Liza the Fox-Fairy di Károly Ujj Mészáros

cercando di andare per gradi: liza è un’infermiera di trent’anni che cerca l’amore della sua vita. vive in una stramba ungheria degli anni ’70 piena zeppa di riferimenti iper-capitalisti, è appassionata di cultura giapponese, accudisce la vecchia moglie di un defunto ambasciatore e vede il fantasma di un cantante nipponico degli anni ’50. quando si decide in occasione del suo compleanno a cercare il principe azzurro lo spirito però impazzisce di gelosia, iniziando così a uccidere ogni pretendente che s’invaghisca della povera donna. riuscirà a liberarsi di questa bislacca maledizione solo grazie all’intervento d’un cavaliere pregno d’un amore altruistico. cercando dunque di lasciarci alle spalle le considerazioni di per sé inevitabili anche solo dalla lettura d’un racconto così delirante e vacuo:

l’immaginario del film di mészáros è da subito un immaginario della contaminazione: cronologica, culturale e linguistica – si ambienta in un cosmo rarefatto e contraddittorio, ricolmo di anacronismi e più estetico e simbolico che altro; accorpa influssi iconici (ungheresi, americani, giapponesi, finlandesi) senza curarsi minimamente d’una logica che sia basale per una commistione simile; infine gioca con la sua stessa materia, ispessendosi d’ironia, citazionismo e riferimenti estetico/formali, sfociando spesso e consapevolmente in liberi interventi extra-diegetici. il grottesco, l’onirico, il farsesco e il fiabesco si trovano a convivere in una commedia che non intende privarsi affatto d’una propria leggerezza né d’una propria stupidità: più che far risuonare delle immagini, liza the fox-fairy si trova a far vibrare assieme dei simulacri. il suo è un ballo macabro e cieco, divertito e divertente quanto crudelmente effimero: rielaborando estetiche andersoniane, bizzarre figure à la pálfi, influssi modaioli di memoria tarantiniana o addirittura cadaveri vagamente fantozziani e fin troppo altro, un carrozzone così assurdo svela la vacuità delle proprie pretese – e arriva allora a somigliare ad anderson ma a esser privo del suo senso di claustrofobia carnevalesca, e arriva allora a richiamare spettri deformi e spaventosamente ridicoli senza far menzione della loro incomunicabilità, e arriva quindi a rievocare più la sua fascinazione per il cinema tarantiniano che il cinema tarantiniano stesso, infine limitando alla più cinica slapstick l’eco del celebre impiegato (qua citato in qualche poster e riesumato dalla figura del buffo investigatore). per quanto dispiaccia parlare di immagini rifacendosi ad altre immagini (per quanto si trovi quindi mortificante sia il citazionismo fine a sé stesso sia la possibilità d’una critica atta a rintracciarne i confini) questo cinema impone un caos insignificante, denso di spinte centrifughe. non ci si può soffermare su altro che questo per non essere risucchiati dall’abisso di vacuità al centro di tutte queste trovate – o meglio: non si può far altro a meno che non si voglia essere scagliati lontano dalle correnti ventose che fuoriescono da una simile voragine. i suoi simboli, i suoi segreti (l’immagine della volpe nascosta qua e là, la sotto-testuale riflessione sul ruolo della donna) non servono assolutamente a nulla. questo racconto è un abbandono consapevole a una commistione di trovate, di generi, di intuizioni – in definitiva si trova a orchestrare una serie d’influssi di cui non è minimamente interessato a decodificare il senso, a ridere di una serie di disperazioni di cui non si preoccupa affatto di soffrire. il suo incanto, così come la sua leggerezza, è il frutto d’un cinema svincolato dalle proprie capacità comunicative e consapevolmente ridotto a essere un guazzabuglio d’icone: fatto di inutili divagazioni, di vicende prive d’interesse, con un andamento episodico fine a sé stesso e frequentissimi interventi di grafica computerizzata, della ridondante presenza d’un narratore stupido e sornione (e libero di giocare con la struttura stessa del film) infine della consapevolezza di tutte queste insensatezze, forte dell’ottusa e strenua volontà di piegare queste visioni alla nullità che gli si imputa.

questo cinema è vuoto, o meglio si svuota. il suo andamento trasognato si sottrae al dolore e all’angoscia, piuttosto scaglia la sua materia al di là delle possibilità stesse d’una qualsiasi riflessione – liza the fox-fairy vive di questo, dell’insieme di sovrastrutture che gli negano qualsiasi slancio e lo lasciano piuttosto a dimenarsi, a eseguire un esercizio, a giocare come un bambino con degli strumenti presi a caso dallo studio del padre. i suoi timori sono appiattiti dalla sua innocenza, le sue disgrazie sono spazzate via dall’ironia – e del resto non può esserci altro che questo. la distanza che questo cinema pone tra sé e tra ciò che più teme, tra ciò che più è in grado di destabilizzarlo, si risolve completamente nel suo tono: l’unica cosa di cui è inconsapevole è la crudeltà del suo cinismo, che di fatto rigetta come un idiota pur di continuare ad aver stampato sulla faccia il sorriso ebete che tanto gli è caro. queste visioni sono già vecchie ancor prima d’esistere.

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