Fuoco Cammina con Me di David Lynch

[l’articolo segue il discorso iniziato nella retrospettiva dedicata a twin peaks, che pertanto siete invitati a leggere qualora non l’aveste fatto e voleste piuttosto leggere questo, per avere un quadro più completo.]

“through the darkness of future past”

parlare di universi estesi dal punto di vista critico rappresenta sempre un problema, problema che cresce esponenzialmente nella stazza quando l’estensione arriva a essere trans-mediale, rischiando di condurre a veri e propri corto-circuiti dialogico/retorici. è questo il caso di fuoco cammina con me, film che di per sé proprio non può stare in piedi e che d’altronde si staglia contro il mondo narrativo che lo precede (e che a sua volta precede, ma questo lo vediamo dopo) con tale forza e singolarità da non poter proprio essere concepito come protesi cinematografica di un prodotto televisivo, che al tempo stesso rimanda a una serie di contenuti tagliati ed esclusi, contingenziali o secondari (quale per esempio il diario di laura palmer, libro scritto da jennifer lynch) – che, per quanto possa risultare sgradevole, s’iscrive in una serie di ragionamenti così ampia e scomposta da partire dalla concezione di universo seriale esteso alla diatriba su presunte legittimazioni canoniche. serie che qua ci impegniamo a citare ma che ci sforziamo di lasciare da parte per non divagare troppo, e che circoscriviamo a una “semplice” criticità che prende la forma di: fuoco cammina con me, come film, non fa che rimandare a un immaginario di base televisivo; mentre si pone pertanto in continuità con una narrazione che si sviluppa altrove e in altri modi si configura però come momento singolo, eminentemente ‘cinematografico’ verrebbe da dire. alle prese con un prodotto che nasce da un simile tipo di contaminazione è opportuno dilungarsi in qualche specifica preliminare: sarebbe improduttivo sia estrarre fuoco cammina con me dall’universo narrativo di twin peaks sia inserirvelo dentro completamente. riteniamo opportuno considerarlo come un episodio sintetico, liminale, che si situa al confine tra un medium e l’altro (e tra la serialità e la singolarità) solo per essere in grado di scrutarli entrambi. per quanto il suo significato non si esaurisca all’interno del cinema, per quanto il suo senso sia frammentato in una globalità fittizia sparpagliata in più segmenti, proviamo qua di seguito ad analizzarlo mantenendoci nella sua stessa sincresi, nella speranza di rendere giustizia alla sua contraddittoria audacia o di evidenziare al nostro meglio la sua velleitaria vacuità.

11. meta-testo e sincresi: la televisione, il fuoco, la loggia
al centro di fuoco cammina con me coesistono tre spazialità apparentemente alternative: quella dello schermo televisivo, quella del fuoco e quella della loggia nera (in ogni sua forma). sono tre realtà che si presentano spesso nello stesso macro-cosmo del sogno, dell’incubo o della visione, che subentrano alla regolarità del tessuto visivo come parti di uno stesso movimento rivelatorio, di una stessa deteriorazione. e allora nel momento in cui lo spettacolo televisivo viene interrotto da un guasto e lo schermo proietta un mare di pixel indistinto l’oscurità della loggia prende campo e con essa le sue simbologie terrificanti – le sue fiamme. la parabola di laura palmer in questo lungometraggio si fa innanzi tutto meta-testuale: chiude nel cinema (perché altrove questa chiusura non ha potuto aver luogo, né avrebbe mai potuto) una riflessione che si carica di un valore critico, che demolisce la sacralità del sogno televisivo e si dedica piuttosto a una destabilizzazione metodica, feroce e iconoclasta. lo spazio della loggia come dominio di una simbologia spaventosa coincide allora con un luogo in cui narrativa e ritmica del racconto televisivo vengono a mancare (in cui appunto lo schermo si rompe e lo show si guasta bruscamente); analogamente, la fiamma che arde arriva a ricoprire un ruolo ancora più estremo, ancora più al limite (e non a caso a volte la vediamo sullo sfondo del blu del televisore guasto – della rosa): quello omicida e demoniaco della morte di qualsiasi visione, della fuoriuscita dal dominio del percepibile. l’incontro di queste realtà formula un nucleo di riflessione acido e spietato, che si volta a speculare su ciò che l’ha preceduto con la stessa foga con cui si sofferma a sputargli sopra e scavare sempre più a fondo davanti a sé. è una sincresi d’incubi all’interno di un incubo: la morte del racconto (la loggia), la morte del mezzo del racconto (la televisione), la morte dell’immagine (il fuoco) – il risultato è un film discontinuo, divagante, allucinato, crudele soprattutto nei confronti di chi vi si approccia con aspettative maturate durante il corso della serie che l’ha preceduto. è una dichiarazione d’intenti ben precisa: il medium televisivo è liquidato, la sua canonicità schivata, la sua ritmica ripudiata, la sua estetica distorta, la sua iconografia violentata, tutto ciò che soffre a monte dell’immagine televisiva (incarnata dalla soap che giace sulla superficie di un mondo grottesco e ambiguo) esplode fragorosamente, e quel che si rovescia sullo schermo è un tour de force puramente cinematografico, anarcoide, immaginale nel suo abbandonarsi sistematico a (non-)leggi che esulano dal dominio d’esponibilità palinsestuale. dal punto di vista narrativo (e quindi non più meta-filmico e globale) il discorso sul fuoco e sulla loggia (e quindi sulla televisione) si specchia nella figura-cardine di laura. in una delle immagini-chiave del film la vediamo sul palcoscenico tra i drappeggi rossi, illuminata del bagliore della televisione e circondata dalla luce delle fiamme: una visione tanto esemplificativa quanto veemente, soprattutto dal momento in cui la povera ragazza inizia a ridere e piangere. quel che si grida a squarciagola, qua, è che il twin peaks che abbiamo conosciuto è finito per sempre e che forse non è mai esistito, e che questa violenza orgiastica è sempre stata al di sotto della sua superficie. è opportuno però vedere come questo si apre e si chiude nell’immagine della protagonista, giacché di meta-testualità si è parlato anche troppo.

