Trainspotting di Danny Boyle

in piena ondata proto-pulp boyle costruisce un mondo carico d’influenze, in grado di volare alto (e roboante) nella sua referenzialità e nella sua esposizione tonale ma al tempo stesso di spiazzare con inserti d’iperrealismo: benché trainspotting sia (per lo meno nei momenti in cui funziona di più) un fumetto grottesco e caotico, innegabile è che non sovrastruttura la totalità delle sue azioni con le sue forme ridondanti – il virtuosismo e il carnevalesco ci sono e sono costanti e pressoché puramente velleitari e auto-conclusivi, ma talvolta così dilatati da squarciare la sua stessa capacità di ridersi addosso o di sorprendersi. emblematica tra le altre, in questo senso, è la faticosa scena della disintossicazione forzata: una cavalcata allucinatoria in cui il protagonista non può uscire dalla sua camera, sostenuta da una musica martellante e ripetitiva e da una serie di visioni e trovate d’indubbia efficacia – il senso d’oppressione è palpabile e filtra da una mole martellante di espedienti eppure emerge appieno solo da un certo punto in poi, quando la scena cede dinnanzi alla sua stessa lunghezza e si protrae per dei secondi di troppo in cui né cessa la musica come ci si aspetterebbe né cessa il tour de force visivo, né la narrazione s’arresta per riprendere fiato. quest’eccedenza rappresenta il motivo per cui trainspotting funziona al netto dei suoi svariati difetti: si spinge laddove la sua struttura di-genere non gli concede di spingersi, in qualche modo lasciandosi alle spalle la propria comicità per far prevalere uno spiazzante senso di disgusto e disperazione – risposte che, per fare un esempio, nel pulp fiction di tarantino non compaiono affatto (benché alcune scene, alcune tematiche e alcune ambientazioni s’innestino proprio sopra le stesse). è ‘proto-pulp’, quindi, nella dimensione in cui si abbandona consapevolmente alla citazione, allo sberleffo, alla trovata, al siparietto, all’esasperazione, all’iconicità, al fumetto, al grottesco, al demenziale, al visionario, alla sovrastruttura come impalcatura di contaminazioni, generi, frammentarietà e toni; supera del resto il paradigma in cui s’inserisce dal momento in cui lascia emergere con una certa maturità il suo nichilismo basale, suonando più come una furiosa mono-sequenza disperante che come un racconto composito ed episodico, cedevole a momenti d’insistenza e dilatazione che per qualche istante strappano la macabra danza d’immagini e sovrimpressioni per lasciar trapelare all’esterno uno sconforto, uno smarrimento, qualcosa d’indubbiamente più disorientante di tutte queste parvenze semi-pubblicitarie.

