Alien: Covenant di Ridley Scott

si deve fare uno sforzo continuo per andare oltre le imprecisioni (soprattutto quelle involontarie) del film di scott, teso per lo più a distinguere lacune intenzionali da errori accidentali e a estrarre la materia comunicativa dall’insieme di segmenti narrativi che la compongono – perché ci sono pochi dubbi: laddove prometheus presenta un intreccio sghembo e scarnificato che vale più per la sua atmosfera e per il suo continuo senso di smarrimento (anche a livello organico/ritmico) che per la serie di eventi su cui si basa, in questo covenant il racconto si riduce a essere una sequela a malapena sensata di eventi banalissimi, per giunta limitati a una riproposizione instancabile di medesimi archetipi e ritrite strutture causative, che pesca a piene mani dai difetti del predecessore ma ne amplifica la portata, lasciando però esplodere la loro rarefazione in un flusso di ridicolaggine difficilmente comprensibile. e quindi, prima di abbandonare questa spocchiosa parte critica e iniziare un’analisi più accurata e meno offensiva (che però proprio per essere tale dovrà concentrarsi più sulle tematiche che sul resto) – in questo film si salva soltanto la prima parte, ossia quella che va dall’atterraggio al primo attacco dei mostri – e ‘si salva’ non significa che sia esente da imperfezioni e cadute di stile anche tragicamente gravi, piuttosto che riesca a incassare il colpo grazie alla replicazione del senso di frustrazione, di pericolo imminente, di precipitazione catastrofica degli eventi e di orrore che tutto sommato affranca dalla mediocrità anche il prequel. per il resto ci si trova dinnanzi a un racconto letteralmente imbarazzante, in bilico sulla vertigine di una vacuità pretenziosa e demente e vittima di una deriva completa, che si basa per di più su colpi di scena talmente scontati da sembrare parodistici e che smarrisce progressivamente ogni suo vincolo coi personaggi che lo mandano avanti (il che potrebbe non essere così grave, se nella voce ‘personaggi’ non si annoverassero anche i tanto amati – e qua bistrattati – xenomorfi). scott mette su un carrozzone improponibile che raduna derivati fantascientifici senza fine, li intervalla con momenti d’indubbia efficacia evocativa e altri involontariamente grotteschi, infine impacchetta il tutto in un flusso asimmetrico di eventi, privo di un centro strutturale e d’una qualche finalità comunicativa e apparentemente dedito solo alla meschinità dei suoi sviluppi fattuali. appurato ciò e con la promessa (che speriamo di mantenere) di non tornare più a parlarne male, si può andare avanti coi discorsi che più ci interessano.

analizzando lo scarto concettuale che separa il primo alien dalla coppia dei suoi prequel, si individua una vera e propria transizione del desiderio, che slitta (parlando nella prospettiva d’una cronologia narrativa) dal dominio di una spirituale “ricerca di chi ci ha creati” al mero istinto di sopravvivenza. in un’ottica simile, la genesi della creatura è un imprevisto crudele che s’impone come una cesura e che impedisce di per sé (e solo col suo esserci) l’ottenimento dell’oggetto ambito in prima istanza. quel che accade in prometheus è tutto qui: si va alla ricerca di risposte, ci si muove per interpellare un creatore, ci si imbatte in un suo scherzo crudele – la vertigine che ne scaturisce spazza via qualsiasi ambizione, costringendo ogni ricerca a piegarsi e divenire un tentativo strenuo di sopravvivere in un ambiente minaccioso e deforme. la venuta al mondo della bestia è un cancro, una minaccia inestinguibile: interrompe il viaggio in corso e disintegra le sue pretese. la forma fallica dello xenomorfo e la sua cieca furia distruttiva è allora l’avvento di un desiderio altro: il desiderio della carne, un istinto di morte che emerge da dentro (dalle interiora del creatore prima, dalle interiora dell’essere umano e dalle viscere delle astronavi dopo) e uccide chiunque si trovi sul suo cammino. mentre l’equipaggio del nostromo si trova quindi ad affrontare un nemico che mette in circolo un cosmo volitivo ben preciso e conflittuale (e il conflitto si gioca sul campo delle figure-chiave dell’androgino e dell’androide) quello del prometheus se la vede con una minaccia inedita, imprevista ma definitiva. se la missione di ripley non è rilevante ai fini narrativi nel primo film della saga, lo è quella della dottoressa shaw: la nascita della mostruosità che si abbatte sull’ignaro equipaggio della nave mercantile ha le sue radici in una domanda fondativa, e che però nel momento in cui viene posta s’annulla in un’angosciata lotta per la vita. in questo covenant accade qualcosa di ancora differente: non si va in cerca di una risposta e ci si muove con intenti pionieristici – l’esito è però il medesimo, ci si imbatte ossia in una minaccia non calcolata, che spazza via gli intenti della missione. il disastro, in quanto promanazione del desiderio, trova il modo per rilanciarsi e diffondersi al di là dei limiti che l’ultimo film gli ha posto. la figura indispensabile per la sua espansione è ancora una volta quella di un androide, ma i termini dei desideri in campo sono leggermente cambiati: l’essere non invidia la forza prorompente degli appetiti degli xenomorfi, piuttosto vuole avvicinarsi alla capacità creatrice che l’ha generato facendosi esso stesso demiurgo di una vita a malapena controllabile. al posto della rivista pornografica spinta a forza nella gola della protagonista, in questo film si ha la scena-rivelazione della fuoriuscita del mostro dallo stomaco di un membro dell’equipaggio, cui il robot assiste estasiato e muovendosi quasi come un burattinaio dinnanzi al suo pupazzo: le frustrazioni della macchina sono più precise, più semplici, più palmari che mai – essa vuole essere in grado di generare, di produrre una volontà altra dalla sua. il suo piano è chiaro fin dall’inizio e si snoda per una serie di parentesi più o meno efficaci (su tutte il superfluo conflitto col modello più aggiornato, che sfocia in un combattimento rocambolesco e coreografico piuttosto avvilente) arrivando infine a compiersi: il suo successo, qui, è paradigmatico. la voglia della divinità precede l’istinto di morte, entrambi si chiudono entro una brama sessuale, una brama di viscere. in un certo senso, più in questo che negli altri episodi della serie, la figura dell’uomo artificiale sembra porsi su un binario che scorre in parallelo a quello dell’essere umano in carne e ossa: essa è una linea vettoriale terza (dopo quella degli uomini e dopo quella dei creatori) che si agita all’ombra della sua volontà. mentre i progenitori creano un male che non riescono a contrastare (e che ha sembianze indicativamente più antropomorfe dello xenomorfo canonico) la loro progenie si scontra con entità quasi-meccaniche (l’alieno che sembra un marchingegno composto da tubi) e i suoi strumenti giacciono all’ombra di una loro (presunta?) impotenza. la linea che collega il dio al prodotto delle sue creature vibra a causa dei medesimi impulsi: il mostro che cammina in posizione eretta è allora un anello di congiunzione nonostante la sua deformità, o meglio, proprio nella sua deformità – incarna un istinto famelico che si propone e ripropone, affollando i percorsi che lo ospitano e le loro effimere quanto inutili ricerche.

benché la incastri in una soffocante struttura narrativa, covenant sviluppa la riflessione che prometheus ha innestato nell’universo tematico del primo alien. dispiace che ciò accada in modo tutto sommato così velleitario, sghembo e privo d’ispirazione, arrivando a somigliare più a un’aggiunta di cui nessuno sentiva il bisogno che a un’estensione sensata e coerente di un preciso cosmo concettuale.

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