12. implosioni ed esplosioni di un’icona
durante le prime due stagioni della serie il mondo da sogno di twin peaks ha mostrato il fianco in più modi (uno spaziale, uno temporale e un altro linguistico): da una parte cedendo il passo a estetiche deliranti, dall’altro perdendosi in dilatazioni stranianti, nel connubio tra le due cedendo a un racconto discontinuo e irreale, infine discrepando quanto detto da quanto fosse possibile vedere. se c’è una cosa che fuoco cammina con me chiarisce una volta per tutte è la necessità della forza della visione: mentre durante la serie temi come l’abuso di droghe, la prostituzione minorile e l’incesto erano parentesi dialogiche (linguistiche appunto) che non riuscivano in alcun modo a imporsi sull’immaginario sognante costruito dalla spazio-temporalità della cittadina e delle sue sagome, in questo film viene reclamata a gran voce una loro morbosa centralità. indicativa è la natura di prequel della pellicola: il fatto è che tutto quello cui assistiamo, nel suo squallore e nella sua meschinità e nella sua aberrazione, ha preceduto gli eventi cotonati e televisivi (appunto) della serie – l’incubo preesiste il sogno, anzi lo destabilizza, anzi lo smonta, non solo twin peaks non è più come una volta, ma non è mai stata come ci è stato mostrato. il “futuro passato” di cui si fa più volte menzione è a questo punto un paradosso: queste immagini hanno rinunciato alla loro parossistica convenzionalità proprio nel momento in cui sono (a livello diegetico) tornate indietro. l’esempio di laura è quindi determinante. l’illustra assente che ha sparso i suoi talismani e la sua spiritica presenza per ogni anfratto di ogni episodio, circondandosi d’una santità simulacrale e di una ritualità ossequiosa, qua ci viene mostrata in tutta la sua deteriorata carnalità. la vediamo prima esibire i seni in un macabro ballo all’interno di un night club, dunque venir posseduta dal padre, infine dimenarsi volgarmente sul letto nel tentativo di articolare parole sensate nonostante l’uso di droga. la sua è un’icona demistificata, insozzata, ricoperta di sporcizia e morbosità: la vera natura di ciò che ha preceduto il farsi-immagine (il farsi-televisione) della protagonista è caotica, affascinante quanto disgustosa proprio nel momento in cui viene ripulita dal suo alone di mistero puramente linguistico – la droga, il sesso e il sangue sono immagini questa volta, esplodono al centro di queste visioni e s’impongono all’attenzione di chi guarda con inaudita efficacia. quando infine giace all’interno della loggia nera, laura osserva una sua copia angelica spiccare il volo. lei resterà per sempre bloccata all’interno del luogo demoniaco, l’altra probabilmente arriverà a saturare i quadretti di mezza twin peaks, a ricolmare di lacrime romantiche tutti quelli che la conoscevano, a presenziare sulla copertina di cofanetti e libri dedicati alla sua storia. la sua icona prima implosa (linguisticamente) qua finalmente deflagra, infine (e di nuovo il doppio simbolico di lynch) si scinde in due. l’angelo segue il dominio del sogno e decolla per non fare più ritorno, nell’eclissi del mezzo televisivo invece il demone resta a ridere e piangersi addosso, mentre il film finisce.

13. conclusioni, ovvero di nuovo sull’estensione
partendo dal presupposto che fuoco cammina con me non custodisca in sé un senso segreto indipendente da ciò che l’ha preceduto, è presto detta la sua natura fondamentalmente critica: è un gesto spregevole che ritorce un immaginario contro sé stesso, che lo inquina e lo lascia a marcire. la fine della twin peaks da sogno a ben vedere non poteva essere più demoniaca di così: non solo si è deteriorata a livello narrativo, ma è implosa a partire dai suoi stessi presupposti. non mancheranno i balli disperati di leland né il sorriso onesto di cooper, non solo almeno: più che altro è svanito per sempre quell’ironico e sognante mistero, con le sue divagazioni e le sue secondarietà, con la sua atmosfera opaca e sospesa e i suoi ossessivi mantra musicali. il male l’ha demolito, ed è un male che in un certo senso quella stessa sospensione ha sempre covato (o tenuto nascosto, escluso) – non è un caso che l’abbia demolito a posteriori e a priori nel medesimo istante, a monte e a valle dei suoi sviluppi centrali. il film di lynch suona come una rivendicazione proprio nel portare questa demolizione all’esterno del medium televisivo, sia tecnicamente sia metodologicamente; non sembra però che questo riaffermi una priorità o superiorità del mezzo cinematografico, piuttosto che chiarisca un principio radicale e radicalmente importante: per quanto un universo possa estendersi tra più poli narrativi (o meglio esperienziali) ognuno mantiene la propria forza e le proprie criticità. in questo caso, televisione e cinema sono due ambienti che differiscono completamente, due domini che si agitano nell’affermazione e formulazione d’una realtà comune. ancora una volta ci piace chiudere l’articolo con un riferimento al futuro di questo cosmo, dicendo quindi che non resta che vedere come questa formulazione tornerà a chiudersi nel medium televisivo dal momento in cui esso si è così evoluto nel corso degli anni, nel corso della terza stagione della serie.

[★★☆☆☆]

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