del resto è proprio il rammaricato e disperato disgusto che trapela dal frustrante susseguirsi d’azioni, colori e parole che rende questo film l’icona culturale che (volente, più che nolente) è diventato. tutta la prima metà insiste proprio sulle sue stesse insistenze, è quasi un assalto al buonsenso, un assedio atto a sconfortare i benpensanti basandosi d’altronde su ciò che (più o meno da sempre) è cardinale nell’oltraggio visivo/tematico: da una parte con una sequela di gag (chiamiamole così) incentrata su scenari disgustosi, vomito, feci e ambiguità fisiche (il senso di disfacimento è anche meramente legato alla presenza scenica dei protagonisti: magrissimi, flessibili, melliflui) e dall’altra capovolgendo di continuo qualsiasi sistema di riferimento etico o sociale o relazionale – i personaggi sono completamente soli, abbandonati alle proprie dipendenze in un mondo in cui non legami differenti da quello di dipendenza non si danno affatto, ‘cosiddetti amici’ legati da saltuarie scariche d’adrenalina e pronti a piantarsi in asso o a vedersi reciprocamente cadere senza scuotersi minimamente, privi di qualsiasi valore di riferimento, affettivo quanto etico, periferici nell’estetica così come nelle abitazioni così come, più ampiamente, nella politica (ed è opportuno citare lo scatto d’ira sull’essere-scozzesi, che lega a doppio filo la condizione socio-politica dei giovani protagonisti al loro marginale deserto interiore). la mancanza d’autorità è completa: nel racconto non fa la sua comparsa alcun nucleo legittimante – lo stato è assente e le sue manifestazioni (i saltuari interventi della legge) sono ridicole e pretestuose, la divinità è sbeffeggiata e completamente tagliata fuori (fa capolino solo nel momento in cui, nell’imbarazzo generale, il nostro eroe la invoca a sostegno dei suoi buoni propositi riguardo l’astinenza) l’individualità, ultimo baluardo di un cosmo antropologico rimandato a sé stesso, esplode anch’essa nell’ottica del rapporto di assuefazione e schiavitù. e non a caso assolutamente nulla legittima le scelte dei personaggi: che essi si droghino, soffrano, compiano crimini o si massacrino di botte poco importa. benché ogni vittima sia consapevole di ciò in cui si sta ficcando e continuamente affermi la sua volontà (eccezion fatta forse per il neonato) le sue motivazioni sono assenti, quasi come se la sua minorità fosse un crudele scherzo del destino, alla stregua di un qualsiasi altro (altrettanto) consapevole e distruttivo stile di vita. “le ragioni? non ci sono ragioni. chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?” riecheggia i dettami borghesi di rispettabilità, li prende in giro, li specchia con cattiveria: “chi ha bisogno di ragioni quando ha una casa, un televisore, una famiglia?” ci si potrebbe chiedere altrove. la risposta spazza via da queste volontà qualsiasi tipo di auto-legittimazione: sembra che la desolazione sia in grado di nutrirsi da sola, essendo capace d’essere totale – di prescindere da chiunque vi s’abbandoni all’interno indiscriminatamente. ovunque si posi questo sguardo c’è una disperazione cupa, sporca, esasperata nei toni dal tentativo strenuo di farne a meno e di trasformare tutto in un carnevale terrificante.

la seconda parte, ben più ordinaria della prima, rinuncia al bombardamento di oltraggi per concentrarsi sul protagonista e sulla sua fuga a londra, terra-di-nessuno che nella sua non-provincialità si dà subito come spazio di maggiore pulizia, di minor contaminazione, d’un cinetismo meno violento e d’una contaminazione di generi ben più canonica. se l’incubo segue il nostro eroe ovunque egli si sposti, non concedendo mai periodi troppo ampi di distensione, vero è che la normalizzazione del racconto è innegabile: il tono si fa più pacato, più rasserenato, aderisce maggiormente a un tessuto che ormai riconosce e dà per riconosciuto senza spingere ulteriormente l’acceleratore sui suoi caratteri destabilizzanti. raggiunti i suoi apici espressivi, il tono s’attesta su una media dissacrante ma decisamente più ordinaria di quanto visto in apertura – decresce l’esasperazione come decresce la disperazione ch’essa prova a mascherare, come del resto si defila la presenza (anche scenica) dell’eroina, soppiantata invece da fascinazioni crime quali scazzottate, valigette piene di denaro e borse da scambiare con dei loschi individui. dopo la tempesta (che raggiunge la sua massima intensità nell’overture e nella rapida successione di sconfitte relazionali, che culmina poi nell’emblematica morte dell’infante) gli eventi sono tutti delle agitazioni impotenti in un deserto consapevole dell’assenza d’un futuro: è l’impatto con la morte che apre la via a una mancanza (ancor più) completa di qualsiasi volontà – peccato soltanto che con questa consapevolezza svanisce anche la forza di questo cinema di insistere sulle sue dilatazioni, di danzare ancora e ancora ben oltre la soglia della stanchezza. arriva la stanchezza, arriva il distacco e tutto si acquieta. e a noi dispiace, perché per quanto affascinante questo caos non ha avuto neanche la forza di protrarsi fino in fondo.

lo status di film cult, che in questa sede come sempre rigettiamo, è ben chiaro negli obbiettivi di questo trainspotting: dà il tutto e per tutto nelle sue sezioni più sconcertanti, nei suoi passaggi più modaioli e più in generale in una stilistica spudoratamente votata al virtuosismo, all’eccesso spregiudicato. i suoi protagonisti divengono icone nonostante la loro approssimazione, le sue scene vangelo nonostante la loro crudele vacuità, la sua atmosfera nostalgia nonostante la sua derivazione. e forse è giusto così, nonostante tutto.

[★★☆☆☆]

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