The Look of Silence di Joshua Oppenheimer

il documentario si apre con lo sguardo che il protagonista rivolge alle immagini dei carnefici di suo fratello. intervistati e invitati a ripercorrere le efferatezze dell’epurazione anticomunista (sulla falsariga di the act of killing) questi descrivono le modalità dello sterminio, dalla decapitazione all’evirazione, e lo fanno con la fierezza che inevitabilmente deriva dalla rispettabilità di cui tutt’ora godono all’interno della società indonesiana. alternando l’intensità di quest’attenzione addolorata a quel che somiglia a un viaggio teso alla ricerca della verità, oppenheimer segue il suo eroe in una serie d’incontri con i diretti responsabili dell’omicidio – dalla testimonianza dei carnefici al confronto con gli stessi, in una continua alternanza tra due piani complementari e paralleli, analogamente incapaci di raggiungere la loro meta ideale. da una parte una riflessione, una meditazione, un gorgoglio che non riesce a capacitarsi di quanto gli si sta parando davanti: la costernazione d’un gruppo di vittime (il protagonista e i suoi genitori, nello specifico) costrette a vivere a diretto contatto coi responsabili delle loro sofferenze, costrette a sapere e a chinare il capo, ad assistere e a tacere; dall’altra parte lo strenuo tentativo di porre all’attenzione degli stessi assassini la contraddizione delle loro azioni, l’efferatezza, il peso morale dei loro gesti – per ottenere che cosa? delle scuse, delle ammissioni, forse nulla di preciso. questo silenzio brama una voce, questo dolore agogna un perdono: entrambi vengono elaborati nel raccoglimento della solitudine e poi ricercati nel confronto con l’altro, col ‘nemico’. col pretesto dell’indagine/inchiesta (quel che viene chiesto ai testimoni è sostanzialmente una cronaca di quanto accaduto) si effettua un vero e proprio percorso di formazione il cui scopo è nient’altro che la riconciliazione col passato, con la storia d’un paese e d’una comunità, un moto indecifrabile e indefinibilmente violento che ha travolto conoscenti, vicini, parenti e amici: il tentativo del povero adi di far pace con sé stesso, di ottenere qualcosa dai colloqui con gli assassini del fratello, si rende quindi un percorso di affermazione culturale, una questione emergente.

quel che la storia ha scolpito su queste persone, il loro passato, s’è cristallizzato in una serie di continue elaborazioni fino a snaturarsi del tutto: poco importa se i testimoni di questi eventi li abbiano rimossi o distorti per difendersi, per sopravvivere al peso di quanto accaduto, per riuscire ad andare avanti al di là del senso di colpa, della coscienza dell’orrore – essi hanno tirato su delle barriere impenetrabili, hanno filtrato i loro trascorsi fino a farne delle maschere che celano un vuoto siderale. adi, che durante le sue interviste infila a tutti degli occhiali quasi a volerli mettere simbolicamente in condizione di scorgere (di nuovo?) la verità, non può che scontrarsi con queste impalcature, con questi falsi orgogli, con queste demenziali serenità e altrettanto improbabili dimenticanze, a rischio di spezzarsi le ossa e non riuscire più neanche a muovere un passo.

quel che sorprende è proprio il modo in cui viene concettualizzato il vero: esso non riesce proprio a fare la sua comparsa, negato strenuamente dai carnefici al momento del confronto con le vittime e al tempo stesso soltanto simulato, figurato dai video in cui gli stessi ripercorrono lucidamente le proprie azioni. la storia è una verità scomposta, inapparente, di cui non restano che simulacri confusi e contraddittori: il contrasto tra silenzio e voce è analogo a quello tra sguardo e impossibilità-di-sguardo, mette in campo le possibilità e le impossibilità di questo cinema. la bocca di adi resta serrata dinnanzi alle immagini che oppenheimer gli mostra: non c’è nulla da dire dal momento in cui esse sono nel medesimo istante traccia e fantasma di un arcano – ne parlano ma lo celano, ne esibiscono i segni ma ne impediscono la visione, lo presentificano ma lo gettano altrove, lo occultano, lo rendono assente. gli occhiali non bastano ad aprire questi occhi, a far scorgere loro la profondità dell’accaduto: restano serrati come quelli del padre cieco e sordo del protagonista – un’umanità sofferente, imbestialita, simbolo di tutto ciò che queste persone e questi luoghi si sono ridotti a essere. in definitiva, queste immagini risuonano di un’impossibilità palmare: sono tutto e solo quel che può farci accedere alla realtà, ma al tempo stesso ce la negano (e sempre ce la negheranno) – sono un filtro necessario.

largamente più ordinario del suo predecessore, ma non per questo meno incisivo, the look of silence si concentra sugli stessi fulcri teorici pur avendo tutt’altro focus narrativo. ancora una volta la sua efficacia emerge dalle modalità del suo farsi e dalla vivida capacità ermeneutica di queste visioni (ed è un’ermeneutica dell’impossibile, un’ermeneutica che si blocca su un limite invalicabile per definizione).

[★★☆☆☆]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...