Arrival di Denis Villeneuve

l’arrivo di forme di vita sconosciute sul pianeta terra spinge i governi a tentare un approccio comunicativo: si cerca di capire che cosa vogliano e chi siano. una linguista e un fisico, assoldati dal corpo militare che si occupa della questione, si trovano alle prese con le creature e il loro apparente incomprensibile sistema semantico. per la maggior parte del tempo il nuovo film di villeneuve si basa sulla tensione che accompagna la scoperta dell’ignoto e le difficoltà ch’essa pone alla ristrettezza dell’intelletto umano: elementi tipici del genere fantascientifico che qua divengono il pretesto per una narrazione scarna ma suggestiva, sovrabbondante di una computer grafica che non invade ma che sancisce piuttosto bene (a sorpresa) il confine tra il dominio di ciò che appartiene alla cognizione umana e ciò che invece ne esula. lo sguardo di villeneuve è quasi inattaccabile e al tempo stesso s’apre al pubblico generalista grazie alla fascinazione delle sue tematiche – accusa il colpo soltanto in alcuni passaggi frettolosi e in qualche semplificazione di troppo, entrambi mirati a dare alla sceneggiatura degli input che non la facciano arenare in un’oziosità quasi-ermeneutica (la parte finale del film, più incalzante del resto, si basa su presupposti degni dell’elementarità di un film di spielberg). probabilmente senza suddetti passaggi il film sarebbe durato qualche mezz’ora in più e sarebbe andato incontro a molti più sbadigli. per il resto l’approccio al cinema fantascientifico di questo arrival è in piena scia post-modernista: si parla di una civiltà aliena che esula dalla comprensione umana (un po’ come la post-umanità di interstellar) e lo si fa da un punto di vista quasi esclusivamente linguistico (la minorità dell’apparato scientifico fa specchio alla disastrosa auto-referenzialità di nolan) arrivando poi a smarrire qualsiasi riferimento che non sia quello emotivo (proprio come nel film con mcconaughey) – a dire il vero al fianco dell’emotività subentra un altro elemento esclusivamente postmoderno, di cui però parleremo nella seconda parte dell’articolo (quella riservata a chi ha già visto il film).

il rapporto tra le figure di potere e le metodologie di cui esse si fanno vanto per risolvere problemi che mettono in dubbio la loro autorità è un sotto-testo ancora presente nel racconto di villeneuve (lo ricordiamo sia in sicario che in prisoners) – in un contesto ipotetico e gigantesco come quello dell’avvento di una civiltà aliena, esso mostra il fianco dal momento in cui si distacca da qualsiasi paradigma culturale: diviene più allegorico che realistico pur cercando di mantenersi avvinghiato alla sua stessa plausibilità – arrivando sorprendentemente a convincere più quando è contestuale e fuori-campo (l’assalto dei militari coi mitra, di cui si sentono soltanto i rumori) che quando diviene parte integrante della narrazione (la sezione finale, in cui la critica socio-antropologica cede il passo alla pretestuosità plottistica). nel momento in cui l’essere umano prende campo al posto della speculazione e si pone al centro del sistema di equilibri che regge il film qualunque tematica contingente viene spazzata via: ancora una volta questa fantascienza è talmente umanista da trattare l’altro (è più opportuno dire ‘il linguaggio-altro’) come mera estensione delle capacità umane – non c’è più qualcosa che esuli dal loro dominio, dal momento in cui presupposto unico di queste narrazioni è che quel dominio sia sondato a-priori (e qua rimando di nuovo alla seconda parte dell’articolo): al posto dell’umanità trascesa che guida il suo stesso embrione verso il raggiungimento della sopravvivenza abbiamo un linguaggio che si presenta, inedito, dinnanzi a chi di per sé è già in grado di comprenderlo – è un macro-sistema che si specchia, più astratto rispetto al blando meccanismo di nolan ma comunque a esso simile.

per chiunque dovesse vedere ancora il film e fosse vincolato a chissà quale senso di segretezza, l’articolo finisce qui. per chi avesse già visto il film o non si curasse di veder sbandierato il suo più rilevante plot-twist prima della visione, l’articolo procede addentrandosi nei temi più interessanti di questo cinema.

