Kong: Skull Island di Jordan Vogt-Roberts

fin dalla prima scena qualcosa sorprende in questo kong: un tono più che vagamente auto-ironico, atto a deformare i protagonisti in macchiette che non sono né seriose (alla maniera dei blockbuster che si prendono sul serio) né gigionesche (alla maniera del cinema d’avventura post-moderno, da indiana jones in poi) – un’ottica che li deride, li rende comici, li carica fino a fargli raggiungere il limite che separa il grottesco fumettoso dal parodistico. il mondo in cui s’ambienta il film è sovraesposto alla pari dei suoi personaggi: cromatismi esasperati, caricaturali, a volte sorprendentemente espressionisti, spesso più semplicemente demenziali o allucinatori (e qua il riferimento, fin troppo smaliziato, è quello del cinema di contrasti e saturazioni a tema vietnam e anni ’70) che non fanno che richiamare alla mente impasti pop tarantiniani, paradossi computerizzati à la snyder, più in generale una visività squisitamente post- in grado d’attingere a piene mani dal b-movie (e qua comprensibilmente, trattandosi di un film con king kong) con una massiccia dose di cinico senso dell’umorismo. e quindi in un clima iper-saturo e fatto di fondali spudoratamente fittizi vediamo, nei soli primi cinque minuti, un giapponese sguainare una katana e affrontare un tizio americano, appena dopo essere precipitato assieme a lui su un’isola misteriosa. mentre i due combattono, quasi in una vampata di fiamme rosse arancioni e fucsia, compare il celebre scimmione gigante: vorticoso zoom che parte da lontano e arriva fino alla pupilla di uno dei due, in cui si specchia la minacciosa creatura, e si aprono i titoli di testa. per un’ora e mezza circa, skull island va avanti così: estremizzato, ridicolo, coloratissimo, a tratti talmente sovraesposto da somigliare a un fondale tinto di neon. presenta una schiera di personaggi che non perde neanche qualche secondo a caratterizzare, che getta come stereotipi (non-)viventi nella mischia col solo scopo di mandare avanti un racconto che è posticcio fin dalle prime battute, ed è proprio dalla sua pomposa e folle idiozia che va ad attingere gran parte della sua efficacia. non disturba, in una guaina così disorientante, la banalità tematica e narrativa (che vede un essere umano spietato alla ricerca d’una conoscenza inutile bombardare l’isola del povero kong, venir attaccato dallo stesso e infine bramare una demenziale vendetta – il tutto mentre lo scimmione cerca di ricacciare nelle profondità della terra delle gigantesche lucertole risvegliate proprio da suddetti bombardamenti): ogni sagoma è così sagoma da sprofondare in una dimensione in cui “nulla è reale e tutto è lecito” (e citare un videogioco ci sembra, per quanto divertente, più che giusto in questo caso) – non sorprende uno sguardo torvo tra un furioso samuel l. jackson e un altrettanto furioso gigantesco primate, per giunta contornato da colonne di fiamme  sotto un cielo viola scuro. non sorprendono né l’elementarità dell’intreccio né la rarefazione dei suoi sviluppi: esso è macchiettistico e come tale sembra intenzionato a divertire, a divertirsi, a farsi ridere e ridersi un po’ addosso.

