A Serious Man di Joel e Ethan Coen

“receive with simplicity everything that happens to you”.

la frase che apre il film non arriva tanto a riecheggiare il nichilismo affermativo tipico del postmoderno: il ‘problema’, se così lo si vuole chiamare, non inerisce un affermarsi affermando la prassi del vivere nella sua contraddittorietà e nella sua vacuità (metafisica), non sta attorno al fatidico ‘dire di sì’ a un riferimento assiale privo di coordinate, dal momento in cui i tentativi di una tale affermazione neanche fanno capolino all’interno d’una narrazione che piuttosto si blocca un passo prima, che rimane imbrigliata nella passività della crisi nichilista. il protagonista, un professore di fisica ebreo in attesa del passaggio di ruolo, si trova infatti coinvolto in una serie di eventi che sgretolano nel suo immaginario sia l’idea dell’esistenza d’una divinità regolatrice sia d’un suo piano regolatore – la cui conseguenza immediata è uno smarrimento insondabile, un’arrendevolezza impotente, che trasforma il discorso sulla determinazione e sulla divinità in un bilancio tragico su una controllabilità ch’è sia sociale (il serious del titolo, veniamo a capire, è niente più che un canone di rispettabilità borghese) sia esistenziale. la crisi del nostro eroe lo trascina a una domanda disperata, tanto vasta quanto inattuale (e la sua inattualità è evidente sia dallo straniamento contestuale, temporale quanto comunitario, sia da quello iconografico – le fattezze caricaturali dei personaggi, l’andamento beffardo e sornione della storia): una domanda ch’è un grido d’impotenza e che al tempo stesso si dirige disperatamente alla ricerca di un senso che, forse, nel momento in cui diviene oggetto di un’indagine inizia a sottrarsi. la sua questua lo porta al cospetto di tre diversi rabbini nel tentativo sempre più straziato di dare un valore alle sue disavventure, ma i dialoghi che ha con questi si rivelano grotteschi scambi tra soggetti in preda a uno smarrimento comune: mentre chi cerca una risposta dall’autorità leggittimata (il ‘saggio’) e legittimante (in quanto portatrice della memoria di dio) afferra l’ineffabilità di ciò che gli viene detto, dall’altra parte chi si dovrebbe far carico d’una qualche chiarezza fondativa sbatte (consapevolmente o meno) contro la banale vacuità dei propri mezzi. entrambi cercano una consolazione, ma mentre il povero professore in crisi è consapevole di non trovarla gli altri cercano di dargliela trovandosi a scendere a patti col conflitto tra il proprio ruolo (indissolubilmente legato alla legittimità) e la propria inevitabile capacità discernitiva. il filo comune che lega tutte le sagome dei coen, ancora una volta, è quello dell’inadeguatezza: nessuno sa come comportarsi, nessuno sa dove sbattere la testa, tra chi si dispera nello smarrimento d’una direzione e chi invece ostenta la sua presunta comprensione dell’ordine delle cose non c’è alcuna differenza – entrambe le categorie sono ridicole, buffe, grottesche nella loro meschinità e nella loro quasi fanciullesca vulnerabilità.

la piccola favola amara di larry gopnik è quindi un divertito affresco post-metafisico: si barcamena all’ombra del crollo dei suoi sistemi di valori coinvolgendo una tale vastità di riflessioni (anche se in un modo così leggero e buffo) da assumere a tratti le sembianze d’un saggio filosofico. compaiono smarrimenti etici, emotivi, relazionali, sociali, ma anche riflessioni epistemologiche, gnoseologiche, teologiche, teleologiche – un po’ un ‘chi più ne ha più ne metta‘ atto a ispessire il tessuto dialogico e narrativo fino al tragico punto in cui ogni frase, personaggio, ruolo o azione sembra gettare infiniti ponti di collegamento con altrettanti universi di riferimento (speculativi o iconici che siano). postmodernissimo come al solito, il film dei coen è quindi una vera e propria sfida alle capacità e possibilità interpretative: si riferisce a un cosmo che presuppone l’interpretazione come nucleo fondante, negandosi qualsiasi altro centro – le umanità all’interno della diegetica, a differenza di noi che le vediamo da fuori, proprio non riescono a raccapezzarsi, hanno le spalle al muro. la loro difficoltà è probabilmente nel riuscire a percepire quel che li circonda come immagine, nel rassegnarsi (ed è di nuovo il caso del protagonista) al nulla cosmico che li circonda – per noi che siamo al di fuori del loro mondo, e che in un certo senso vi stiamo sopra (e tra poco vediamo perché) le loro tragedie strappano dei sorrisi amari, i loro struggimenti suonano come lamentele d’un bambino svogliato. la somiglianza tra il loro mondo e il nostro è il lascito più inquietante d’un cinema che, continuamente, vuole negarla e riaffermarla, vuole giocare con essa – ed è inutile ribadire la centralità del gioco nella postmodernità. più che offrire risposte o ancora moltiplicare le domande, la commedia dei coen si fa beffa di qualsiasi suo esito e di qualsiasi suo componente: a queste immagini non interessa assolutamente nulla, dato che tutto è così tristemente divertente da far prevalere uno straniante senso apocalittico quasi senza accorgersene.