altro elemento d’inequivocabile post-modernità (di matrice quasi-illuministica, verrebbe da dire) di cui s’è accennato poco sopra è la conquista del tempo, inteso più che altro come ultimo limite invalicabile dell’umanità-come-corpo (che esperisce il limite dell’umanità-come-narrazione). arrival procede per complementarità (visive, cromatiche – la sovrabbondanza di arancioni e azzurri e tematiche: emotività e distacco, chiusura e apertura, presente/passato e futuro, serenità e ansietà) fino a disegnare un cosmo che nella sua umanità fondante afferra e al tempo stesso nega i suoi limiti. è il tempo la chiave di volta di questa fantascienza, proprio come di quella di interstellar – è il tempo la chiave di volta di questa emotività, proprio come in se mi lasci ti cancello o 21 grammi. mentre l’ignoto spaziale viene quasi negato e l’azione si ambienta sulla terra e per la terra (nel film di nolan si riduce a essere un pretesto di cui ci viene concessa a malapena qualche visione, in se mi lasci ti cancello viene escluso a partire dalla sua strutturazione su ciò-che-si-conosce, in 21 grammi il problema esplorativo è annullato dalla deflagrazione di qualsiasi cronologia) l’ignoto temporale diviene il mantra su cui si focalizza l’apparato linguistico di un’umanità tesa al compimento del suo ultimo passo, quello della trascendenza. queste narrazioni più che esasperare tessuti emotivi o fantascientifici portano all’esito più paradossale la loro stessa consapevolezza – il linguaggio, antropologicamente alla base di queste impalcature d’immagini. la conquista del tempo è una resa e un trionfo al tempo stesso, proprio come negli altri film citati: dal momento in cui ci si eleva al di sopra di esso si giunge alla piena consapevolezza di ciò che è potenza e di ciò che non lo è – il paradosso della ripetizione esula dal paradigma culturale e si fa storia. 21 grammi diviene un dramma eterno, eternamente prevedibile, eternamente scomposto; interstellar diviene un paradossale racconto d’emancipazione antropologica; se mi lasci ti cancello (più similmente al film di cui parliamo qua) accetta invece la coscienza di ciò che è e si ripete come mero presupposto epistemologico. si sa che una cosa andrà in un certo modo e la si accetta in quanto tale – la coscienza della ripetizione (la coscienza del tempo, la coscienza del limite) non priva gli slanci umani della loro intensità.

l’alieno di arrival è qualcosa di insignificante: quel che conta in definitiva è solo il suo linguaggio, il suo dono. paradossalmente entrambi appartengono più al tempo e alla consapevolezza del suo fluire che all’avvento di una civiltà aliena. vediamo gli eptapodi eclissarsi gradualmente dalla narrazione man mano che è il loro linguaggio ad assumere importanza: nella scena in cui la protagonista entra in diretto contatto con loro la difficoltà tensiva legata allo scontro tra esseri così infinitamente differenti s’annulla nella banalità d’un sottotitolo – inevitabile semplificazione, sì, ma al tempo stesso indice tematico di un loro lento scivolare verso la vacuità pretestuosa. di fatto arrival non è un film sugli alieni, ma un film su un’umanità che conquista il tempo come una sua dimensione. il linguaggio si rende chiave universale necessaria per una simile acquisizione – la protagonista è una linguista, si parla di linguaggio dall’inizio alla fine e si finisce con una telefonata in una lingua straniera in grado di fermare una guerra interplanetaria.

il margine ultimo di questa fantascienza è lo stesso di queste narrazioni: l’abbandono del corpo che schiude al problema del tempo – la trasversalità del gesto, piuttosto che la sua collocazione o la sua individuabilità. questo cinema parte da ciò che presuppone (l’immagine come risultato d’un montaggio, come risultato d’una coscienza-del-tempo) e finisce per introiettarlo al centro di ciò che racconta e mostra. la questione dei limiti della semantica è divenuta il fulcro attorno al quale ruotano questi impatti con l’ignoto – il dato più interessante è che, facendolo, li ha fatti coincidere con una (ri)scoperta di un’emotività fondante. l’amore che attraversa la gravità, l’amore che si ripete, l’amore che sa già d’esser finito e ciò nonostante accade, ancora e ancora: l’amore come ultimo baluardo semantico di ciò che è umano, dal momento in cui l’umanità s’annulla e al tempo stesso s’estende consapevolmente a ricoprire ogni universo possibile.

[★☆☆☆☆]

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