I Am a Hero di Shinsuke Sato

gli zombie di i am a hero non somigliano affatto alla calamità quasi-naturale della sua controparte coreana (train to busan) – non sono canonicamente vacui, non sono isolati da una loro ruolistica socio-culturale, non sono banali (laddove la banalizzazione è un moto che rende ‘scientifico’ e differenzia da gerarchie da-videogioco). la loro esistenza è spinta da un doppio slancio: da una parte dalla critica socio-antropologica che di per sé decine d’anni fa ha creato lo zombie come icona culturale di tutto il ventesimo secolo (li vediamo orrendamente deformi che balbettano mantra in grado di riassumere la misera vita della persona che prima c’era al loro posto – il morto vivente come un alienato, un decerebrato, la non-morte come deformazione storica); dall’altra dalla volontà del film di mantenersi in bilico tra realtà e delirio auto-celebrativo. la loro sagoma vorace e aberrante è al tempo stesso sintomo di una deriva culturale e singulto apocalittico partorito dalla mente d’un disadattato: è difficile dire se quel che vediamo è veramente la catastrofica diffusione d’una malattia che coincidenzialmente rende lo sventurato protagonista un eroe dei suoi manga o il volo pindarico della fantasia di un perdente. il film si apre proprio con una scena che, con una certa indiscrezione, ci getta in un’ambiguità sostanziale: quel che vediamo non è veramente accaduto, s’è piuttosto innestato sulla realtà – la narrazione è stata interiorizzata, rielaborata e dunque c’è stata presentata nel suo delirio mascherata da realtà. quando gli zombie cominciano a correre per la strada la domanda sorge inevitabile: sta succedendo davvero o è ancora una volta solo il frutto dell’immaginazione del protagonista? è un caso che tutto abbia inizio con un’improbabile telefonata in cui la sua donna gli chiede scusa per come l’ha trattato la sera precedente? il modo in cui i am a hero dissimula i sospetti circa questa oscillazione è piuttosto semplice: priva la partenza per il mondo fantastico d’un ritorno e vi innesta sopra ulteriori fughe di fantasia – per quanto il racconto sia demenziale arriva a essere il piano di realtà di cui il film si occupa. vedessimo l’eroe risvegliarsi nel suo cubicolo con un forte mal di testa dopo i titoli di coda sarebbe chiaro che quanto visto non è altro che la sua immersione in uno dei suoi universi narrativi, il bello è che questo non accade affatto. per quanto quindi il tessuto si deformi e non dia soltanto l’illusione d’essersi deformato, il collasso di questa società si muove parallelamente sui binari della critica sociale e su quelli d’un capovolgimento divertito, quasi meta-teorico: va incontro alle esigenze del suo personaggio principale e lo rende eroe post-apocalittico proprio a partire dalla normalità che tutti gli hanno precedentemente criticato. quello dello zombie movie, in i am a hero, è quindi un doppio pretesto: è sia un’affascinante allegoria sociale sia un gustoso e ironico pretesto per capovolgere sul protagonista una smaliziata esigenza meta-testuale.

quanto c’è di buono o interessante in questo film finisce qui.

a differenza del dramma coreano il film di sato è di un postmodernismo ingenuo, bloccato sui suoi stessi presupposti, slanciato verso tematiche che inevitabilmente s’alienano nella sua caotica messinscena. l’emotività esasperata ed elementare quanto efficace di train to busan scompare qui alla volta di una danza goffa e grottesca destinata ad arenarsi in un’attuazione che – da manuale di postmodernità cinematografica – dà troppo per scontata la sua stessa vacuità. questa narrazione non vuole portare da nessuna parte, queste sagome non vogliono dire nulla, queste vicende a malapena ci comunicano la struttura logica delle sequenze degli avvenimenti che le formano. la guaina stilistica di questo racconto è tutto e solo ciò che ci è dato di comprendere e di cui ci è concesso di sentirci soddisfatti: uno sguardo pulito, saltuariamente velleitario, efficace nella dimensione in cui si sposta divertito tra uno spaglio di sangue e l’altro, evitando per quanto possibile (ma scioccamente cedendo all’eccesso in più di un’occasione) la sovrabbondanza di computer grafica. il modo in cui la cultura manga si sposa all’immagine cinematografica genera per lo più episodi (di-)sgraziati come questo: storie nate dalla volontà automasturbatoria della fantasia d’un bambino, che troppo spesso si dimenticano da dove sono partite e dove vogliono andare a finire. il risultato è spesso più che effimero: film d’exploitation a uso e consumo d’un pubblico che non può più fare a meno di queste immagini, di questi mondi, di questa idiozia – talmente abituatosi allo smarrimento da accettarlo come bussola.

il postmoderno di questi film (adolescenziale, ludico, pubblicitario) ci getta in un cosmo quasi-seriale dal quale non esiste uscita e nel quale, senza troppi problemi, non esiste alcun motivo di addentrarsi. quando l’oscillazione tonale e il disincanto tematico non basteranno più neanche al grande pubblico, forse finalmente si prenderà in considerazione la possibilità di fare un passo in avanti.

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