T2: Trainspotting di Danny Boyle

t2 si apre come una finestra sul proprio passato, col fare della rimpatriata o della nostalgica e commossa immersione in una catarsi che non ha più nulla di catartico, che anzi giace soltanto spompata e tirata a lucido all’ombra dei suoi anni perduti. un danny boyle maturo ma smarrito gestisce un racconto maturo, ma smarrito, incapace di trasformare il suo fondante senso d’incompiutezza in materia auto-consapevole, piuttosto risentendo soltanto di uno sbando a malapena comprensibile. e non solo in sé, in quanto sbando, piuttosto a monte del suo esserci: ci si chiede, al netto d’ogni superflua riflessione sulla natura di trasposizioni e serialità, perché questo t2 è qui, dopo tutto questo tempo, dopo tutti questi anni, dopo tutte queste trasformazioni – cosa ci fa qui? come può distinguersi, come può giustificarsi, dove trova la forza di svolgersi e di portarsi a termine, perché la trova? le risposte a questi interrogativi sono all’interno degli stessi, all’interno di quella maturità e di quello smarrimento, ora come un tempo, eppure a differenza di quanto è accaduto per il primo episodio adesso ci si chiede se queste bastino, o possano ancora bastare.

il buon mark torna dagli amici che ha tradito quindi, e questo riapre le danze. tra volontà vendicative, vecchi rancori, affetti sopiti ma pronti a rinascere nella nicchia di una comune disperazione e nuove avventurose imprese (furti, ricatti, su tutto l’apertura di un night club) i protagonisti del passato si incontrano e scontrano di nuovo, imbolsiti e meno sporchi di prima, forse trasformati dal tempo come si è trasformata la filigrana di queste immagini, come si sono modificate del resto le loro pretese e le loro trovate. le loro crescite sono state infruttuose e i loro tentativi d’emancipazione sono miseramente falliti: alcuni non si sono disintossicati, altri non hanno messo la testa al posto, altri ancora non sono riusciti a rimanere a galla nella vita borghese che avevano disperatamente ricercato. non è la disperazione a unirli di nuovo (e forse nulla riesce affatto a unirli, ora come allora) ma è la disillusione. l’orizzonte di questo seguito è radicalmente trasformato rispetto a quello di trainspotting, vede un panorama non più disastroso e disastrato in cui qualsiasi via di fuga è impossibile, non si agita più in un’angoscia senza ritorno né via d’uscita, piuttosto ha rinunciato a quella stessa disperazione. il suo divertimento non è orgiastico, non è nichilista, non si dimena in un caleidoscopio di colori alla disperata ricerca di uno svenimento indemoniato che blocchi anche solo per un istante la giostra, anzi si abbandona a quello stesso andirivieni di stupidità grottesche, venato da una malinconia che si rivolge più al tempo passato che alla condizione attuale: mentre il primo film era atrocemente sporco, penoso, meschino e patetico questo è cresciuto fino a raggiungere una sua tranquillità, fino a trovare un senso al suo squallore – e in quella densità significante a esorcizzarlo. eccezion fatta per la scena in cui spud si riempie la faccia di vomito nel tentativo di suicidarsi, t2 va a basarsi su un’estetica e un cosmo narrativo che, pur nella loro saltuaria esasperazione, non cede mai all’abisso apocalittico e disperato del suo predecessore, che tutt’al più intravede con fare commosso, idealizzandolo nella sua negatività e conservandone all’interno del suo presente la fondativa assenza di direzioni e prospettive. questo cinema esiste così, tra un virtuosismo e l’altro (è più zeppo di trovate e prospettive ardite del precedente, nonostante quello le inserisse nella diegetica grazie all’espediente della droga – qua quasi completamente assente), all’ombra delle sue agitazioni giovanili e incapace di farne completamente a meno, arresosi in un certo senso a una postmodernità che adesso lo inghiotte e che prima invece lo scuoteva lasciandolo nella propria claustrofobica provincialità. segni di questa fagocitazione sono non solo la vasta gamma di citazioni presenti nel tessuto visivo, ma anche e soprattutto le crescenti attenzioni che il testo sviluppa nei confronti dei micro-testi di cui ospita la nascita: in questo senso tutta la parentesi riguardante le memorie di spud suona più come un consapevole e rammaricato rifugio in una terra di nessuno fatta di memorie e vecchie glorie che come un semplice espediente narrativo – boyle recupera il ricordo dei suoi racconti come questo cinema le tracce del suo passato, che altro non fa che rimpiangere.

come ai vecchi tempi, il film si divide in due parti: la prima è una serie di episodi divagante e divertente, la seconda uno sfogo di-genere rischioso e fuori-luogo, questa volta teso al regolamento di conti tra begbie e il povero mark. inutile dire che mentre la prima pur nei suoi limiti funziona piuttosto bene la seconda sprofonda in una parentesi superflua e insensata, che si chiude per giunta in una specie di action demenziale. quando le danze finiscono (e il finale più o meno funziona nonostante il colpo incassato nei precedenti venti minuti) la domanda si riafferma con maggior fragore: perché t2 esiste? è una specie di rimpatriata tra amici che non solo non vogliono essere qui ora, ma che probabilmente si sono resi conto di non aver mai voluto essere l’uno al fianco dell’altro, i cui fallimenti sono il costante motivo dell’abbandonarsi a dipendenze più o meno distruttive. risente della pesantezza di ogni rimpatriata, costretta a recuperare vecchie icone pur di trovare la forza di andare avanti (il riadattamento del monologo finale è velleitario e inutile, le numerosissime citazioni alle vecchie scene sono ridondanti e superflue) eppure incapace di trovarsi un senso, di esistere di per sé: è una postilla, un’ambigua protesi di cui era impossibile sentire il bisogno e di cui ora, a conti fatti, è difficile sentire la necessità. se prima l’abbandono più o meno consapevole al divertimento sfrenato, sporco e macabro si risolveva nell’ambigua e disperata danza di spettri dilaniati da un dolore troppo grande per esprimersi, adesso quest’abbandono è solo scanzonato, solo divertente, non lascia spazio a nulla. in un certo senso si è evoluto, in fin dei conti così facendo si è indebolito.

[★☆☆☆☆]

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