Passengers di Morten Tyldum

durante un viaggio interstellare un passeggero si sveglia per sbaglio dal sonno criogenico con circa cento anni d’anticipo sulla tabella di marcia: anziché arrivare a destinazione sarà costretto a trascorrere la sua vita a bordo dell’astronave nella più completa solitudine. dopo un anno di vagabondaggio in compagnia solo di vari droni pulitori, di un videogioco e di un androide bar-man, il nostro eroe s’imbatte nella capsula criogenica di una scrittrice di cui, a suon d’indagini sulla lista passeggeri e sull’archivio delle memorie degli stessi, s’innamora perdutamente. per sconfiggere la solitudine arriva addirittura a risvegliarla, condannandola alla sua stessa atroce sorte. le dice che anche la fine del suo sonno deriva da un guasto e che non c’è alcun modo per rimediare – i due, sulla scia di questa menzogna, s’innamorano. la loro storia verrà ostacolata non soltanto dall’emergere della scomoda verità dietro il loro incontro, ma anche dall’avaria dell’astronave e dalla possibilità di una prematura fine del loro viaggio.

quasi come uno sberleffo banalissimo, post-moderno e consapevolmente derivativo, questo disordinato racconto fantascientifico cerca d’ergersi a un qualche livello allegorico immergendo i suoi protagonisti (prima lui da solo, poi in coppia) in un percorso privo di una meta: sono passeggeri di un volo che non raggiungerà mai la sua destinazione – il limite ultimo della morte si rende più spazio-temporale che epistemologico grazie al pretesto fantascientifico, dal momento in cui l’atterraggio avverrà soltanto dopo la morte dei due poveri innamorati. immersi nell’eco di uno smarrimento che in qualche modo simula il trauma della nascita, questi disperati s’incontrano per due motivi differenti e su due diversi piani di consapevolezza e volontà: lui la incontra per sopperire alla sua terribile solitudine, lei si trova richiamata al suo cospetto come un escamotage vivente, un oggetto del desiderio, un idolo. il loro percorso, il loro incontro e i loro scontri sono finalizzati alla conquista di una serenità finale che sta nel concepire il viaggio come la meta, e la destinazione ultima come un inutile pretesto di un movimento cieco. il rifiuto del senso di smarrimento legato all’impossibilità di porre fine all’angoscia che la vertigine provoca e ingigantisce, il rifiuto della meta del viaggio al di là delle possibilità del viaggio stesso, è in un certo senso la minimizzazione di una spinta centripeta: gli eroi di passengers avvertono il vuoto delle loro esistenze grazie a questa forza ma il loro scopo ultimo è quello di imparare a contrastarla. nel momento in cui esaurisce la sua carica metaforica, del resto sostenuta più dalla cronologia degli avvenimenti principali che dal modo in cui essi si manifestano sullo schermo, il film si satura di pretesti stancanti e superflui, arrivando a culminare in approssimazioni sgradevoli per poi spegnersi lasciandosi alle spalle un senso complessivo di disordine e smarrimento a dir poco confusionale – confusione che è quella derivante dalla natura sintetica del prodotto: un blockbuster nato per affascinare ma privo di fascino, in bilico tra commedia romantica e dramma fantascientifico, in un certo senso preda inevitabile della sua stessa vacuità.

smarriti nel loro stesso smarrimento (più smarriti in-quanto-sagome che in-quanto-persone) i due protagonisti attraversano con sorprendente rapidità fasi alterne, semplificate a livello psicologico quanto banalizzate a livello metaforico, prede di una struttura episodica ristretta a circa due ore di film. si muovono all’interno di un mondo interamente computerizzato (e dispiace che anche gli elementi più banali dello scenario siano ridotti al fantasma digitale) e s’incrociano toccandosi per finta, involontariamente esibendo la vanità dei loro sforzi e la presunzione della loro non-solitudine. volendosi saturare di elementi che spingono sul fattore intrattenimento, poi, la narrazione si ricolma di divagazioni superflue: su tutte la comparsa del tizio dell’equipaggio – un terzo personaggio aggiunto soltanto per stemperare il clima (non-)opprimente della coppia (una claustrofobia relazionale che sembra meglio ridurre al minimo per quanto riguarda tempistiche e modalità). pur di non annoiare l’enorme pubblico di riferimento si finisce per ottenere un agglomerato indefinito, senza direzioni precise proprio come i suoi protagonisti, a volte completamente alla deriva, complessivamente ben poco ispirato al di là del suo stesso incipit: privo di mordente sia nell’estetica (la fotografia patinata, il design sciatto di ambientazioni e congegni probabilmente atto a far focalizzare l’attenzione sul sistema dei personaggi, anch’esso però tragicamente piatto) sia nella sceneggiatura (frettolosa, stupida, pretestuosa, a volte preda d’ingenuità nauseanti).

un’occasione sprecata, in definitiva, frustrata dai suoi stessi pretesti nel momento in cui essi si rendono più centrali che mai nella struttura narrativa, in grado di minimizzare fino a rendere inefficace un’idea di base potenzialmente funzionante (quella della metafora esistenziale con con l’accento sulla solitudine e sul tema del viaggio). basandosi su figure che attingono da un immaginario di richiamo (quelle dei semi-divi della lawrence e di pratt) ma tutto sommato inefficaci e su un mix di generi altrettanto ben inquadrato (la sensazione di déjà vu cresce durante la visualizzazione del trailer e non s’esaurisce finché non scorrono i titoli di coda) passengers non si valorizza né si dà il tempo che merita, infine crolla sotto il peso della sua disperata ricerca di sensazionalità.

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