Burn After Reading di Joel e Ethan Coen

la commedia a tema spionistico dei coen rimarca sostanzialmente le loro (ormai canoniche) posizioni narrative e concettuali: è un racconto privo di un fulcro strutturale che si basa su una serie di fraintendimenti e di errori, che vede un gruppo di completi idioti arrovellarsi ognuno con le proprie fisime e inettitudini alla disperata ricerca di un tornaconto, finendo inevitabilmente per causare una catena incomprensibile e contorta di disgrazie. a fare da innesco alla disastrosa cascata è questa volta il ritrovamento da parte degli imbecilli di turno di un dischetto contenente una parte delle memorie di un analista della cia, per giunta privo di informazioni rilevanti. i poveri sciagurati cercheranno disperatamente di ottenere qualche soldo ricattando l’agente, gettandosi in una malcapitata serie di incomprensioni che ben presto scompenseranno tragicamente i rapporti causa-effetto in gioco. su tutto e tutti veglia lo sguardo sempre più basito dell’agenzia di spionaggio, impossibilitata a comprendere eventi e atteggiamenti sempre più fuori controllo e costretta a limitarsi all’occultamento di cadaveri e alla liquidazione di possibili testimoni: il suo ruolo quasi-spettatoriale fa il verso al nostro, laddove in altri episodi sono i personaggi al centro degli eventi a rimanere allibiti dinnanzi alla mancanza di senso che li circonda (il presidente dell’organizzazione somiglia più allo sceriffo di non è un paese per vecchi che al povero gopnik, incarnando un polo di presunta legittimazione spogliato delle proprie possibilità conoscitivo/applicative). molte parole, come sempre, sarebbero spendibili nelle riflessioni che il film ospita: questa volta preferiamo evitarcele, avendole più o meno proposte altrove, invitando semmai chi legge a fare un piccolo sforzo di recupero degli altri articoli dedicati alla filmografia dei coen e ad applicare quanto là esposto al prodotto qui presente – del resto questo cinema è come sempre beffardo, in quanto tale si diverte e ci diverte, ma soprattutto si deride e ci deride. per una volta riteniamo opportuno scivolargli dietro, evitare divagazioni analitiche di sorta e concentrarci piuttosto, meramente, su ciò che più colpisce all’interno di questo racconto: l’orrore. similmente a quanto visto in fargo, burn after reading si fa grottesco passando attraverso l’insospettabile morte di alcuni dei suoi protagonisti: mentre il primo è da subito un film venato da criminalità e mattanza, il secondo sprofonda repentinamente in una violenza terrificante soltanto in due momenti, per poi tornare subito dopo su frequenze più serene e buffonesche – entrambi sono omicidi brutali quanto stupidi, che deformano la violenza con spiazzante ironia. di nuovo il carnevalesco si fa terribile, sfocia nell’incubo, piega l’idiozia sotto il peso di un’ineffabile immotivazione. la presenza di pitt, su tutte le altre, amplifica forse l’ambiguità di queste scene: non solo è un idiota tra gli idioti, ma assume un ruolo difficilmente comprensibile all’interno degli eventi, in un certo senso deludente. la gestione di una figura così definita all’interno del sistema divistico non può che suonare come un’ennesima presa di posizione – un’ennesima derisione.

difficile trovare altro da dire su quella che, a conti fatti, risulta essere una consapevole quanto riuscita, ma inevitabilmente limitata, variazione su un tema ben preciso e su ben precise – verrebbe da dire – ritualità. il cinema dei coen parte dalla speculazione su un definito universo di generi e allo stesso sembra tornare dopo aver attraversato un calvario confusionario quanto cinico. giunto nuovamente al punto di partenza, il suo linguaggio si rende conto di essersi svuotato: è diventato un contenitore cangiante in grado di riempirsi della medesima divertita nullità. questo gli consente di trasformarsi, di rimodellarsi e in definitiva di restare sempre identico a sé stesso: è una nuova linea poetica, oltre la quale non si può andare per definizione e alla quale ci si può ridurre ogni qualvolta si ritenga necessario. per quanto ciò porti inesorabilmente alla nascita di episodi considerabili come ‘film minori’, quale appunto il qui presente, è innegabile la sua efficacia dal punto di vista consumistico: l’apparato creativo dei coen è diventato la parodia cosciente di un sistema pseudo-seriale hollywoodiano – in sé non sente l’esigenza di avere qualcosa da dire, piuttosto ritiene opportuno talvolta adagiarsi e non dire alcunché. la sua presunzione è tutta qui, e del resto va di pari passo con le sue dichiarazioni d’intenti: non è lui a barcamenarsi tra la possibilità di trasformarsi o sorprendere, è ciò che lo succede e lo circonda a strutturare una simile pretesa. a noi, beffardi quanto lui e beffati quanto lui, non resta che pagare il prezzo del biglietto. metaforicamente.

[★☆☆☆☆]

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