Ghost in the Shell di Rupert Sanders

sorprendentemente inattuale questo ghost in the shell, non solo per il cyberpunk stanco e ritrito che evoca quanto piuttosto a causa della sua eccessiva approssimazione, atta più che altro a rielaborare forme/contenitori e non contenuti. una specie di ‘shell’, appunto, che non è in grado però né di sfoggiare la propria performatività né di darsi nella sua lacerazione (il punto più alto raggiunto dalla sua poetica). dal punto di vista estetico o visivo il film riesce a essere roboante senza eccedere, a destreggiarsi tra un’infinità di spettri digitali evitando la spettacolarizzazione che gli sarebbe propria: distante dalle esuberanze del cinema supereroistico ma anche dall’eleganza d’un borioso esperimento d’atmosfera, quello di rupert sanders sembra scorrere soltanto e farsi scorrere addosso quel che gli fluisce in realtà attraverso, fino al momento in cui i suoi spazi cessano di sembrare tali e i suoi ambienti cessano di farsi abitabili – tutto si rende meramente grafico, costringendo la visione a stare in piedi grazie a sferzate sonore ingombranti, di fatto non riuscendo a imprimersi all’attenzione d’un pubblico già talmente immerso nel bombardamento audiovisivo da non essere affatto in grado di ricercare la spettacolarità (anche laddove questa non si presenta affatto). la vacuità di queste visioni non scuote, non destabilizza, non si rende materica, non fa assolutamente nulla – lo stesso scorrere dei protagonisti all’interno di città ricolme d’ologrammi e di esseri robotici è reso con una tale superficialità da sembrare nient’altro che l’estratto d’un videoclip, il pretesto per utilizzare delle inquadrature che rimangono dinamicamente vincolate al personaggio che seguono. l’inattualità di queste forme e di questi colori sta proprio nella loro inefficacia, atta forse a preservare qualche elemento realistico e a non far ricadere toni e ambienti in un abisso di sovraesposizione grottesca – a questo possiamo dire soltanto che avremmo preferito qualcosa di più viscerale, anche di più scomodo se necessario, per lo meno di più vivido. e ghost in the shell invece è tutt’altro: è un cadavere che s’anima a fatica, che fluisce con un’approssimazione clamorosa e che promette deflagrazioni che infine neanche regala, non riuscendo a essere né intimista né l’esatto contrario. riguardo psicologie e tematiche la prassi è la stessa: tutto viene accennato, sfiorato, fa la sua comparsa quasi per amor di completezza per poi svanire nel nulla – la complicità d’una scrittura frettolosa ed elusiva è seconda a quella d’un personaggio principale incapace di staccarsi dai suoi trascorsi (il maggiore sembra sia una degli avengers sia la protagonista di under the skin di glazer) appiattito su un registro monocorde e fuori-luogo che lo fa sembrare più imbronciato che appesantito dal suo spaesamento, più ottuso che confuso. il momento centrale della riflessione tra corpo e mente, quello dello scontro finale, diviene così nient’altro che una citazione, che un momento d’ambigua efficacia visiva: neanche la lacerazione di questi effetti visivi li rende più corporei o più tangibili, e dall’altra parte l’estremo gesto compiuto dalla johansson risulta incomprensibile e incodificabile tanto da sembrare fine a sé stesso (e, appunto, citazionista). il racconto ne risulta così straziato da sembrare incomprensibile, privato sia dei suoi slanci più interessanti sia delle sue parentesi più azzeccate. sorprendentemente, e dispiace dirlo, di ghost in the shell c’è veramente poco da dire proprio perché esso non dice niente, teso in una vertigine che lo ingabbia tra la tentazione di parlare di troppe cose e l’impossibilità (o l’incapacità?) di farlo. una deriva più gradevole sarebbe stata quella dell’iper-narrativa d’un cloud atlas: un film più lungo e nevroticamente intenzionato a mettere in ballo un’eccessiva dose di tematiche e riflessioni (senza mai concedergli però un giusto respiro) ma schierato dalla parte di una vacuità sia roboante sia concettuale, una specie di accumulazione demenziale di inquadrature, scene, storie, parentesi e così via. col timore di strappare il suo stesso tessuto (e si torna di nuovo al parallelismo con gli shell di cui parla) ghost in the shell finisce per non parlare di niente e per mostrare a malapena qualcosa. un esito mortificante e di cui ci mortifichiamo, essendo che per lo meno eravamo ben disposti a sorbirci un esercizio di stile efficace. e invece no, siamo portati ancora una volta a buttar giù qualcosa di rattristato e polemico su un prodotto mediocre e privo d’un senso, di cui a conti fatti c’è ben poco da dire e di cui è quasi impossibile mettere in risalto le (poche?) positività. sforzandoci almeno di farne menzione, però, ricordiamo un incipit tutto sommato efficace e più in generale la disinvoltura con la quale viene esibita la contaminazione uomo/macchina. e purtroppo nient’altro.

[☆☆☆☆☆]

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