Barriere di Denzel Washington

si racconta la vita d’un padre di famiglia afroamericano nell’america degli anni ’50: la tensione tra dovere socio-culturale e affettività, il conflitto tra dignità e degrado, svariate problematiche legate alla complessa personalità del protagonista e così via.

barriere si chiude in uno spazio intimo senza sondarlo affatto, tra dei confini che sono più relazionali che geografici fin da subito: benché la casa sia il palcoscenico di quasi tutte le scene del film la sua planimetria resta imprecisa, i suoi spazi intravisti appena, la sua presenza resa mero sfondo – diviene una comparsa, una figura, una maschera effimera pronta a cedere il passo a visioni che (se fosse davvero una rimarca poetico/estetica) potrebbero sembrare inopportune e superflue (centrifughe, come quelle in cui lo spazio si sposta al di fuori delle mura domestiche). lo steccato che il protagonista sta costruendo, simbolo che su tutti s’impone all’attenzione dell’apparato allegorico, è anch’esso invisibilizzato – s’impone ma non s’imprime, anzi arriva quasi a mancare del tutto. le fences di cui si parla (e di per sé, non a caso, una barriera delimita una porzione di spazio) non vogliono riflettersi sul tessuto visivo: queste immagini non le considerano affatto né sentono l’esigenza di tradurle in linguaggio cinematografico. le tematiche di barriere sono così indipendenti da quel che  a livello estetico il film arriva a creare: slittano su un altro livello comunicativo, che è quello squisitamente linguistico. non ci vuole molto per rendersi conto che da queste parti si parla, anzi si straparla, lo si fa all’infinito tanto da oltraggiare continuamente qualsiasi pudore, lo si fa senza ritegno e lo si fa senza alcuna attenzione per cosa da queste parole viene ignorato – la narrazione è puramente dialogica, insistentemente dialogica, esasperatamente dialogica, tanto che senza far torto a nessuno si potrebbe dire che in questo film si parla e basta. tutto quel che a livello visivo viene offerto (compreso quindi l’apparato spaziale) altro non è che un contorno di questa parola, di questi dialoghi: una cornice che altro non fa che servire su un piatto d’argento la verbosità che manda avanti il racconto (e che, tristemente, lo esaurisce).

la tentazione d’aderire a un materiale teatrale di partenza è fin troppo manifesta: questo cinema è saturo di volti, di sguardi, di parole e di gesti, è rigonfio della dittatura dell’idioma e qualsiasi cosa vi s’inchina, ed esso filtra ogni informazione degna d’esser filtrata. per quanto questo dominio sia molesto, auto-referenziale e tendenzialmente noioso, per quanto questa semantica sia qui per farsi guardare e non per coinvolgere, questa sceneggiatura (che a questo punto è quasi tutto quel che resta) ha pur sempre i suoi meriti – a quanto pare sufficienti per una buona parte di pubblico. un gran numero di questioni storico/social/culturali vengono condensate in una goccia d’individualità: il protagonista è un eroe tragico, eternamente sconfitto, chiuso nella propria mediocrità – incarna tempi e culture, conflitti e disperazioni che non si limitano al terreno in cui si ambientano. la drammaticità di questo racconto, che è gran parte della sua efficacia, si sviluppa tra persone ma attinge da un’infinità di sistemi di riferimento diversi. per quanto si parli e basta, tutto sommato, lo si fa con un’intensità destinata ad affievolirsi soltanto quando il film supera la metà della sua durata – a quel punto il tutto si fa talmente ammorbante da sostenersi a fatica.

in quanto film iper-candidabile, barriere ha tutto il bene e il male che s’aggira per le preferenze dell’academy: è impegnato, è commovente, è intenso, è emotivo, è chiaro sia negli intenti sia nelle modalità, è pregno di uno strano amore socio-culturale, va avanti abbastanza a lungo da riuscire a toccare una gran varietà d’argomenti, è sia uno spaccato di vita sia uno spaccato storico/sociale, è discreto ma non rarefatto, è vacuo ma sovrastrutturato, derivativo ma stabile, spalmato su più livelli di lettura che tutti assieme funzionano, tutti assieme s’aprono, e tutti assieme arrivano fin dove possono.

[★☆☆☆☆]

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