È Solo la Fine del Mondo di Xavier Dolan

l’angoscia dell’individuazione dello spazio, per dolan, è passata dalla costruzione di geografie esteticamente soffocanti (il gusto andersoniano dei primi episodi) alla riduzione del dominio dell’immagine in sé (la riduzione al 4:3 in mommy). a ben vedere essa è passata da una sovra-strutturazione della materia umana (che si specchia nei colori, negli sprazzi di surrealtà, nei momenti di delirio visivo o musicale) a una chiusura sulla stessa (che nel 4:3 va a saturare un cosmo soffocante, agorafobico, claustrofobico nel momento in cui riesce a intravedere una sua apertura per poi chiudersi l’istante successivo). è solo la fine del mondo insiste su questa focalizzazione, esasperando gli esiti di una crescita che parte idealmente da j’ai tué ma mère e passa per il sopracitato mommy per poi attuarsi nel lavoro di cui parliamo qua. la ricerca di dolan, col pretesto d’una narrazione più semplice che mai (un pranzo in famiglia, un figlio che torna dopo anni a casa per dare una notizia importante) arriva ancora una volta a sondare il rapporto tra sguardo e spazio partendo dal suo rapporto coi personaggi, protagonisti di una serie sfiancante di primi piani – non si rinuncia soltanto alla sovra-strutturazione estetica, ma all’intero spazio in cui si ambienta l’azione: i quadri, strettissimi su occhiate ed espressioni e volti, ovattano il contesto geografico nel quale le loro sagome s’incontrano – ci sono soltanto queste facce e il fuori-fuoco che le circonda. la rinuncia allo spazio è a ben vedere una riaffermazione della geografia che dolan ha sempre voluto sondare: un’umanità esasperata, oppressa, tesa e vibrante. quando il quadro si allarga non c’è respiro (se non in un solo momento di smarrimento che precede i titoli di coda): quel che esula dal qui-e-ora di quest’umanità resta sfocato, resta distante, insondabile dal momento in cui queste immagini non possono scorgerne che una traccia incomprensibile. la memoria, in particolare, è il dominio di queste aperture miopi: quando il protagonista si perde in un ricordo l’attenzione di questi sguardi si allarga ad abbracciare un perimetro più ampio – proprio in questo tentativo si consuma lo strappo d’un tessuto visivo che svela la sua stessa impossibilità di cogliere qualcosa di diverso da questi volti, da queste storie, da queste espressioni. questo cinema è preda di un’ansia incontrollabile, d’una mania alla quale non riesce a rinunciare: l’amore per i suoi esseri umani lo allontana da tutto il resto. non è un caso che tra tutti i film di dolan questo sia anche il meno caleidoscopico.

in un contesto estetico sempre più maturo (ammesso che non si voglia parlare di raffinatezza) si ripetono grossomodo dinamiche che non fanno che somigliarsi di volta in volta di più: l’alter-ego del regista è ancora una volta un omosessuale che vive in modo conflittuale il rapporto con la sua famiglia, per una volta non incentrato sull’incontro/scontro con la figura della madre ma esteso anche alle sagome di due fratelli (cassel e la seydoux) i cui esiti saranno sempre conflitti verbali di un’esuberante emotività. il racconto si struttura su una serie di dialoghi (uno per ogni familiare) che si riducono a essere delle prevaricazioni di uno solo dei due poli della conversazione: il protagonista vorrebbe parlare a tutti ma finisce per sorbirsi monologhi pieni di un rancore sopito e disperato che infine arriva a spazzare via le sue buone intenzioni e annullare il suo tentativo di contatto. ancora una volta il cosmo di relazioni si chiude in una sostanziale assenza di speranze: la riflessione di dolan soffre di un dolore che fatica a identificare ma che annulla ogni volontà di riconciliazione.

è questo un cinema umano, è giusto ripeterlo con la stessa insistenza con cui sembra esso stesso ripetercelo, tanto da trasformare la sua umanità in un’ossessione, in una fisima: più che inclusiva essa si rivela talmente esclusiva da sembrare monolitica – da annullare tutto il resto e al tempo stesso svelare la sua intrinseca vacuità. cosa resta di queste sagome se non l’eco delle loro disperazioni? cosa sono stati, in fin dei conti, questi dolori? quando le danze si chiudono e la risposta tarda a presentarsi fa capolino l’esito più interessante di questa narrazione: non c’è nulla dietro queste distanze, queste tensioni, questi scontri, questi sguardi, questi primi piani, queste lacrime – le forze che vibrano in questi struggimenti sono effimere e istantanee. è proprio la loro caducità che anima tutta questa angoscia. è proprio la loro caducità che rende volontariamente (?) divertite queste caricature, volontariamente (??) farsesche queste battaglie e queste agitazioni, volontariamente (???) demenziali questi collage d’impressioni (cromatiche, musicali, caratteriali).

alla prova dei fatti il cinema di dolan si muove sempre in avanti e sempre in circolo al tempo stesso. gira attorno ai soliti cardini e al tempo stesso è sempre più maturo, e a ogni nuovo passo risente della sua distanza dal fulcro cui è equidistante: proprio questa equidistanza lo spinge a ricercare forme più compiute – proprio quest’angoscia alimenta il suo smarrimento. sono queste immagini un moto di pura interiorità: una confessione in cerca di un’assoluzione. fino a che la forza che le anime sfuggirà alle loro attenzioni la loro vacuità le spingerà a ripetersi, a variare, a inseguirsi ancora. nel momento in cui quella forza verrà identificata probabilmente esse s’immobilizzeranno per sempre (e al posto di questo tramonto, che peraltro chiude il film, ci sarà soltanto il buio).

[★☆☆☆☆]

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