A Girl Walks Home Alone at Night di Ana Lily Amirpour

le esistenze di un ragazzo col padre drogato e di una vampira s’incrociano – a grandi linee, la trama di questo bislacco mix di generi cupo, addolorato e sardonico è tutta qui.

gran parte del fascino estetico di questo film (che è a sua volta gran parte del suo fascino in generale) è ben più che derivativo: il suo bianco e nero efficace ed evocativo, abbinato a un cosmo di personaggi bizzarri e modaioli che attingono a piene mani da immaginari contrastanti (la provincia americana degli anni ’50, la cultura iraniana, l’underground di droghe e tute da ginnastica dell’est europa) viene presentato in una guaina stralunata, ambigua e vibrante che da una parte rimanda alla stilistica dilatata e personalissima di jarmusch e dall’altra risente di influssi più-che-mainstream (tra i quali inevitabili fascinazioni tarantiniane – soprattutto per quanto riguarda la colonna sonora, un’inspiegabile accozzaglia di pop contemporaneo, pop d’annata e lirica western). il risultato è un guazzabuglio a-finalistico, tutto sommato con una personalità propria ben definita (anche se astante da qualsiasi tipo di originalità) e somigliante più al gusto composito e sfacciatamente popolare di una graphic novel che a qualcosa di squisitamente cinematografico. l’amore per la contaminazione (di immaginario e di narrativa, di contesto e di icone) costruisce un tutt’uno indubbiamente evocativo, ironico nel momento in cui sembra riferirsi a ciò che rielabora e invece non fa che servirsene per fini puramente estetici – un esempio chiave è il velo della protagonista, trasfigurato dall’immaginario culturale e religioso in cui s’origina fino al mantello quasi super-eroistico di una vampira che si aggira su uno skateboard sottratto a un bambino innocente. il deserto quasi-industriale in cui la amirpour ambienta il suo racconto si rende così provincia priva di una precisa identità in cui s’incontrano e scontrano personaggi anacronistici, smarriti non tanto nelle loro esistenze (non si può parlare di caratterizzazione per i personaggi di questo film) quanto nel loro essere-immagini (di qui la somiglianza alle sagome di un fumetto contemporaneo): che si muovano in un sobborgo poverissimo o in un quartiere ricco e pieno di villette a schiera e che siano disadattati à la vinz di kassovitz o ragazze hipster con le magliette a righe o buffoni felliniani che danzano con un palloncino, poco importa – sono icone di-sintesi che si muovono in un mondo sintetico (parlare di non-luogo è qui estremamente improprio, checché ne voglia la moda della critica intellettualoide: questi spazi hanno la stessa immanenza delle figure che li abitano e in loro non viene formulata alcuna trascendenza).

con simili premesse (lo stesso titolo in carattere western dopo i primissimi minuti mette in allerta) è difficile riuscire ad apprezzare a girl walks home alone at night senza scendere a patti con la sua inevitabile vacuità: soffermarsi sui suoi lezi o sulle sue velleità, sulla sua natura auto-erotica o sul suo gusto disperatamente alla ricerca di una dimensione propria è fin troppo semplice e automatico, occorre un minimo sforzo d’astrazione dalla cianfrusaglia estetico-stilistica per identificare qualcosa di positivo in questo marasma – che c’è, non se ne dubiti, e sussurra ‘non è tutto da buttare’ per quanto lo si voglia ignorare con tutte le forze possibili. i punti di forza del racconto della amirpour sono forse i pochi sprazzi di personalità (intesa non come collage, ma come lapsus nel continuum di derivazioni varie) che involontariamente emergono qua e là dal circostante pastiche comunicativo: da queste dilatazioni arriva a trasparire una certa delicatezza, una mal riposta romanticheria, una dolcezza che forse riesce a sgomitare tra le infinite guaine che vi si sovrappongono e a raggiungere la superficie di queste immagini. sono forse le scene più effimere e prive di apparente significato tra tutte (quella del ballo del transessuale su tutte) quelle più efficaci e, in qualche modo, toccanti: la loro assenza di grazia le consegna a uno strano infantilismo, a un’intimità vibrante ma chiusa in sé stessa (che vibra di tutto ciò che la circonda, che l’ha strutturata e che continua a strutturarla anche nel suo farsi) – i punti di forza di una narrazione così fondamentalmente priva di direzioni arrivano in definitiva a essere retrogusti, atmosfere, umori che emergono da queste incomprensibili dilatazioni (e a tal proposito la filmografia di jarmusch deve aver fatto scuola a questo cinema).

a girl walks home alone at night è intimità post-moderna, o meglio: intimità post-mortem. dal momento in cui sembra negarsi una personalità la riafferma come una sorpresa, come se svelasse un segreto. in fin dei conti dispiace che la negazione abbia portato questo dono a smarrirsi in un racconto effimero e demenziale, modaiolo e privo di mordente, più chiuso sui suoi tic estetici che altro.

[★☆☆☆☆]

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