Che Vuoi che Sia di Edoardo Leo

a conti fatti noi e la giulia lasciava ben sperare: era grottesco, caricaturale, stupido e semplicista ma si gettava al di là della sua idiozia per lanciare un grido malinconico dal sapore vagamente generazionale, socio-politico nel momento in cui si chiudeva su degli stereotipi e cercava d’affrescare più contesti, più condizioni, più solitudini all’ombra di un solo apparato comunitario. il suo finale, somigliante per certi versi allo sberleffo di l’abbiamo fatta grossa di verdone, si chiudeva in un gorgoglio metaforico che mescolava un respiro epico a una desolata costernazione. tutto quel che di buono c’era in quel film, o che per lo meno spingeva quel complesso a sopportare i colpi provenienti dalla sua stupidità, dal suo pressappochismo e dalla sua ridicolaggine, in questo che vuoi che sia sembra essere svanito del tutto: quel che ci si trova davanti fin dalle prime scene è un pastrocchio indefinibile, raffazzonato, disperatamente alla ricerca di qualche espediente per tirare avanti di scena in scena, tragicamente somigliante a smetto quando voglio (il primo, unico che il sottoscritto ha avuto la forza di vedere).

e veniamo del resto accolti da uno degli elementi che normalmente, per la stessa natura del prodotto, non saremmo portati a notare (ma che questa volta, e in modo piuttosto avvilente, spesso prendono il sopravvento sul resto): un esercizio stilistico superfluo, un breve piano-sequenza che ci accompagna nella presentazione dei protagonisti e dei titoli di testa – l’idea di inserire i nomi di interpreti e altro nel continuum visivo d’una sola ripresa è inutile, forzata e francamente incomprensibile, e sono questi dei mantra (la forzatura, l’inutilità, l’incomprensibilità) che la regia del film ripete dall’inizio alla fine, tra banalissime inquadrature che s’alternano con staticità disarmanti e carrellate velleitarie, tra droni che volano senza nulla da mostrare e fughe all’indietro che si concentrano poi su un ambiente privo di consistenza (come a dire ‘ecco, ci sono, utilizzo un drone, esco dalla finestra e volo all’indietro, e questo è quanto’). per quanto si riconosca la vacuità di un’analisi stilistica di una commedia come questa, è opportuno notare quanto essa di fatto arrivi a essere l’unica scappatoia possibile: dal punto di vista narrativo che vuoi che sia è disperante, non lascia via di scampo. si barcamena tra personaggi inconsistenti (primo tra tutti, e dispiace infinitamente dirlo, un papaleo privo d’un ruolo e d’una caratterizzazione, utile solo a far da spalla comica con un cinismo trito e ritrito, insostenibile e monocorde e tristemente tra i protagonisti) e interpreti mediocri (e qua il primato va allo stesso leo, incapace di essere credibile – tra monologhi rabbiosi improbabili, false sbronze dilettantesche e altre ingenuità diffuse) e si struttura a partire da espedienti forzosamente attuali (il crowdfunding, ‘il popolo della rete’, la viralità, la giovane imprenditoria digitale e così via) o nazional-popolari (alcuni passaggi della sceneggiatura sembrano usciti da post di facebook di terza mano) per finire poi ad arenarsi completamente nell’infelicità dei suoi esiti – non sa dove andare a parare e perde pezzi man mano che si avvicina al finale, oscillando tra delle più riuscite parentesi drammatiche ma arenandosi completamente nel suo epilogo da commedia rosa. per la maggior parte del tempo, questo racconto non fa che ricordare a chi lo guarda quanto un’idea attuale e potenzialmente efficace in fase di circolazione non possa reggersi solo sui propri presupposti contestuali, e quanto un film che si basi interamente su un singolo espediente non possa tralasciare di netto le sagome che su quell’espediente si muovono e crescono. quando ci si accorge che la sinossi del film coincide con l’interezza della sua trama si è costretti a fare i conti con la magrezza di quanto leo ci sta proponendo, con la scarsità dei suoi mezzi comunicativi, con la quasi-amatorialità dei suoi espedienti stilistici.

il tutto è piuttosto triste, anche perché, e lo diciamo senza vergogna, dopo noi e la giulia ci avevamo sinceramente sperato. la moltiplicazione di macchiette e situazioni paradossali qua non c’è, cede il passo a un deserto di relazioni e personaggi incapace di farsi drammatica (se non in una sola scena, quella della cena coi genitori) e incapace di farsi parabolica (l’aggancio generazionale è spinto dalla figura del figlio, ma decisamente non basta a risollevare le sorti del complesso). l’equilibrio che queste commedie dovrebbero andar cercando (e parliamo di questa come di smetto quando voglio come di noi e la giulia come di l’abbiamo fatta grossa, per citarne tre a caso) è talmente flebile ch’esse tendono a perderlo di vista e crollare in mille pezzi in un battito di ciglia: si basa su una tensione tra caricatura, grottesco, critico, malinconico, socio-politico, nazional-popolare, su quelli che sono i lasciti ultimi delle commedie all’italiana di qualche decina d’anni fa. laddove il precedente film di leo riusciva a reggersi bene in piedi, questo non riesce a muovere neanche qualche passo. che vuoi che sia è indifendibile. non resta che, con un po’ di costernazione, dirsi (appunto) ‘che vuoi che sia’ – nell’attesa di qualcosa di meglio.

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