Taxidermia di György Pálfi

componendosi di tre episodi, spaccati di differenti generazioni in altrettante epoche ma soprattutto di de-generazioni e altrettante idiosincrasie, taxidermia arriva ad accorpare istantanee scarsamente comunicanti l’una con l’altra, più tese alla dissezione d’un movimento che a una sua significazione. il film è più un collage simbolico e discontinuo che una summa pseudo-storica, più un tour de force grottesco che una ricostruzione organica ed emotiva, più un girone infernale d’aberrazioni e visioni provocatorie che altro. ma andiamo per gradi, dato che il consueto profluvio di parole darebbe adito a qualche fraintendimento ch’è bene arginare parlando direttamente di fatti e d’immagini, anzi soprattutto d’immagini: guerra mondiale, prima o seconda poco importa, un soldato semplice si masturba di continuo (e il suo sperma viene lanciato in cielo e diviene una stella – e zampilla fiamme durante l’orgasmo – e così via) e s’accoppia col cadavere d’un maiale che forse è una donna (?) e dà vita a un figlio poco prima d’essere ucciso; figlio che nasce con la coda d’un suino, appunto, e che durante il regime comunista diviene un campione d’abbuffate (e quindi mangia tantissimo, vomita tantissimo, si allena tantissimo) e si sposa con una donna che lo tradisce e poi lo lascia, finendo gigantesco e deforme, chiuso in uno scantinato in cui dà da mangiare a tre gatti obesi e si nutre di cibo spazzatura accudito dal mingherlino e depresso figlio che la compagna ha avuto col suo amico; il giovane, impagliatore d’animali (e non solo) vive nella solitudine più totale e accidentalmente dopo un litigio col genitore lascia che i suoi gatti lo divorino, infine impagliandolo e impagliandosi. questo è a grandi linee quel che vediamo, con qualche aggiunta di interiora, dissezioni di animali e feti, macellazioni, deformità, sventramenti, defecazioni, penetrazioni, amputazioni, chi più ne ha più ne metta insomma. le tre fasi che il film attraversa non si privano mai d’una macabra ironia, d’uno spiccato interesse per ciò che disgusta e inorridisce, di un indugio smaliziato sul sordido, sul raccapricciante, sul terrifico carnale (e quindi nudità, pornografia, volgarità, violenza, un uso maniacale del dettaglio. a volte un siffatto cosmo di abiezione si piega alle utilità del racconto, altre volte è fine a sé stesso – l’esempio più rilevante è quello del piccione che improvvisamente lancia le sue feci verso la telecamera) – il carnevalesco di taxidermia cede progressivamente il passo al perturbante, in modo che questo grottesco si faccia sempre più sporco e violento, sempre più sbilanciato verso l’orrore in rinuncia della sua irriverenza.

