Moonlight di Barry Jenkins

il film, diviso in tre parti, osserva altrettanti spaccati nella vita d’un afroamericano che vive in un sobborgo di miami – tra spaccio di droga, degrado e bullismo lo si vedrà fare i conti con la sua omosessualità, con la sua immagine e con i suoi affetti sempre più rarefatti. inizialmente bambino, nella fase centrale ragazzo e nella parte conclusiva adulto, il nostro eroe segue un percorso che spinge verso l’auto-affermazione ma ne rifugge continuamente l’influenza, senza arrivare mai a un culmine di qualche tipo: forse proprio in questo suo girare in circolo attorno a un punto nodale di un’apertura che in fin dei conti non si verifica la narrazione di jenkins ottiene il suo esito più efficace – sbanda senza una meta, gira a vuoto, non riesce a trovar pace.

il lato negativo di questo carrozzone disperato è il suo barcamenarsi ambiguo tra realismo, offuscamento e poesia: al tempo stesso vuole mostrare il degrado del ghetto e farvi nascere all’interno una delicata e commovente bellezza – operazione che non riesce affatto e che trasforma quel che si vede dei sobborghi americani in una maschera velata d’opacità, incapace sia d’essere cruda sia d’essere marginale. da una parte il protagonista convive con l’affermazione della propria sessualità nel medesimo istante in cui deve affrontare il proprio situarsi-nel-mondo, cosa che fa sì che la maggior parte dei dolori che gli vediamo patire attinga le sue basi proprio nel contesto in cui questi s’originano (la madre drogata, i compagni di scuola violenti) dall’altra questo contesto sembra esserci e non esserci, fare la sua comparsa per poi eclissarsi, slittare altrove, defilarsi – c’è, ma è filtrato da un buonismo incomprensibile che ne ovatta il potenziale perturbante. e non solo, diviene anzi in grado di offuscare anche l’impatto emotivo delle scene di dialogo centrali: da un mondo così fondamentalmente sospeso non emerge alcun tipo di poesia, alcun tipo di bellezza – i climax di questo racconto sono dei momenti che dicono e non dicono, che osano ma si trattengono, che tacciono. lo stesso impianto estetico di questo moonlight gli nega la brutalità di ciò che affresca: l’uso delle luci patinato e modaiolo, l’intervento di colonne sonore liriche e suggestivo (soprattutto nella prima parte) e il gioco di vedo/non-vedo che subentra in ogni occasione spinosa come una censura (sesso, droga e violenza sono completamente escluse dallo spettro del visibile) fanno sì che i momenti d’effettiva delicatezza sembrino niente più che un risultato organico del continuum narrativo – non spiazzano, non emergono, non si differenziano dal resto. nel tentativo d’oscillare tra diversi registri ma di potenziarne uno in particolare, jenkins s’arena in un impasto tutto sommato coerente e monocorde – l’andamento del film è interiore, delicato e livido dall’inizio alla fine, quel che vediamo è da subito ciò che esula dalla frustrazione del contesto in cui è immerso. come nella prima metà scopriamo che il protagonista sa fumare senza che ciò sia mai apparso sullo schermo, così nella seconda veniamo a sapere che il suo carattere s’è sviluppato e temprato senza che nulla ci sia stato mostrato (eccezion fatta per il suo aspetto). i frammenti che ci raccontano il suo quasi-sviluppo sono dei distillati d’interiorità, rendono la sua vita una riflessione raccolta invece che un continuo scontro tra tensioni antitetiche: non c’è realismo né poesia, soltanto offuscamento. il che è efficace, ma da un certo punto di vista genera delle divagazioni a malapena comprensibili e frustranti (nel momento in cui vorrebbero essere crude ma non lo sono abbastanza, o viceversa quando vorrebbero spiazzare con la loro dolcezza ma s’innestano in un continuum che non dà loro l’impatto che meritano).

basandosi su un personaggio affascinante (l’afroamericano mingherlino, silenzioso e omosessuale che si trasforma in un macho coi denti luccicanti e le catene al collo) moonlight dedica la sua prima parte a seminare e la conclusione (l’ultimo terzo) a raccogliere: è il modo in cui avviene questa raccolta a colpire nel segno. i dialoghi finali (quello con la madre prima, gli ultimi col tizio dopo) sono d’una tensione gigantesca eppure non sfociano in alcuna deriva retorica. riassumono tutte le spinte (per lo più offuscate, come già si è detto) che muovono il film e frustrano il suo protagonista (sociali, culturali, emotive) e sanno consumarsi in un silenzio avvilente, d’una densità insospettabile. benché l’impatto emozionale non si spinga mai troppo oltre, le scene che chiudono il racconto sono senza dubbio le più efficaci di tutto il complesso e funzionano nonostante il tono da salotto-bene di cui moonlight è saturo. l’epilogo, sospeso e approssimativo e proprio per questo efficace, contribuisce a dare agli ultimi minuti della visione un senso che tutto sommato travalica la goffaggine del resto del film. un peccato che siano gli ultimi sprazzi gli unici a trovare l’equilibrio, il raccoglimento e il tono che per tutto il resto del tempo s’è andato cercando senza la minima riuscita.

[★☆☆☆☆]

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