[di qui in poi, e lo diciamo per una correttezza che in via del tutto teorica non vogliamo che ci appartenga, si parlerà specificamente del finale del film e pertanto non ci si farà scrupolo a citarne eventi e modalità.]

a proposito di apocalissi, è opportuno soffermarsi sul finale (che è del resto il momento più importante e più bello del film) partendo da una triplice prospettiva:
da una parte esso spinge al di là dell’accettazione nichilista la parabola postmoderna;
inoltre riafferma il potere eversivo di questo cinema (a proposito dello ‘star sopra’ di chi è al di fuori come si è accennato);
infine rilancia il tema della fine, del crollo, rendendo la sua imminenza un moto di continuità (e in questo ricordando, per certi versi, le concettualità di tarr).

  1. “receive with simplicity everything that happens to you”, alla luce degli ultimi minuti che chiudono a serious man, è ancora più uno sberleffo crudele. dal momento in cui tutto sembra essere risolto, la tragedia si rilancia in modo più definitivo che mai: il nostro eroe riceve una chiamata decisamente poco rassicurante dal suo medico mentre la scuola di suo figlio viene raggiunta da un minaccioso uragano. l’avvento dell’apocalisse segue qui una vera e propria ‘conquista post-metafisica’ (in chiave puramente nietzscheiana): larry gopnik si è fatto una ragione dei suoi drammi e ha deciso di concedere la valutazione positiva allo studente coreano, mentre il ragazzo l’ha fatta franca coi soldi e col bar mitzvah. il fatto che la condizione postmoderna affrescata nell’ottica di uno smarrimento completo di direzioni e di numi tutelari si risolva nell’avvento di una doppia catastrofe è in qualche modo indicativo: segna il limite ultimo del ‘barcamenarsi’ tipico di un’umanità allo sbando, costretta in ultima analisi a fare i conti col proprio inevitabile collasso. sulla scia di quanto accadeva con la pioggia di rane in magnolia l’uragano arriva senza alcun motivo, ‘accade e basta’ (e lo stesso si potrebbe dire per innumerevoli eventi all’interno del film) – accettare il nonsenso non permette di sfuggire ai suoi esiti più nefasti. il nichilismo dei coen arriva allora a essere ben più che totale, perché getta la sua totalità ben oltre il momento di sua massima diffusione: rilancia una sconfitta proprio laddove ci si è appena abituati ad essa.
  2. non è difficile rendersi conto della frettolosità delle ultime scene: il montaggio alternato tra padre e figlio (che specchia quello iniziale) è precipitoso, non si fa capire bene, è roboante e chiude repentinamente in nero senza portare a compimento nessuno dei suoi racconti. in qualche modo la conclusione del film riflette uno smarrimento che fino a questo momento solo i suoi personaggi hanno manifestato (e di cui hanno sofferto): sembra che le cose le sfuggano di mano, che non riesca a star loro dietro, un po’ come gopnik o lo sceriffo di non è un paese per vecchi, o più in generale come qualunque personaggio dei coen. è opportuno, prima d’arrivare alle nostre conclusioni, soffermarci sulla natura delle immagini di questo cinema: immagini che danno vita sì a uno straniamento, ma che nel medesimo istante in cui lo fanno (capovolgendolo in un malefico senso del grottesco) arrivano a divertire (basti pensare alle morti di molti protagonisti, per lo più cruente, di cui in questo a serious man l’omicidio sognato del fratello riporta un ennesimo sberleffo) – il cinema di tutti questi episodi è crudele, ma racconta uno spiazzamento più che spiazzare. si compone di immagini che prendono in giro chi le guarda e lo lasciano ridere con loro e di loro: se da una parte tutti questi film sovrabbondano di retorica postmoderna dall’altra si negano, in un certo senso, quel che questa retorica (a monte, quasi epistemologicamente) comporta. è difficile sentirsi sopraffatti dal dominio dell’immagine quando si ha a che fare con un film dei coen: semmai si può essere scomodi nella posizione di divertiti osservatori, di investigatori alla ricerca d’un senso che non ha alcuna intenzione di darsi, di critici stupidamente ironici tesi a una qualche consapevolezza che in realtà è frutto d’una burla, quindi consapevolmente burlati da ciò che si sta guardando e da ciò di cui si sta parlando. l’ambiguità inerisce il fatto che questi racconti siano dei saggi filosofici, che neghino la possibilità stessa d’una meta-narrazione, ma in alcun modo schiaccia la distanza tra fruitore e fruito: non assorbe, mantiene piuttosto il suo distacco proprio perché in questo distacco vuol continuare a crogiolarsi, proprio perché grazie a questo distacco vuole continuare a ridere beatamente di tutte queste ridicolaggini.
