa la scena in cui i due riescono a trovarsi faccia a faccia per la prima volta, vertice emotivo del film: è la prima volta che si vedono reciprocamente e nei rispettivi corpi, la prima volta che sembra possibile un’attuazione della loro eterna virtualità. quando la magia finisce però vengono rigettati nei rispettivi spazio-tempi, e di nuovo non possono che cercarsi. la loro parabola, ignorando il superfluo e dilungato finale, è quella drammatica di un amore che parte dalla rinuncia ai suoi vincoli per librarsi poi in un’insospettabile impossibilità: l’umanità che si rende spettro si innamora, ma essendo spettro non può che vivere eternamente in un suo desiderio inappagato. e quindi si arriva a un altro elemento chiave dei film a tema: l’amore. inteso qui come altrove come una linea guida in grado di guidare il pioniere incerto alla volta di una via risolutiva al di là della sua linea temporale: in questa love story, l’amore è al centro del vuoto che separa i due fantasmi protagonisti – non può unirli, ma diviene una ricerca che non possono ignorare. ennesimo film “romantico” della post-modernità, your name aiuta a delineare la natura delle relazioni di un’umanità allo sbando, smarrita al di là della propria carne, alle prese con i principi di una propria trascendenza: la conquista dello spazio qua si rende un limite contraddittorio, che avvicina due persone che altrimenti non avrebbero mai potuto conoscersi e al tempo stesso le divide per sempre. è inutile divagare sul parallelo che questo apparato presenta col mondo delle relazioni virtuali in sé, piuttosto ci interessa quanto questa virtualità si renda ambigua, scagliando qualcosa che è ancora per poco definibile come “amore” verso lidi in cui non esistono più corpi né desideri, ma solo desideri di desideri e desideri di corpi: l’amore del vuoto, l’amore che si appropria dello spazio e del tempo, è quindi un amore spettrale. c’è, ma sembra non avere niente a che fare con noi. c’è ma esiste in sé, un po’ come se a suon di trascenderci fossimo stati in grado di generare qualcosa di trascendente. la domanda diviene allora: quanto questa entità trascendente è più-che-meramente-linguistica? quanto si è parlato di amore in interstellar? quanto lo si è fatto in arrival? quanto lo si è fatto qua, al di là della scritta su una mano (di una traccia)? i fantasmi provano amore, oppure rimpiangono soltanto la propria umanità? e quanto l’amore si distingue da questo rimpianto? quanto l’ha mai fatto prima d’ora?

quando your name finisce, abbandonandosi nella sua malinconia incantata e nella sua dolcezza, fa forse un passo indietro rispetto alle sue premesse: abbandona tutto nel dominio del sogno, vi rinuncia e cede a un romanticismo canonico, tendenzialmente banale. non ci interessa che cosa accade di qui in poi. la nostra storia l’abbiamo vista attraverso il filtro di un sogno, di un’immagine, di un’impossibilità. dal momento in cui il nome viene detto (e non ricordato, è opportuno sottolinearlo) il sogno si conclude, e inizia la vita. e questo, così come l’intervento catastrofico che scuote la protagonista, è un concetto ricorrente in una buona parte della filmografia giapponese tutta. più interessante per le sue implicazioni che per altro, il film di shinkai s’infoltisce così di un’ulteriore rivendicazione: quella che vede questa spettralità come un racconto affascinante, circoscritto e dolce, che rifiuta la propria destabilizzante disperazione e si rifugia piuttosto in una distensione quasi spirituale, la cui consapevolezza sta tutta nel sapere di essere destinata a finire, a morire, a strapparsi e a far iniziare qualcos’altro, qualcosa di vero. un vuoto tutt’altro che claustrofobico quindi quello di your name, che esiste come un al di là nel quale depositare la parte più importante di noi stessi: il nostro fascino per ciò che è fantasmico, forse, per ciò che quindi è in ultima istanza immaginale, visivo, nell’attesa che questa visione abbia una fine, che la catastrofe venga evitata e che s’inizi a vivere sul serio.

[★☆☆☆☆]

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2 thoughts on “Your Name di Makoto Shinkai

  1. Personalmente non apprezzo i film di quest’autore, mi irrita il suo cercare ad ogni costo di creare storie d’amore che debbano cristallizzata nell’immaginario collettivo. Non so dopo aver visto i suoi film sento un senso di vacuità, come se avessi assistito a una lunghissima pubblicità si dolce e gabbana. Penso ad esempio al suo cercare continuamente di imbellettare la quotidianità dei protagonisti di “belle” immagini, talmente tirate a lucido da sembrare che i personaggi cammino nell’eden; ma non solo sono pacchiane credo che il montaggio non riesca neanche a dar loro il giusto respiro. Non so un Miyazaki riesce a colpirti anche “inquadrando” una fontanella arrugginita o un muro pieno di calcinacci, e dà respiro a queste immagini, non sono semplicemente una carrellata di miele che deve accompagnare le azioni dei protagonisti, è come se avessero un’energia che trascende le vicende dei personaggi animandosi di vita propria.

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    1. Credo sia appropriato parlare del suo cinema come di un videoclip animato, nel senso in cui si è soliti tirare in ballo i videoclip quando si parla di postmodernità… i problemi sono gli stessi: poca persistenza, estetica forzata ed effimera, senso di vacuità. ho evitato di soffermarmi sui problemi di questa visività per il rischio di essere ridondante: sono gli stessi di gran parte dei film che si vedono in giro oggi. sono d’accordo sul paragone con miyazaki, anche se non sono un grande fan dei suoi film. è però la stessa sensazione che si avverte (quella trascendente di cui parli) per esempio nei lavori di oshi.

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