The War – il Pianeta delle Scimmie di Matt Reeves

a tre anni di distanza dal gradevole apes revolution reeves torna col suo strenuo tentativo di rendere lirica, epica ed esteticamente affascinante la sua serie reboot a tema pianeta delle scimmie. la lotta di questo cinema è quella per l’auto-affermazione, un po’ come quella dei primati che ha come protagonisti: la sua parabola è simile a quella del warcraft di duncan jones (ne ho parlato in un video, chi se la sente provi), analogamente al quale si slancia verso un tipo di blockbuster inquadrato, riconoscibile fino all’orlo dello stereotipo eppure in un certo modo “originale”, disorientante, stilisticamente compiuto e narrativamente valido. tra contrappunti musicali costanti e talvolta fuori-luogo (spaventosamente simili quando si tratta di sottolineare azioni di poco conto a quelli di un film disney), una visività che si barcamena tra l’evocativo di alcune visioni naturalistiche o di alcune riprese di campi di battaglia e il fotorealismo dei primi-piani delle creature animate in computer grafica, trovate registiche ben gradite tra piani-sequenza e vedute aeree e quant’altro, il carrozzone bellico di reeves regge piuttosto bene per la prima metà e poi crolla miseramente sulla lunga distanza. anche questa tenuta “a esaurimento” è qualcosa di già visto: lo skull island di vogt-roberts, analogamente a questo, è un episodio che sulle prime si agita forsennatamente alla ricerca dello stupore e dell’impatto (emotivo, grafico, visivo) e che invece a lungo andare si stanca, si adagia su una banalità resa norma, si esaurisce quasi rinnegando i suoi stessi presupposti disseminati nell’arco dell’apertura. nel caso di cui si parla qui, l’ultima trovata affascinante è una carrellata orizzontale che introduce il protagonista nella prigione in cui si ambienterà tutta la seconda parte del film: un colpo di coda che segna l’ingresso in un girone infernale sia narrativo sia estetico, un calvario stantio di mediocrità e inconcludenza. ma andiamo per gradi, dato che essere ordinati quando si ha a che fare con un cinema così forzosamente logico e lineare è quantomeno dovuto.