    in questo senso il finale di a serious man è un vero e proprio colpo di scena, che forse coinvolge addirittura tutta la filmografia dei fratelli: improvvisamente qualcosa perturba, lascia di stucco, sfugge via prima che possiamo identificarlo o dargli un valore. queste immagini s’affermano nella loro potenza con una fretta spiazzante, che finalmente spiazza non solo grazie a meccanismi dialogici ma anche e soprattutto grazie alla propria consapevole alterità: la tempesta in arrivo, fuori fuoco e poi a fuoco e poi di nuovo fuori fuoco, la sua imminenza come l’imminenza dell’apocalisse, la possibilità della morte come sua attuazione. il film dei coen sfugge di mano, finalmente, deflagra nelle sue potenzialità appena prima di spegnersi: è quasi impossibile ridere adesso, perché quella distanza s’è annullata, ci ha assorbiti nel momento stesso in cui abbiamo cercato di darle un senso, ci ha trascinati nello smarrimento di gopnik come mai prima d’ora questi racconti avevano fatto. finalmente non si tratta della nostra capacità di simpatizzare con l’idiozia d’un protagonista inadeguato, ma della nostra impotenza e della nostra inadeguatezza. l’uragano, l’apocalisse che trascina via queste visioni, fa vibrare dall’interno la nostra capacità di tenerci distanti da una retorica che finalmente s’afferma, che finalmente ingloba e si fa totalizzante.
  3. per tutto il film il nostro eroe affronta il crollo progressivo di ciò che lo circonda: il suo matrimonio, la sua fede, la sua etica, la gestione dei suoi spazi, la sua fedeltà, la sua atarassica capacità (quasi da self-made) di fronteggiare le difficoltà della vita. proprio quando, in un modo o nell’altro, tutte queste faccende cedono il passo al suo ‘semplicemente vivere’ ecco che lo vediamo alle prese con un tumore e la probabile morte del figlio (ammesso che l’uragano non travolga anche lui proprio mentre si reca dal medico). il tutto somiglia fin troppo al finale di satantango, di cui ovviamente non riporta neanche la pur minima citazione: l’unico problema è che qua i protagonisti non riescono a sottrarsi dall’ennesima imminenza della fine, non si barricano in casa, non possono far altro che essere travolti. quando l’apocalisse arriva (e non la vediamo arrivare, la scorgiamo soltanto di lontano) è già chiaro che porterà via tutto, come è già chiaro che se non lo facesse verrebbe seguita da un’altra, e poi da un’altra ancora. la fine diviene un moto continuo, incessante, la catastrofe e la sua imminenza s’inseguono all’infinito. il disastro non è evitabile e ad esso non ci si può abituare, dal momento stesso in cui si manifesta in modo sempre diverso e in modo sempre più spiazzante. la tragedia, in questo modo, esonda dai confini della finitezza narrativa della commedia: il finale di questo racconto non è un finale dal momento in cui esso ci porta dentro la consapevolezza dell’apocalisse, ma questa non è limitata nello spazio e nel tempo.

a serious man è forse il migliore film dei coen. nella sua semplicità e nella sua comica piccolezza, riesce a rilanciarsi in un’inedita potenza visiva in un finale che conferisce un senso arrivando solo a sottrarlo, che in qualche modo si abbatte. supera i suoi stessi limiti e i limiti di questo cinema, e lo fa in un ennesimo sberleffo (in una frettolosa manciata di minuti) e non possiamo che esserne soddisfatti, dal momento in cui finalmente tutta questa distanza è stata scossa da un fremito singolare, da una violenza altra.

[★★☆☆☆]

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