Stay di Marc Forster

uno psicologo si trova tra le mani un paziente piuttosto complesso: preannuncia che si suiciderà il giorno del suo ventunesimo compleanno, sembra in grado di predire il futuro, incontra i suoi parenti defunti e così via. il rapporto tra i due diverrà per l’uomo sempre più destabilizzante, fino a mettere in discussione non soltanto la sua identità, ma anche l’intera natura della sua esistenza.

il thriller psicologico di forster si basa, stilisticamente, su transizioni deliranti e sulla costruzione d’un mondo straripante di minuscoli dettagli inspiegabili: da una parte il rapporto tra i protagonisti si fa sempre più folle proprio grazie al modo in cui lo sguardo registico gestisce la loro alternanza e la loro collocazione spazio-temporale, dall’altra l’universo visivo si rende vero e proprio coacervo d’informazioni nascoste, subliminali, stranianti soltanto dal momento in cui vengono identificate come tali. il lavoro sulla realtà narrativa è sia de-strutturante sia comunicativo: da una parte i rapporti di consequenzialità (spazio-temporali) vengono compressi, stratificati, sfilacciati, di volta in volta resi più ambigui e caotici, dall’altra l’universo narrativo si delinea sempre più come spazio d’una comunicazione metaforica in cui non è chiaro se l’allegorismo colleghi delle menti, degli incubi o dei messaggi in codice dell’autore. punto debole più rilevante del film è proprio l’esasperazione di cui queste trovate si caricano coll’avanzamento del minutaggio: l’impasto visivo di stay non tarda a farsi repentino e al tempo stesso ridondante, insistendo fino alla nausea su cambi di scena improbabili e molesti, per giunta sostenuti da una grafica computerizzata che ancor di più evidenzia le scomodissime conclusioni della maggior parte delle scene – quel che nei primi minuti del film diverte e interessa (gli indizi disseminati tra dialoghi, riferimenti, oggetti di scena, comparse, tagli, rimandi tra i personaggi e tra i luoghi in cui si muovono) nei secondi inizia a stancare, nei terzi a farsi ridicolo ed estenuante. è del resto l’unica valvola di sfogo per un racconto che ha ben pochi sviluppi al di là dell’incipit e di qualche ripresa del rapporto tra i due protagonisti, che forse svela troppo presto gran parte delle sue carte e che non ha altro da fare se non insistere su quelle per tutta la sua durata. al netto di una gestione così immatura, di abusi così gratuiti e ridondanti di una sola e insistita materia visiva e cinetica, stay riesce comunque a fare il suo lavoro grazie alla tematica affrontata e al modo in cui l’affronta.

[di qui, per chiunque non volesse rovinarsi la sorpresa, si parlerà di ciò che viene rivelato soltanto verso la fine del film.]

a ben vedere quel che stay racconta è il rapporto tra un demiurgo ricolmo di sensi di colpa (il ragazzo che ha l’incidente) e le marionette ch’egli dispone in un suo mondo di fantasia. il rimando alla produzione artistica e alla relazione autore/personaggio è immediato: il punto di vista è quello di uno dei personaggi che l’immaginazione dell’autore ha disposto e reso in grado di vivere, muoversi e provare emozioni. il colpo di scena finale non svela solo la vera natura di una sagoma o di un luogo, bensì quella di un intero cosmo rappresentativo: tutto ciò che vediamo durante il film, dai luoghi ai personaggi ai loro dialoghi ai tempi in cui essi abitano al modo in cui la loro percezione viene modificata o sconvolta, altro non è che ciò che la vittima dell’incidente immagina in punto di morte. il senso di colpa ch’egli prova diviene duplice: da una parte si rivolge inevitabilmente alla sua famiglia, dall’altra si specchia nella natura di ciò che ha creato. è un po’ come se la vita che ha donato a delle sagome (di derivazione reale – i protagonisti sono ispirati a persone che realmente lo soccorrono) le costringesse in qualche modo a soffrire (e del resto soffrono proprio del loro essere-sagome) e al tempo stesso lo gettasse nel rammarico di costringerle a un tale struggimento. il film si chiude in un pessimismo cosmico dal momento in cui rilancia una speranza finale (la scintilla che s’accende tra i due veri tizi che hanno soccorso il povero ragazzo) proprio nel momento in cui nega qualsiasi scappatoia interna all’universo testuale: queste sagome, nell’esser tali, sono costrette a soffrire – generate da un dio morente, spinto a dar vita al loro mondo soltanto perché in punto di morte, a loro volta agitate dalla consapevolezza sempre più evidente d’esser parte di quel mondo – e chi le ha messe al mondo a morire senz’aver ottenuto il perdono tanto sperato. sembra che l’unica via d’uscita da un sistema così disperato sia situata al di fuori dello stesso, dove il tipo di disperazione di cui si è parlato per tutto il tempo sembra non sussistere affatto: il gioco di ombre (di sagome, di spettri – come quello del ponte di brooklyn) non esiste sotto il sole che le proietta (la realtà -?-). alla luce di un simile epilogo, la contraddizione paradossale sta proprio nel fatto che sia narrativo sia ciò che abbiamo visto accadere nella mente del ragazzo sia (meta-testualmente) quel che vediamo accadere una volta che il suo cuore cessa di battere.

il modo in cui un thriller così semplice e ingenuo arriva a scomodare tematiche tanto affascinanti è senza dubbio sorprendente. riuscendo a superare le sue ingenuità stilistico/comunicative, stay colpisce proprio grazie alla profondità delle letture cui si presta. la natura della morte, quella dell’amore, quella dell’identità vengono piegate a una testualità esasperata, concettualmente semplice ma intrigante, tanto intelligente quanto efficace dal punto di vista narrativo. quel che non funziona, si potrebbe dire, lo fa consapevolmente: è del resto la mente d’un ragazzo che muore, può avere i suoi punti deboli.

[★☆☆☆☆]

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