al di là di un impasto visivo così radicale, continuamente teso all’aggressione e all’oltraggio, i tre momenti in cui si suddivide la narrazione si differenziano per il loro tono in modo significativo:
– il primo è una fiaba con venature surreali e immaginifiche, che estende la sua vertigine tra l’iperrealismo fangoso e crudele dell’atmosfera guerresca e la fuga onirica demenziale (qualcosa di simile ma decisamente meno estremo si vede nel cinema di kusturica);
– il secondo è un cupo e crudele spaccato su un totalitarismo periferico, dai tratti vagamente orwelliani (quando la metafora maialesca e chiusa sulla fagocitosi prende il sopravvento) e più generalmente politico – è la parte più sostenibile del film, in quanto eccezion fatta per il cibo che entra e esce da corpi giganteschi non c’è altro che oltraggi o disgusti;
– il terzo flette verso tonalità ancora più oscure e simboliche, arrivando a essere un’inedita commistione esasperata tra le visioni macabre e carnali di cronenberg e la cinica e maniacale morbosità di greenaway, infine sublimandosi in una visione concettuale tanto metaforica quanto criptica.
all’oscillazione tonale si accompagna il mutamento della mania dei protagonisti, che sembra cambiare faccia di generazione in generazione pur modulandosi su una stessa macabra attenzione per la carne, un po’ come se a ogni contesto storico s’affiancasse una deformante tendenza pulsionale: la guerra e la masturbazione, la dittatura e l’ingordigia, l’alienazione post-moderna e la tassidermia. la progressione storica è ambientale nel momento in cui si riflette sulle sagome dei protagonisti, e in quanto tale s’estrinseca nelle loro più aberranti voglie. l’obliterazione della fantasticheria, immediatamente percepibile nel passaggio tra la prima sezione e le altre due, segna qui l’oblio del processo masturbatorio in quanto oblio d’una saturazione che s’incontra con l’esterno all’esterno (il tramonto dell’orgasmo-eiaculazione come presenza-nel-mondo) e il transito verso un incontro che si origina e si consuma all’interno del corpo: dall’immaginazione del soldato (non è chiaro se il coito con la donna avvenga o meno) nasce il mostruoso uomo-suino, futuro campione d’ingozzamento sportivo – dalla fantasia sessuale (dal nutrimento come suzione, osservazione, dal piacere come ricerca) si passa all’abbuffata (al nutrimento come saturazione meccanica, procedurale, al piacere come gesto finalizzato a una pratica e incapace di goderne – non è un caso che gli alimenti ingeriti durante le competizioni siano quanto di più disgustoso possa ingerirsi). infine s’approda alla vacuità più completa, nata e strutturatasi all’ombra d’un corpo deforme e disgustoso (quello del padre) e destinata a sfogarsi nell’ambigua pratica della tassidermia: estrarre interiora e rimpiazzarle con volumi artificiali, in un certo senso consegnare delle forme all’eternità, renderle oggetto inanimato come traccia di un’animazione – verrebbe da dire renderlo immagine, nell’ottica in cui l’immagine sia obliterazione della vita e non produzione autonoma (e fotonica) di vite altre. la guerra e il desiderio della carne, la masturbazione e la creazione di un’altra carne, il dopo-guerra totalitario come tentativo ingordo di ripiegare desiderio e creazione all’interno d’un io-mondo deforme e piegato a una prassi meramente meccanica, infine lo smarrimento alienante e frammentario della post-modernità come tentativo di recuperare quel desiderio e quella creazione, come nuova masturbazione che non lavora su animazioni immaginifiche o su possibilità fantasticate, ma su cadaveri – che infine, incapace di risolvere in altro modo le proprie tensioni, si rende essa stessa cadavere (essa stessa immagine, essa stessa eiaculazione). il finale del film, ricongiungendosi con l’incipit narrativo fuori-campo, procede verso un’indicizzazione di tale gesto e di tale definitività. la figura del dottore si mescola allora con quella del collezionista (non del critico d’arte): il suo tentativo di dare un senso ai materiali che lo circondano soffre della medesima incomunicabilità e limitatezza di cui soffre il suo desiderio di far impagliare un feto morto (che simbolizza peraltro il farsi-immagine e farsi-cadavere d’un futuro ipotetico).

l’apparato simbolico di taxidermia si chiude entro dei limiti ben precisi e ben sovrastrutturati, quelli d’una messinscena (a tratti virtuosistica) e d’una visività estreme, destabilizzanti, atte a filtrare le possibilità concettuali di quanto mostrato e renderle meramente accessorie, sottostanti dinamiche di oltraggio e disgusto ben più palmari e dirette. al di là di questo guazzabuglio grottesco s’intravede il tentativo di sviluppare una riflessione con un certo distacco, in un certo senso di simulare la stessa tassidermia del titolo nei confronti di ciò che si vede sullo schermo: guerra e dopo-guerra in fin dei conti sono resi-immagini, e in quanto tali sono cadaveri, impossibilitati a comunicare qualcosa al di là della loro immaginalità. quant’altro si possa aggiungere è banale anche più di quanto detto finora, pertanto ce lo risparmieremo. quel che dispiace è che a tutte queste forme manchi un’interiorità (per quanto formale), che si pieghino quindi su un cinismo e su un distacco che le priva di forza e di attualità e fa somigliare il risultato finale alla somma di tre cortometraggi dediti alla spudorata e oscena riproposizione d’una prassi sconfortante, orrifica, priva d’uno slancio per quanto rifinita e, appunto, cadaverica.

[★☆☆☆☆]

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