Cloud Atlas di Tom Tykwer e Andy & Lana Wachowski

cloud atlas è un’epopea postmodernista che si basa interamente sulla concezione (e gestione) del tempo e del linguaggio, iscrivendosi pienamente nella deriva linguistica di questo tipo di cinema (di cui abbiamo recentemente parlato nell’articolo dedicato ad arrival): in questo film si parla e lo si fa di continuo, in un turbine di racconti che s’alternano con una rapidità disarmante e si formano d’azioni, più che di visioni, di parole più che di momenti e di descrizioni verbali più che di sviluppi organici. l’attenzione sul linguaggio costruisce impalcature di continuo, scatole cinesi di culturalità a volte caricaturali e a volte ridicole (la neo-lingua del futuro, i vocaboli buffi dell’era dei robot, il goffo analfabetismo dello schiavo, l’ampollosità del vecchio scrittore, il romantico tono del compositore): l’attenzione per i cicli temporali, che frammenta le storie raccontate e le sparpaglia su e giù per una stessa linea, si riflette su quella per la differenziazione tra idiomi. è questo un film che propone una vastità infinita d’immagini (è un turbine di sei vicende che s’intrecciano, ognuna con svariati crescendo action) ma in cui ogni immagine fatica a emergere dal continuum: in quanto entità onnipresente, la visione somiglia terribilmente al non-luogo che tanto volentieri riempie la bocca di troppo pressappochisti saputelli in giro per il mondo – essa è ovunque, ma non è da nessuna parte. inseguita, bramata, involontariamente schivata, maltrattata, agognata ma rigettata, l’immagine di questo cloud atlas non riesce a persistere: svanisce nel flusso, portata via dalla continua ricerca d’attenzione che queste vicende incarnano, nella loro stratificazione e nella loro molteplicità (di questi sei racconti potevano essercene tre). l’impasto risultante da una così spudorata attenzione per ciò che viene detto e per ciò che tra quel che viene detto s’istaura (il primato della relazione trans-temporale e quasi trans-dimensionale è di per sé una forma di valorizzazione dell’impianto linguistico) è qualcosa di puramente narrativo, puramente dialogico – l’insistenza sulla trama e sulle concettualità della stessa, su una comunicazione intesa come trascendenza di vicende e personaggi, costruisce un andamento esasperante proprio nella sua ridondanza verbale. benché queste tre ore passino con una certa velocità (per lo più grazie a un’infinità di climax sparsi qua e là) dal primo all’ultimo minuto non si fa che sperare che questo bombardamento finisca: quando lo fa ci si accorge che al di là della sua massa questo mastodonte ha sfoggiato ben poco – di tutti questi crescendo non uno soltanto ha lasciato il segno, di questi racconti non uno soltanto s’è reso appassionante come avrebbe voluto, commovente come si sarebbe augurato o divertente come avrebbe sperato. l’attenzione per la lingua, passando per il collasso e la padronanza del tempo (questa verbalità vive il suo dominio basandosi su più coordinate, è una loro risultante) si risolve in una dittatura della vacuità: annulla l’immagine, annulla l’azione, annulla la narrazione – cloud atlas è un film talmente meta-comunicativo (ci parla di alcune vicende ma vuole mostrarci un collegamento che le trascende, ci fa vedere cose ma vuole farci capire cosa anima la loro unione, più che la loro singolarità, riflette sul linguaggio più che sul gesto) da non comunicare assolutamente niente. ci si potrebbe poi soffermare sulla grottesca idea di proporre un quasi-spirituale ciclo di reincarnazioni utilizzando sempre gli stessi attori, il cui risultato è inquietante e comico al tempo stesso: vediamo asiatici truccati da messicani, occidentali truccati da asiatici, il tutto diviene presto un ballo di mascheroni spaventosi, in cui silicone e plastica prendono il posto di qualsiasi espressività – del resto le sagome di questo film sono soltanto sagome, hanno valore soltanto per ciò che rappresentano a monte di sé stesse, per ciò che dicono – in un certo senso il loro aspetto ce lo conferma. ci si potrebbe inoltre soffermare sulla potenzialità delle scene di violenza, crude ed efficaci e spiazzanti, ma anch’esse maltrattate nel continuum vorticoso di colori e scene – il film, essendo squisitamente linguistico, è anche presuntuosamente umano: la morte non s’impone affatto nel suo orizzonte, accade e tace e viene fagocitata dal rombare della vita. si potrebbe infine spendere qualche parola sull’inconsistenza effettiva di questi frammenti spazio-temporali: che si ambienti in un futuro cyberpunk, in una fumosa metropoli poliziesca, in una nave ottocentesca o chissà dove la narrazione mantiene la sua inconsistenza, scivola verso la sua trascendenza senza degnarsi di sfiorare la materia su cui si basa. l’idea di basare dei micro-mondi sulla relazione invisibile che li lega si trasforma in un pretesto per privare ognuno di questi universi della propria identità.

cerchiamo però d’essere meno meta-testuali, per una volta. per dipanare una matassa così leziosa e demente è richiesto un lavoro d’esegesi noioso, meccanico e completamente velleitario (proprio come velleitaria è la materia di partenza) in cui però forse, per trovare il poco di buono che c’è in questo marasma, vale la pena d’addentrarsi. a ben vedere, ogni vicenda finisce per trasformarsi in una parabola sulla libertà e sulla sua ricerca – sia essa civile, sociale, artistica o chissà che: il denominatore comune di questi esseri umani (categoria che arriva a includere anche i loro costrutti – gli artifici) sembra essere proprio questa direzione, questa necessità. il loro obbiettivo è quello di trascendere i sistemi in cui sono inseriti, proprio come quello dei racconti in cui fanno la loro comparsa: il film si compone di scatole cinesi che inseguono l’ascensione, di movimenti centrifughi che svelano continuamente l’assenza di un nucleo di partenza. [e però siamo stati di nuovo meta-testuali, nostro malgrado. riproviamoci.]
è interessante soffermarsi sul titolo del film, preso dall’opera che il compositore completa verso la fine della pellicola grazie alla comprensione della natura trascendente delle relazioni umane (mettiamola così). la sinfonia incarna proprio questa meta-linguistica, e infatti si sente qua e là (come colonna sonora) in ogni spazio-tempo. è questa una rivendicazione teorica: l’arte, meta-linguaggio per eccellenza e per definizione, è l’unica semantica in grado di attraversare il tempo. in questo senso lo stesso cloud atlas (e qui l’omonimia del contenitore con uno dei suoi contenuti è ben più che presuntuosa) è un gigantesco messaggio trascendente lanciato in avanti e indietro nel tempo, uno spartiacque in grado di elevarsi al di sopra del particolare per gettare le basi di una nuova universalità. [e però siamo stati di nuovo meta-testuali.]

di fatto è impossibile attenersi alla diegesi, essa stessa non s’attiene alla sua materia. il più grave errore di questo film è proprio quello di basarsi sul meta-testuale ignorando completamente il testuale: una buona idea che parte da presupposti sbagliati e finisce per mozzarsi le gambe da sola a causa della sua presunzione. d’altra parte per ottenere qualcosa di meno vacuo di così probabilmente sarebbero state necessarie dodici ore, anziché tre. e queste tre sono state anche troppo frustranti.

[☆☆☆☆☆]

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