Grizzly Man di Werner Herzog

il documentario segue i passi di timothy treadwell, famoso esploratore ambientalista che morì divorato da un orso assieme alla compagna durante uno dei suoi periodi di convivenza con la natura selvaggia. il montaggio include una piccola parte del copioso materiale girato da treadwell stesso, qualche intervista o inserto girati da herzog e la voce del regista costantemente all’opera nel commento e nella guida interpretativa di quanto appare sullo schermo. il film ruota attorno alla figura di un ennesimo eroe pazzo, un uomo che ha cercato di sondare un confine insondabile per definizione, un povero diavolo tormentato da una vita infelice che ha trovato le risposte laddove pochi altri avrebbero osato spingersi: la natura, spesso al centro di queste visioni, è lo specchio caotico e incomprensibile di un’individualità che raccoglie in sé una spinta antropologica, universale, destinata all’impotenza e al fallimento nel momento stesso in cui dirige la sua attenzione a una minaccia che non può comprendere. il buon tim, bambino angosciato che lo sguardo del regista indaga tramite l’auto-analisi delle sue riprese, ha dato alla sua esigenza un valore positivo, l’ha tinta d’incanto – herzog non riesce a seguirlo in questo: nello sguardo delle bestie egli intravede indifferenza e non amore, nella sorte di treadwell un monito invece che una riconciliazione. proprio attorto alla fine del protagonista ruota gran parte del documentario – la morte dell’uomo è al centro della sua parabola infelice e si configura come evento di massima ambiguità per due motivi: innanzi tutto a causa del suo valore interpretativo (in grado appunto di elevare la sventura dell’esploratore a profezia metaforica) e in secondo luogo grazie alla partecipazione non meglio chiarita di uno dei personaggi più misteriosi di tutta la ricostruzione, amy huguenard. se da una parte l’atrocità della violenza viene risparmiata a chi guarda solo nel momento in cui viene fatto sentire il frammento audio che riporta le strazianti grida delle due vittime del grizzly, per tutto il resto della durata essa viene sottolineata e sondata da svariati punti di vista: l’enfasi su una disperazione così macabra e priva di speranze è in un certo senso la riaffermazione del fallimento del nostro eroe, l’impossibilità di una lettura positiva. dall’altro lato, la figura della compagna dell’uomo getta forse luce su uno degli aspetti più lacunosi della ricostruzione di herzog: perché la huguenard è rimasta a morire con tim? perché compare così poco in questi video? che ne è delle altre donne che hanno affollato la vita del protagonista? il regista sembra seguire le intuizioni che gli stessi filmati di treadwell gli suggeriscono: minimizza l’apparato relazionale dell’esploratore (facendolo defilare dall’inquadratura, proprio come fa la ragazza una delle poche volte in cui fa la sua comparsa) e si focalizza su di lui, vi si chiude sfocando tutto ciò che c’è attorno. timothy diviene quindi un personaggio-limite, una figura quasi allegorica, i cui drammi personali svaniscono per rendersi pura massa: soffre, ma non è importante il motivo della sua sofferenza – ama, è amato, ma conta soltanto la forza che lo spinge a vivere e morire nella natura. la morte è quindi l’apice del suo essere-limite, l’apice della sua iconicità (lo innalza, innalzandolo lo opacizza).

rilevante è il modo in cui herzog riesce ad annullare la distanza tra umanità e bestialità proprio nel momento in cui riafferma l’abisso che le separa: esse arrivano a somigliarsi e lo sguardo di treadwell è come quello dell’orso, indifferente e incomprensibile – nel momento in cui viene detto del grizzly “non è chiaro se la sua sia giocosità o disperazione” e questo è proprio quel che troppo spesso durante la visione ci si potrebbe trovare a dire del povero protagonista. la morte che l’esploratore non è in grado di riconoscere come parte del caos che compone l’universo arriva quindi a essere il passaggio necessario per giungere all’indistinzione semantica dei due mondi: timothy è stato folle non solo nel voler abbattere certe barriere, ma anche (a monte di questo) nell’averle tirate su – è stata la sua miopia a istituire un confine che separasse l’universo degli umani da quello degli animali e a spingerlo dunque a oltrepassarlo. la sua morte in un certo senso getta una lucida chiarezza su tutta la faccenda – una volta vista, si rende chiara la somiglianza tra il suo sguardo e lo sguardo dell’orso, tra le loro follie. la potenza della sua tragedia spazza via l’ingenuità di quest’amore, di questa rabbia, di questa gioia.

quando la sua vita si spegne, all’umanità che guarda non resta che il dolore d’una perdita così a malapena comprensibile, del resto lascito della medesima ingenuità di treadwell. la voce di herzog si avventura allora in ardimenti metaforici più o meno fuori-luogo: la sua è una presunzione totalitaria, iconoclasta (vandalizza la materia che presenta e indaga) e vandalica, e del resto non possiamo che assecondarla. c’è poco altro da dire, in fondo, e forse quanto detto dal protagonista nei suoi stessi filmati è più che sufficiente. nella sua vita e nella sua morte sono racchiuse tensioni insopprimibili, ironicamente le stesse che sembrano aver concesso a questo cinema d’esistere.

[★★☆☆☆]

 

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