il problema del film di vogt-roberts non è nella sua prima metà, che tutto sommato rilegge il blockbuster a tema mostro in una maniera tutt’altro che credibile, ma efficace e divertente: sta piuttosto nel modo in cui esso s’evolve per giungere poi alle fasi finali. man mano che si va avanti, tutto il disincanto ironico che regge la struttura dei personaggi e l’impasto estetico va letteralmente in frantumi: il racconto guadagna in serietà e tensione, perdendo in ironia ed estremizzazione. verso la battaglia finale esso sorprendentemente diventa un ordinarissimo blockbuster, con tanto di fotografia lucida e sciatta (tranquillamente paragonabile a un the legend of tarzan): muove un passo indietro, rinunciando alla sua originalità (chiamiamola così) in favore di un moto di banalizzazione repentino, violento e inspiegabile. la stessa crudeltà grottesca che accompagna per tutto il corso del film le morti dei personaggi va a scomparire: il tono diviene accorato, partecipativo, le sagome idiote tornano a essere gigionesche (qualche battuta qua e là, una love story appena accennata, e tutti di corsa a fare la cosa giusta). quando il complesso visivo e comunicativo di skull island crolla miseramente sul finale, non fa che mostrare il fianco di tutto il film (e in particolare delle sue concettualità): il ritorno di questa fotografia ridicolmente non-ridicola (e parliamo nuovo della triste mitigazione dei toni cromatici della battaglia decisiva, limitandoci all’estetica per non eccedere con qualche spoiler) accompagna infatti un vero e proprio trionfo dell’umanità, di un’umanità tronfia e soddisfatta, decisa a preservare ciò che la circonda e la precede ma perfettamente consapevole della sua superiorità. a differenza di episodi come apes revolution di reeves infatti, in questo skull island non fa comparsa alcuna una pur minima idea di post-umanità: la forza di kong non è mai la protagonista della scena, essa compare semmai come una manifestazione sublime, che minaccia e terrorizza quando si è soli e troppo vicini alla fonte di pericolo (in difficoltà: emblematica la scena del calamaro gigante) – una naturalità prorompente, furiosa, spietata quando si finisce (per errore?) nel suo dominio, ma inevitabilmente impotente una volta che si è fuori dallo stesso. indice della sua impotenza è il fatto stesso (centrale) ch’essa debba, a un certo punto, essere salvata dall’uomo: da questo salvataggio s’origina un sodalizio, una quieta coesistenza, tra l’eroe rispettoso della forza della natura e la natura stessa, in qualche modo conscia dell’amore del suo protettore e della propria minorità.

una differenza ch’è opportuno sottolineare è col recente godzilla di edwards: i due film differiscono non solo per concettualità, ma anche e soprattutto per il modo in cui fanno riflettere queste concettualità con la figura del mostro di riferimento. mentre kong è in qualche modo l’incarnazione d’una forza che esula dalla comprensione dell’uomo e che lo precede, godzilla è sembianza di ciò che l’uomo ha creato, di ciò che l’uomo ha distrutto (si risveglia grazie a delle radiazioni, nutrendosi delle stesse come i suoi antagonisti): entrambi risalgono a un’epoca preistorica, ma kong è confinato in uno spazio che è il suo dominio (e all’interno di quello spazio è distruttibile, proprio come la sua stessa isola) mentre godzilla scorrazza ovunque, è incontrollabile e praticamente indistruttibile. i due mostri non differiscono solo per grandezza, ma anche per potenza e target: kong protegge la sua isola e sé stesso, godzilla protegge il mondo intero. a partire da una differenza del genere, non c’è da sorprendersi che il film dedicato al lucertolone radioattivo sia ben più post-umano (e quindi sorprendentemente attuale, pur non spiccando per originalità) di quello incentrato sullo sproporzionato primate: in fin dei conti non è un caso che nel primo i protagonisti siano impotenti formichine che cercano disperatamente di non rimanere schiacciate dalla battaglia tra creature e nel secondo siano degli eroi intangibili, scalfiti solo nei momenti che precedono lo scontro finale (in cui neanche rischiano di essere uccisi, essendo che l’alleanza tra la bestia buona e l’essere umano è di un’evidenza palmare tanto quanto la superiorità dello stesso) – quando si parla di godzilla l’uomo è alle prese con l’incontrollabilità degli esiti delle sue azioni, quando si parla di kong esso affronta invece la fallibilità delle forze che l’hanno preceduto, e che faticosamente tutt’ora è in grado di sottomettere. l’unico modo che skull island ha per rendere post-umano il conflitto tra i nostri eroi e una creatura così umanista (mi si perdoni) è quello che vediamo nella prima parte: un tono cinico e feroce, atto a rendere il conflitto stesso una cavalcata folle e grottesca in cui la bestia somiglia a un fantoccio feroce e gli uomini che le fanno da contraltare ad altrettanti burattini. il tentativo però fallisce, come fosse calamitato dalla sua intrinseca mediocrità: benché il finale sia brutto come un qualsiasi finale d’un secondario blockbuster contemporaneo, in un contesto così straniante non fa che sembrare ancora più brutto. non resta che, voltandosi verso l’ingenua e sognante versione di jackson, provare un moto di nostalgia: nella sua mancanza completa di pretese, quello era un giocattolone efficace. nella sua idiota contraddittorietà, questo è un pastrocchio deludente, incapace di reggere le aspettative ch’esso stesso struttura nei primi minuti.

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