The Act of Killing di Joshua Oppenheimer

l’espediente che oppenheimer mette in scena per descrivere la purga anticomunista indonesiana del ’65 va al di là del mero pretesto comunicativo, è un vero e proprio filtro grammaticale in grado di capovolgere le modalità, le intenzioni e le implicazioni di questo cinema: i due gangster che ripercorrono le loro azioni e le mettono in scena sono al tempo stesso i soggetti principali e gli autori del film – è meta-narrativa allo stato puro non dal momento in cui inscena un processo di produzione cinematografica, ma nell’attimo in cui si rende in sé un processo nel suo farsi. viene da pensare che il modo in cui questo racconto si dà sia a monte della narrazione soltanto da un punto di vista ordinativo: è deciso che le sue modalità saranno in un certo modo, ma al di là di questo null’altro è prestabilito. il documentario in quanto ambiente del naturale, ambiente dei processi da scoprire e non da sondare e padroneggiare, in questo senso si fa palcoscenico d’una possibilità che si struttura durante la sua attuazione. queste immagini esistono come contenitori, completamente impreparate a ciò che andrà a saturarle/incarnarle: quel che ospitano, e quindi il cinema-nel-cinema, è qualcosa che semplicemente accade, al loro interno come in uno spazio geografico, è qualcosa che si verifica e s’attua con una naturalezza spiazzante. l’atto, che riassume in sé la mattanza dei gangster e la spietata crudeltà del fare-cinema (sia meta-testuale che testuale – sia quello di oppenheimer sia quello di congo) è qualcosa che riempie uno spazio vuoto, che affresca una geografia incorniciata da un’esigenza ben precisa: quella di una persistenza e di una permanenza, di un’indagine della realtà ch’è ben consapevole dei suoi limiti e al tempo stesso fin troppo conscia della sua necessarietà. quando uno dei protagonisti arriva a dire che ricostruendo le torture e le uccisioni in cui egli stesso è stato coinvolto s’è trovato a capire ciò che le sue vittime hanno provato poco prima di morire, è lo stesso oppenheimer a intervenire con una correzione – a dirgli che ciò che si sta mettendo in scena qui e ora è una finzione, un artificio, una recita, che non ha nulla a che vedere con la sofferenza che le vittime della purga hanno sperimentato: è questa una dichiarazione grammaticale di cui questo cinema si consapevolizza – come a dire che l’immagine è una possibilità destinata a concretizzarsi in un gesto, in un simbolo, in una rappresentazione, ch’è in sostanza la possibilità d’una contraddizione (d’un paradosso): è tutto-e-solo ciò in cui il reale può confluire eppure non può aderirvi completamente. se la realtà di cui si parla è quella in cui si concretizza un’aberrazione, una violenza (l’atto di uccidere, appunto) allora questa violenza (che è la morte) diventa la testimonianza invisibile di ciò che è e che, dal momento in cui è stato, non può che rivivere nelle sue impossibili rappresentazioni. l’atto di uccidere si traveste da processo artistico, da creatività divagante e ingenua (quella dei gangster) e così facendo si rende incognita, si fa arcano, scompare. the act of killing è un organismo del possibile: esiste e si osserva e si costruisce e si fa costruire dai suoi interpreti come dai suoi protagonisti, è indipendente da qualsiasi intento autoriale e da qualsiasi principio ordinatore. è il suo mistero che l’anima, che lo fa crescere e che lo scuote dall’interno.

la singolarità del gesto viene riaffermata, ma la sua impotenza è insopprimibile. è una rivendicazione teorica che scalpita dall’inizio alla fine per entrare in scena: se le immagini sono così ridicole, così inadeguate, così derivative, come mai fanno così male? perché queste ricostruzioni sono pugni allo stomaco, perché il carnefice si commuove dinnanzi ai patimenti che ha inflitto? è della realtà a monte di queste rappresentazioni che si soffre oppure si incassano i colpi di queste immagini in quanto tali? il simbolo è efficace grazie al suo rapporto privilegiato con la realtà di riferimento oppure funziona grazie alla sua singolarità (indipendente dal rapporto iconico)? più si va a fondo nelle implicazioni che quest’esperimento si porta dentro più ci si rende conto che il problema riguarda il cinema tutto (e qualsiasi immagine). è del resto innegabile che, dal punto di vista visivo, the act of killing tenda a rimpiazzare completamente il dominio del reale con quello della farsa: ed è una farsa parossistica, demenziale, piegata alla dittatura del suo farsi e alla parzialità ingenua dei suoi moventi – gli espedienti che i protagonisti mettono in scena per imporsi sull’immaginario comune come eroi sono fuoriluogo eppure sono tutto ciò che ci è dato per ripercorrere le tracce delle loro azioni: la figura del gangster, l’esasperazione teatrale, le intromissioni musicali e così via. l’estensione della temporalità di queste torture rende più intenso il loro rapporto con la realtà di riferimento, ma essa è una realtà che si origina dalle sue rappresentazioni (non accade l’inverso, come i più sosterrebbero): è a partire da questo cinema che s’inferisce qualcosa che l’ha preceduto. e oppenheimer arriva sorprendentemente a somigliare a sono proprio nel momento in cui fa agitare delle sagome che, nel loro agitarsi, capovolgono le tensioni che inizialmente sembrano ingabbiarle nella loro incomunicabilità: i protagonisti di questo film prima si danno come parte d’una realtà che vuole attuarsi in una finzione e poi finiscono per rivelarsi finzioni che attuano una realtà nuova. è sempre più difficile districarsi dal dominio dell’immagine: ben presto nella dittatura di queste figure cessano d’esistere sia una realtà basale sia una realtà inferenziale, la realtà stessa si fa paradosso, si fa mistero, si fa atto. è ovunque ma non è da nessuna parte, è tutto e solo ciò che ci è dato, è un simulacro.

avvicinandosi alla morte, the act of killing arriva a smarrire qualsiasi punto di riferimento. gli sono ben chiari i suoi limiti ma non capisce in quale sistema di valori inserirli. la reiterazione di un gesto ch’è sempre meno chiaro e sempre meno inquadrato, sempre più folle e demoniaco nella sua ineffabilità, eppure sempre più presente e persistente e opprimente, arriva a farne pura astrazione. tutta quest’angoscia non ammette vie di fuga: è totale, dispotica, è omicida. non le interessa nulla dell’indonesia, del gangster movie, del comunismo, della purga, non le interessa niente di niente: non ha motivazioni né intenti, non ha regole, non è teleologica. accade. questo cinema lo rende possibile e facendolo si nega, s’estingue: non c’è più niente da mostrare che non sia l’atto-del-mostrare (l’atto di uccidere).

[★★★☆☆]

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