King Arthur di Guy Ritchie

ritchie ormai ci ha abituati a una poetica ben riconoscibile: scanzonata, buffonesca, tesa a scriversi quanto a rileggersi e a giocare col suo farsi-racconto di continuo, a depistare e a sorprendere grazie a sequenze spudoratamente provocatorie alternate invece a sezioni più lineari, più semplici e in cui la narrazione incontra una dimensione più banale confortante, più aperta al pubblico che va in cerca di un prodotto accomodante e confortevole. per quanto i presupposti di questo king arthur potessero fletterlo verso un respiro più epico, il buon ritchie piega la materia di riferimento ai suoi stilemi – e la rende quindi sincopata, divertente, ironica e frammentaria, cadendo solo a volte nella seriosità cavalleresca senza che il protagonista o chi (o cosa) per lui increspi l’atmosfera con qualche uscita gigionesca o simili. siamo così alle prese con un carrozzone senza dubbio leggero e derivativo, in cui l’impianto visivo prende il controllo sporadicamente (e per lo più ambientalmente, a fare da cornice soprattutto nelle fasi introduttive del film) e tutto cede il passo alla fresca rapidità del racconto, alle sue svolte inaspettate e alle sue continue rielaborazioni, ai suoi repentini sviluppi e infine alle sue battaglie e rappresaglie, talvolta sorprendentemente simili a un guardie-e-ladri decontestualizzato e inserito in un mondo di spade e frecce. per quanto il ritmo funzioni e per quanto ci si sforzi di rimanervi incollati l’intreccio principale crolla volentieri sotto il peso della sua sostanziale vacuità: la rilettura delle vicende di artù & co. è vista e rivista nonostante tutti gli elementi di cui tenda a infarcirsi, la danza archetipica è talmente familiare da non richiedere alcuno sforzo di riconoscimento, i nodi narrativi si adagiano spudoratamente sulla loro secondarietà e così via. senza il piglio personale di ritchie e il suo taglio straniante (i protagonisti sembrano spesso una gang criminale radunata attorno a un tavolo per discutere di come siano andati determinati e intricati eventi) questo king arthur sarebbe privo di qualsiasi attrattiva. col suo fare ludico e il suo tono sincretico, tutto sommato il film riesce a stampare qualche sorriso ebete sulla faccia e a giustificare il prezzo di una porzione media di pop-corn e di una serata all’insegna del disimpegno in compagnia di chissà chi.

dato che di sincretismo ci interessiamo e che delle multisale non ci curiamo affatto, però, è opportuno scendere un po’ nel dettaglio e chiarire cosa accade in questo cinema – dal momento in cui per quanto trascurabile o effimero, innegabilmente esso ospita qualcosa: un gioco di riferimenti e rimandi, di contaminazioni, di echi, che chiarisce immediatamente il suo universo di riferimento – non tanto quello cinematografico, quanto piuttosto quello videoludico. il pubblico di king arthur (intendiamo qua con ‘pubblico’ il riferimento ideale, enciclopedicamente parlando, cui si rivolgono le catene sintattiche di cui queste immagini abbondano – che bal ci perdoni) non è immediatamente cinematografico, è prima di tutto un pubblico generalista e generalizzato, inserito in un cosmo estetico intermediale che viene influenzato in prima istanza da fascinazioni modaiole di stampo ludico: dai panorami rovinosi e troneggianti à la dark souls alle costruzioni capillari e storiche di assassin’s creed, dagli inserti esotici alle battaglie epiche immerse in pallidi massacri lirici, dalle boss fight agli animali giganti e alle armi intarsiate con numerose rune (che usate a due mani sprigionano un grande potere magico) dalle stregonerie ai villain (in particolare il cattivo – indicativamente sfidato in un’arena fuori dal tempo e dallo spazio – somiglia spaventosamente a quello di the witcher 3). l’estetica di ritchie è contaminata, i suoi influssi discendono direttamente dalla rete: il suo interesse per i videogiochi è testimoniato anche e soprattutto dalle numerose trovate registiche (sezioni in semi-soggettiva, voli d’aquila, scontri armati al rallentatore) – la visione del film non è costellata di riferimenti cinematografici, piuttosto di richiami e indizi culturali di natura e provenienza miste. king arthur è un blockbuster che si riferisce a un mondo complicato e frammentato, che si estingue a partire dallo stesso e getta altrove il suo sguardo: questo cinema non è soltanto cinema, ma comunica in modo dinamico con un apparato meta-testuale più che mai poroso, che ri-media e ripropone di continuo. ciò a cui si assiste è simile a quanto già visto in mine di guaglione e resinaro (che non a caso aveva stampato sui titoli di testa il marchio gamestop): una sintesi forsennata che attinge da una vasta gamma di mondi a sé stanti senza riuscire a discriminarne le caratteristiche, che infine approda a una sublimazione della banalità, qua più evidente (e, negativamente, ingombrante) che mai. il mito dell’eroe che inizialmente rifiuta le sue responsabilità (con tanto di frasi fatte come “non è la mia guerra”) e infine abbraccia l’eredità del dono che lo distingue dagli altri (qua incorporato dalla figura della spada) per ‘aprire gli occhi’ sulla realtà che lo circonda e sconfiggere il nemico che gli si para davanti e che vuole eliminarlo viene qui riproposto con una sicurezza del tutto particolare, smaliziata fino alla parodia. l’archetipo della rivelazione (l’estrazione della spada) arriva a essere più cartesiano che mai: questo racconto si insegue di continuo, la sua banalità è una banalità-di-banalità, è puramente figurativa, è anch’essa contaminata.

in definitiva, benché non si possa dire che questo king arthur sia un buon film (cosa che invece poteva accadere per mine) si può certo restare coinvolti nell’attualità dei suoi giochi e nella disinvolta leggerezza delle loro regole, nella disperata ma speranzosa attesa che anche questo cinema trovi la sua strada al di là di questo germinale stadio di costituzione, e che arrivi quindi a regalarci qualcosa di ben più significativo di quanto visto qui.

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