la storia si apre in uno scenario di guerra aperta: da una parte il buon cesare e il suo esercito di scimmie non vogliono altro che essere lasciati in pace, dall’altro un misterioso colonnello dà loro la caccia. l’incipit è un’azione militare in pieno stile dramma-bellico-sul-vietnam: colori accesi ma contorni pastellati, lenti movimenti di camera, uno sguardo aereo che percorre il campo di battaglia. di qui una struttura estetica ben precisa che si basa sulle masse più che sul singolo individuo: la post-umanità scimmiesca viene spesso colta da punti di vista macroscopici, si configura come un gruppo indistinto di sagome che compone e attraversa una statuaria unità spazio-temporale. la corporalità dei primati è sostitutiva di quella umana, ma la loro presenza è tutt’altro che totalizzante e non assume il centro della scena né schiaccia il resto ai suoi margini: sono un flusso che non si formula a partire da singolarità e che pertanto non può sembrare sociale, che piuttosto esonda nella propria organicità con l’ambiente che lo circonda. è la presenza del linguaggio a risultare straniante (e la linguistica straniante ricorda l’effetto ambiguo di warcraft, appunto): questi flussi di scimmie avrebbero un’identità ben più forte se fossero privi della continua presenza di sottotitoli o di vocaboli umani. già da queste prime fasi si ha ben chiara quindi la natura di questa post-umanità: non un’entità a posteriori, bensì un’umanità privata di sé stessa, slanciata sia oltre sia a monte della sua emancipazione. queste masse sono fatte di pseudo-umani: figli della tecnica e della natura al tempo stesso, riflesso di intenzioni che si sono sfogate su qualcosa di già presente e l’hanno trasceso, specchiandovisi. non è casuale il riferimento a kong che vediamo serpeggiare qua e là tra i cattivi: la scimmia è sia involuzione sia evoluzione dell’essere umano, un limite delle sue possibilità conoscitive (che diviene immediatamente un limite delle sue possibilità di sopravvivenza). in quanto tale, essa è straniante prima di tutto in quanto specie: prima di addentrarsi nella psiche dei suoi protagonisti reeves si sofferma volentieri a cogliere la totalità del loro mondo e dei loro movimenti, per lo più globali. similmente a quanto visto tra le file degli orchi di vogt-roberts l’immagine del diverso è una sintesi tra quanto c’è di familiare (antropologicamente parlando) e di estraneo, dove il primo ambito è ricoperto da costumi e linguaggio e il secondo si limita più che altro a fattori estetici: l’essere umano rinuncia a sé stesso, ma l’umanità non svanisce affatto – e infatti senza i primati il film potrebbe basarsi sulla sfida tra due fazioni contrapposte. è quindi in prima istanza ambiguo il delinearsi di queste visioni in cui l’uomo è assente ma persistente, anzi totalizzante, se non nella sua fisicità per lo meno nel suo insistente specchiarsi in ciò che altro non sembra che una sua rappresentazione. la post-umanità de il pianeta delle scimmie è un’umanità travestita. lo si capisce sempre più man mano che lo sguardo si chiude sui suoi interpreti principali: rinunciando alle grandi masse e basandosi su trame di vendetta e di accettazione, il dramma bellico s’incentra su una cattività sempre più al limite, che ripercorre l’avvio dell’epopea di cesare e sei suoi compagni ma spostandolo in un contesto esplicitamente apocalittico. da una parte la figura del colonnello esemplifica una psiche sull’orlo del baratro dell’estinzione, dall’altra la ferinità delle bestie sgomita per affermare un sentimento di libertà e indipendenza, contrapposto all’arroganza dei suoi aguzzini per sua stessa natura. tra parentesi comiche e abusatissimi topoi del protagonista-prigioniero-e-torturato, il racconto raggiunge il suo culmine finale e il suo scioglimento con una guerra tra uomini e la fuga dei nostri eroi. la presunzione di questo film è evidente: non riesce a concepire un’alterità che non sia l’emanazione di qualcosa di familiare, eppure ciò che è familiare è destinato al collasso. è lo stesso processo che si è già visto in avatar: il pioniere si scontra con qualcosa che gli somiglia ma che lo sovrasta, contro il quale non può vincere. l’umanità viene condannata alla fine, ma sopravvive altrove qualcosa che intimamente la riecheggia, che è una sua gemmazione iconografica: nella tribù di cesare in questo senso sopravvivono i buoni sentimenti di una civiltà che non le appartiene e che non può appartenerle affatto. alla radice di questo cinema c’è quindi il rapporto tra persone e immagini: la progressiva obliterazione del genere umano si accompagna alla sopravvivenza di ciò ch’è una sua esemplificazione, una sua visione riflessa. questi spettri digitali (siano essi scimmie o na’vi, orchi o quant’altro) sono una post-umanità che prosegue un cammino arrestato dall’avvento dell’apocalisse: non potendo più vivere, l’uomo scompare nelle sue immagini. e non è un caso che sotto queste maschere grafiche ci siano attori in carne ed ossa, quasi a fare il verso a ciò che queste figure rappresentano ed esemplificano. è una preponderanza antropologica, che antropologizza queste icone quasi a suggerire: “non c’è niente di meno che umano là fuori”. è il grido disperato d’un cosmo convinto di poter sopravvivere nei propri racconti. del resto questo parte dalla convinzione dell’imminenza di una catastrofe, che qua assume le sembianze sia di una mutazione del virus sia del crollo di una barriera. la centralità figurativa delle mura difensive (di cui si parla fin troppo bene qui) in quanto baluardo sociale, civile, politico, antropocentrico viene spazzata via in una deflagrazione. il collasso degli ultimi sprazzi d’umanità parte proprio dalla distruzione della muraglia del colonnello: come dire che al di là della guerra, al di là dell’attacco e della difesa, al di là della caduta dell’istituzione di un limite, l’uomo si trascende e s’involve – e continua a vivere in una pura forma di sé, nella pura resilienza del visuale / del digitale / del racconto / della natura – la scimmia quindi, o l’alieno, o l’orco. l’altro, l’apparentemente altro, come prosecuzione del sé.

per quanto interpreti una tendenza che vale la pena leggere e analizzare, il film di reeves si accomoda troppo volentieri su frequenze medio-basse e in definitiva risulta troppo dimenticabile, troppo trascurabile e troppo effimero nonostante le sue qualità.

[☆☆☆☆☆]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...