Rogue One: a Star Wars Story di Gareth Edwards

nel raccontare la vicenda del manipolo d’eroi della resistenza che rende possibile la circolazione delle informazioni segrete sul punto debole della morte nera l’immaginario di star wars abbandona i lidi del western fantascientifico e dell’epica cavalleresca (non esistono deserti metafisici, bande di predoni o spade laser – eccezion fatta per l’apparizione finale della lama di fener) per chiudersi sul doppio filo dell’action-bellico/dramma-guerresco e della rocambolesca avventura spionistica (per lo più nella seconda parte). dopo una prima parte roboante e serratissima in cui prevalgono esplosioni, sparatorie e siparietti martellanti (superflua, frenetica e mal funzionante sia nel modo in cui presenta i protagonisti del film sia nel modo in cui li costringe ad agire l’uno di fianco all’altro sia nella gestione delle tempistiche narrative) alternati da visioni paesaggistiche tutto sommato ispirate (compaiono tra una mischia e l’altra quasi come posticce riprese da esterni in una soap) la narrazione trova la sua dimensione prima in un momento di quiete decisionale e infine in una lunghissima risoluzione di conti. la struttura di questo racconto è presto detta: disseminazione di personaggi e vicende con continui pretesti bellici a fare da motore e diversivo, momento di stallo che precede l’entrata in azione finale e scontro decisivo. la missione dei protagonisti, suicida per definizione, riesce a prendersi il suo spazio proprio nell’istante in cui l’incedere caotico e demenziale del resto del film fa temere il peggio: nell’alternare il contesto bellico (con tanto di stile registico sporco, trincee, elmetti da seconda guerra mondiale e personaggi che si sacrificano in mezzo a piogge di proiettili laser) e quello spionistico (i due protagonisti che s’infiltrano nella base nemica per recuperare una specie di hard-disk – le sequenze sono un misto tra mission impossible e una versione estremizzata di 007) si riesce a dare il giusto peso alla drammaticità di quanto mostrato, ottenendo scene di certo inflazionate e banalissime, ma emotivamente quasi efficaci.

nonostante rinunci all’epica cavalleresca questo star wars non si priva del suo semplificazionismo pressoché totale: mette in scena stereotipi provenienti da contesti cangianti (soprattutto in relazione all’evoluzione di uno stesso organon dagli anni ’80 a oggi, riassunto dalla compresenza in scena di un dart fener e di una determinatissima eroina della resistenza, protagonista che ancora una volta ammicca al pubblico femminile in sala senza mezzi termini) e semplicemente li anima fino a che nella loro danza questi non arrivano a scontrarsi – e lo scontro non sembra altro che un prodotto della loro intrinseca banalità. il fantasy si tramuta in una mera battaglia campale e al tempo stesso le sagome che l’abitano s’insozzano di realismo: i protagonisti sono un’orfana in cerca di vendetta e un ribelle vessato da anni di guerriglia, entrambi anonimi nell’estetica ed elementari negli sviluppi psicologici e nelle risoluzioni più decisive – ben diversi sia dagli anti-eroi dei primi episodi sia dai tragici profeti della trilogia prequel, sia dagli onnipresenti anonimi eroi del bene. al fianco di queste contaminazioni si schierano le classiche macchiette-spalla: un santone cieco e la sua guardia personale, un fastidioso robot e qualche altro tizio atto a fare da carne da macello. il mutamento paradigmatico dell’immaginario di riferimento lascia defilare la forza in secondo piano fino a farla divenire quasi un semplice riferimento fideistico – la figura del monaco asiatico, tra tutte quella che maggiormente vi fa riferimento, somiglia a quella di un normale personaggio religioso in un contesto bellico. dal momento in cui per una volta tutte queste figure non sono funzionali a chissà quale sviluppo narrativo a lungo termine, finalmente le si vede morire una ad una man mano che ci si avvicina al finale: il loro scopo, fin dal principio, non è stato che questo – è nella morte che si chiarisce l’entità di molte delle semplificazioni che vediamo disseminate negli apparati psicologici o decisionali.

eccezion fatta per i due frammenti col supercattivo che minaccia o miete l’apparato del fan-service è ridotto quasi al minimo: l’universo di riferimento non è insistito e pesante, piuttosto si rende comprensibile a chiunque senza lasciare che l’ammiccamento si perda nel vuoto quando viene rivolto a chi non conosce nulla della saga. per il resto, una volta superate la parete di suoni deflagranti e caotici e l’onnipresenza della musica declamatoria e molesta, e più in generale tutta la prima fastidiosissima parte, il film si lascia guardare piacevolmente: una valida estensione (anche tematica o di-genere) di un cosmo che ormai è rimasto con ben poco da dire o da mostrare, ma che si sta dimostrando in grado di speculare sul nulla con non poca abilità. chi ancora non è sceso a patti col fatto che le scene d’azione siano così frequenti e sovrastanti proprio per evitare un sistema relazionale o di-sviluppo stabile e ben congegnato, e che quindi l’azione di fatto funga da animazione per queste sagome (in senso immaginale: senza di essa, semplicemente non possono muoversi) forse dovrebbe darci un taglio con i blockbuster della lucasfilm.

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