Manchester By the Sea di Kenneth Lonergan

lee chandler è costretto a tornare a manchester per il funerale del fratello. il contatto coi suoi ricordi del luogo e della vita che ha abbandonato trasferendosi altrove si rivelano più pesanti del previsto, la vicenda che lo vincola al nipote che gli è dato in affidamento si carica di dolori quasi impossibili da sopportare, l’incontro con persone che riemergono dal vissuto da cui il pover’uomo si è voluto allontanare è troppo avvilente. piuttosto che trasformarsi in una parabola di redenzione, di accettazione e di elaborazione del lutto, in una delle più classiche formule che portano alla rinascita emotiva un protagonista straziato, manchester by the sea si blocca su un buco nero inscalfibile, s’inceppa su un trauma che sembra troppo per chiunque. benché le possibilità d’una nuova messa in moto ci siano eccome (il ragazzo da accudire, nuove conoscenze, vecchi amori che s’incrociano per strada) il personaggio di affleck sembra immobile sul suo dolore: non si muove d’un passo, non accenna a schiodare la testa dal buco nella sabbia in cui l’ha ficcata. la sua chiusura priva ognuna di queste possibilità d’un risvolto narrativo proprio nel momento in cui rilancia la propria capacità mostrativa: in ogni interazione, dietro ogni frustrazione si cela un’insistente quanto vibrante umanità, in grado di riflettersi più che mai chiaramente in una superficie immobile e sofferente come quella del nostro eroe – depresso, scontroso, taciturno, cupo, distaccato, costantemente a disagio, il buon chandler è nella prima parte del film oggetto d’un vero e proprio giallo: si vede che soffre, ma non si capisce fino in fondo perché. quando tutte le carte vengono distribuite sulla tavola, la sensazione che restituisce la parvenza d’un suo percorso è simile a un vuoto cosmico, a un deserto relazionale senza via di fuga: nulla può tornare indietro, nessuna tendenza può invertirsi, resta solo un desolante senso d’impotenza. la morte che funge da pretesto al racconto, quella del fratello del protagonista, chiude quindi un ciclo di eventi a priori d’una narrazione che di fatto si situa a posteriori di qualsiasi sviluppo e finisce per chiudersi sul niente. tutto quel che è successo, tutto quel che ha scosso, tutto quel che ha avuto qualche possibilità s’è esaurito per sempre. per quanto questo presente statico e meschino porti le cicatrici di ciò che l’ha invalidato e atterrito, in esso si consuma un silenzioso e lentissimo gorgoglio post-atomico: l’apocalisse è già avvenuta, i personaggi che ora si muovono per queste lande (desolate) sono l’ombra di ciò che furono e di ciò che hanno perso, di ciò che ogni giorno si riscoprono a voler perdere. la rarefazione di tutto ciò che circonda un apparato umano così preponderante è funzionale alla valorizzazione dei soggetti in scena: quel che hanno trascorso li ha privati di qualsiasi forza, di qualsiasi volontà attuativa. il soggetto principale di queste immagini le priva d’una potenzialità nel momento in cui esse si chiudono su di lui e lui semplicemente si nega. statico e melodrammatico, il film di lonergan si basa quasi esclusivamente sulla costruzione delle proprie impossibilità e sulla frustrazione dei propri risvolti, finendo per enfatizzare le capacità recitative dei suoi protagonisti e per giocare coi suoi rari inserti ironici, addolcendosi su contrappunti musicali che, analogamente a quelli paesaggistici, accompagnano le forme umane in primo piano e vi slittano alle spalle, finendo per svanire del tutto. un film profondamente umano, quindi, che nell’umanità sembra volersi chiudere in modo semplice e quasi didascalico, approdando in qualcosa di simile a uno scarnificato spaccato di vita privo di qualsiasi slancio che non sia quello d’una frustrazione mirata a negarsi la stessa idea d’un movimento. per quanto riguarda questo cinema, così immediocrito dalla dittatura della parola scritta e dall’aderenza di queste immagini al solo tessuto umano (sezionato nella linearità temporale, fisso però sui cardini della comprensibilità diegetica) c’è ben poco altro da dire: funziona per quel che deve funzionare, per tutto il resto rimane datato e poco interessante, al limite dell’esercizio di stile pseudo-televisivo.

[★☆☆☆☆]

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