Il GGG – il Grande Gigante Gentile di Steven Spielberg

una bambina viene rapita da un gigante e portata nella terra dei giganti, dove il suo nuovo amico cercherà di proteggerla dagli altri bestioni e la porterà a conoscenza del suo lavoro: cacciare i sogni, intrappolarli e poi portarli nel mondo degli umani in modo che possano essere sognati.

spielberg costruisce una favola per bambini che non si nasconde dietro molteplicità di lettura varie: la narrazione viene quasi completamente de-strutturata (e de-saturata) per dar spazio a dilatazioni piuttosto evidenti di scenette comiche o di momenti di scarso interesse ai fini del racconto (la parte della regina d’inghilterra è un siparietto comico completamente superfluo, destinato a finire in uno sberleffo comico che pochissimo – se non nulla – aggiunge al sistema narrativo in cui s’inserisce) – l’interesse di questa ritmica altalenante è quello della soglia d’attenzione di uno spettatore curioso ma poco avvezzo alle divagazioni, più accattivato dall’andamento buffonesco di una scena irriverente che da una parentesi di mera funzionalità consequenziale. il risultato è che qualcuno può riuscire a divertirsi appieno proprio in queste divagazioni, in cui il tono finalistico è quasi completamente sospeso e ci si può svagare senza curarsi minimamente delle conseguenze, qualcun altro invece può accusare il colpo di una noia fine a sé stessa, di un alleggerimento non richiesto, di una burla superflua. il tono del film oscilla tra lo spudoratamente fiabesco e l’irrimediabilmente farsesco (soprattutto nell’ultima parte) passando da scene di buffi e goffi giganti a interni nobiliari in cui tutto è più bizzarro di quanto non sembri, fino a far in qualche modo impattare i due mondi nello scontro finale (anch’esso fanciullescamente astante da qualsiasi tipo di violenza: è più un epilogo che un momento decisivo, privo di qualsiasi tensione com’è giusto che sia). l’incanto e la meraviglia di questo film sono così cuciti sul loro stesso target da affascinare chi esula dallo stesso soltanto per una continua sospensione del giudizio: spielberg sonda con estrema (involontaria) precisione la differenza tra una fiaba e una fiaba per bambini, presentando qualcosa che sembra un cartone animato in tutto e per tutto e che ignora completamente il sincretismo tonale del recente mondo dell’animazione (pixar su tutti). non c’è sintesi in questo racconto, che in definitiva sembra capace di rivolgersi soltanto ai giovanissimi e ai loro accompagnatori.

per quanto riguarda qualche sotto-testo, emergente per forza di cose, è inevitabile non notare quello banalissimo (del resto cardinale nella produzione del regista) dell’intervento militare visto come salvezza pacificatrice: in un gioco d’energie positive o negative (quando il gigante prepara l’incubo per la regina) l’esercito che marcia e si getta con paracaduti e corre e spara si presenta con la luce azzurro-verde del bene (e altrimenti non poteva proprio essere nell’immaginario così fondamentalmente bellicista del buon steven) – quando poi il sogno si realizza e gli elicotteri arrivano davvero a risolvere il battibecco tra giganti, è un trionfo su tutti i fronti: vincono e se ne vanno, paladini del bene più simili a giocattoli appartenenti a un immaginario semplificato e frainteso che a icone narrative con una qualche profondità. il pretesto della favola per bambini offre l’occasione di non soffermarsi troppo a pensare allo stridore di quanto si vede sullo schermo: la stessa comparsa della regina suona un po’ come lo sberleffo di un bambino che non trova altro modo per far finire la sua storiella della buonanotte, e in fondo è giusto così. per quanto riguarda l’ipotesi di un qualche metaforismo legato alle tematiche centrali del film, è inevitabile non pensare a quello del sogno-come-narrazione-cinematografica e del gigante-come-creatore-di-storie: del resto cosa sembra la caccia del gigante se non l’appropriazione di qualche impressione o ispirazione, e cosa sembra la composizione di un racconto a partire da più d’una di queste impressioni se non la costruzione di una storia vera e propria. in una delle prime scene, quando la ragazzina protagonista viene messa nel suo nascondiglio, in uno dei barattoli che contengono sogni vediamo un chiaramente un dinosauro (forse proprio un t-rex di jurrassic park) – tralasciando qualche malizia auto-referenziale, è impossibile non pensare al parallelismo che questo cinema istituisce tra sé e la materia di cui tratta. si muove come un sogno, s’evolve come un sogno, s’esaurisce come un sogno, e racconta proprio la modalità in cui questi sogni raggiungono chi è in grado di farsi catturare da loro. il ggg, uno spielberg falsamente minoritario (la sua minorità è tale finché sceglie di sottostare al gioco degli altri bestioni – dal momento in cui s’oppone quelli si mettono in fuga senza alcuna difficoltà) in grado di sentire tutti i suoni dell’universo e di avere come amica una potenziale destinataria dei suoi sogni (fondamentalmente in grado di far propria una vasta gamma tonale e di avere amico il suo stesso pubblico) muove un carrozzone improbabile e bonario, semplice e diretto, in qualche modo volente o nolente non riuscendo a non parlare di sé stesso. a questi sogni resta un incanto che non è dialogico né tematico, che non è né narrativo né concettuale: l’incanto della visione, che s’aliena qua non tanto in chissà quale impianto evocativo, piuttosto in una fluidità efficacissima (non è più l’effetto a nascondersi nel reale, ma il reale a nascondersi nell’effetto – la bambina è per quasi tutta la durata del film l’unico elemento reale in un mondo digitalizzato) e priva di sbavature (forse alcune ce ne sono, quando le scene si fanno più concitate) sostenuta da uno sguardo dinamico (tra cui due piani-sequenza d’effetto per chiunque abbia la voglia di mettersi lì a notare che ci sono) e dalla dinamica che lo rende tale – un mondo divertente, puro, stupido e magico.

questo cinema ci parla di sé nell’unico modo in cui può farlo: bonariamente e senza alcuna pretesa che non sia quella di far sollazzare o divertire qualche bambino in sala. il patto segreto di spielberg è stipulato a monte della nascita di queste visioni: è l’auto-accettazione di un compito piccolo (il gigante del resto è più basso di tutti gli altri) ma gigantesco (l’amicizia tra il colosso e la bambina è del resto dotato da subito di una forte carica simbolica) in grado di portare questo cinema a una consapevolezza innocente, in grado di far crollare tutto d’un colpo qualsiasi malizia – trasformandola in sorniona ingenuità. a conti fatti, rispetto a una buona parte della filmografia che il regista è stato in grado di offrirci e in base alle premesse, poteva andare peggio.

[☆☆☆☆☆]

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