Miss Peregrine – la Casa dei Ragazzi Speciali di Tim Burton

dopo aver assistito alla morte del nonno in circostanze abbastanza misteriose un giovane si reca col padre sull’isola al centro di molti dei fantasiosi racconti del vecchio: cercando di far luce sulla vera natura di quei luoghi conta di far pace con sé stesso e con la perdita della sua figura di riferimento. il fatto è che la fantomatica ‘casa dei ragazzi speciali’ di cui il nonno raccontava con tanta enfasi e nostalgia esiste davvero e il nostro eroe farà tutt’altro che chiudere i conti col passato, venendo assorbito in un mondo di fantastiche peculiarità e pericolosissimi mostri invisibili.

burton chiude i suoi protagonisti (ancora una volta dei fenomeni da baraccone, delle prese di consapevolezza estetico/concettuali in bilico tra positività e negatività) in una nicchia nostalgica per definizione: il suo racconto si ambienta ai giorni nostri (non più imbarazzanti anni ’50 o paradossi stilistici vari) eppure i suoi eroi sono confinati in uno spazio-tempo a sé stante, in un loop che fa rivivere una giornata della seconda guerra mondiale all’infinito. isolare le singolarità socio-emotive (i ragazzi speciali e la peregrine) a livello non soltanto socio-emotivo (era isolato già edward mani-di-forbice ai suoi tempi) ma addirittura metafisico (di fatto chi ha caratteristiche fuori dal comune si trova a vivere in un piano alternativo della realtà) estende le possibilità di questa narrazione ben oltre il romanticismo grottesco di burton – che in questo frangente si fa totale e generazionale dal momento in cui non soltanto rilancia la sua individualità (il suo stile, il suo gusto, la sua ottica) ma la confina anche in una dilatazione eterna, in un limite cui pochi eletti hanno occasione d’accedere. questo cinema è personale dal momento in cui si getta altrove – e in questo funziona perfettamente –  e diviene modaiolo nell’attimo in cui di questo ‘altrove’ non fa altro che un pretesto – e questo funziona un po’ meno: non una sola intuizione positiva disseminata nella prima parte del film si salva dal divenire oggetto di mera e banalizzante occasione narrativa, lo stesso loop (in ultima analisi vetta concettuale del film) si trova a ridursi a un gioco velleitario con lo spazio-tempo, per di più in grado di aggiungere un epilogo superfluo e ridicolo al film e sommarvi una decina di minuti tra i più inutili e fuori-luogo della storia del cinema recente. quel che piega un immaginario così potenzialmente efficace all’uso e al consumo di un racconto per ragazzi tutto sommato interessante ma povero sia di contenuto sia di forma (probabilmente la vetta di quest’ultima la troviamo nella battaglia tra scheletri e vacui, verso la fine – omaggio divertito a un cinema che s’aliena ormai nell’ironica riproposizione di sé stesso) è una convinzione debole e inadeguata che forse investe più film di quanto i fan di burton non vorrebbero: quella che esaurisce queste impressioni nella loro apparenza e di conseguenza questi concetti nella loro stanca e infruttuosa episodizzazione.

c’è troppa fascinazione per queste forme, per questi costumi, per questi insistenti e ridondanti e sgradevoli effetti speciali (di cui si salvano tragicamente soltanto quelli in stop-motion che animano uno scontro tra fantocci nella prima parte del film) e per questi racconti perché si mantengano i loro punti di forza, perché li si facciano sopravvivere in tutto questo frastuono dispersivo e caotico. è come se l’idea centrale che muove questi giocattoli s’esaurisse nella reiterazione della loro danza, a conti fatti talmente strenua da far smarrire qualsiasi presunto nucleo semantico – resta solo la danza, resta solo l’azione, restano solo le sfide che i nostri eroi si trovano a dover superare e nessuna di queste cose è granché. e quindi nonostante lo spazio-tempo a sé stante di per sé funzioni perfettamente la sua natura viene ridicolizzata da trovate sghembe e superflue, la sua significanza occultata da ridicole lungaggini e divagazioni avventuresche, la sua peculiarità (comprensiva dei protagonisti che l’abitano) minimizzata dalla preponderanza degli eventi: è tragico scoprire che non soltanto una figura tutto sommato secondaria come quella del padre va scomparendo del tutto senza mai più fare la sua comparsa, ma che anche la tanto centrale miss peregrine svanisce completamente senza lasciare alcuna traccia (la si vede per qualche istante poco prima dei titoli di coda, tanto per commiato) – tragico del resto come la realizzazione della miseria con cui viene liquidato il congedo (dapprima centrale) con la figura del nonno o con la quale viene devastata l’immagine del cattivo, inizialmente misterioso e occulto sire oscuro e in un secondo momento quasi-comico buffone destinato all’umiliazione. i ‘ragazzi speciali’ vengono schiacciati, comprensibilmente d’altronde, sotto il peso di questa fascinazione narrativa (che nel narrativo s’esaurisce come nella trovata, nell’azione, nella scenetta efficace, nel mero gusto estetico): divengono macchiette strumentali allo sviluppo degli scontri finali, presenze approssimate e indiscrete senza uno scopo ben preciso (soprattutto quando vogliono far valere il loro peso: la side-story tra la tizia del fuoco e il ragazzo dei fantocci, improvvisa quanto effimera, è uno degli esempi più efficaci di quanto possa essere straniante e incomprensibile il risultato di una gestione così distorta di personaggi e caratterizzazioni).

poco importa del motivo a monte di queste lacune: forse c’era troppo materiale e troppo poco tempo per concedergli lo spazio che meritava, forse invece ha gravato più la struttura di-genere (il fantasy per ragazzi) dell’impalcatura narrativo/concettuale, sta di fatto che il fascino di questo racconto si esaurisce dopo la prima metà dello stesso e che tutto s’aliena in qualche sequenza d’azione piegata al suo stesso gusto estetico. quando i ragazzi speciali vengono inquadrati in formazione, armati e pronti ad affrontare i mostri che stanno arrivando a strappargli gli occhi, si ha come l’impressione d’essere arrivati al culmine di tutto il complesso: è come se tutto il film fosse esistito soltanto per l’efficacia (per lo più estetica) di quest’inquadratura. è un esito mortificante dal momento in cui la sua presenza si palesa, nonostante la forte impronta post-modernista alla base di questo cinema (che prova a correre sulle ali d’un pretesto e finisce per schiantarsi entrambe le ginocchia nel tentativo di tagliare il traguardo). le velleità pop di quest’immaginario e le vacuità sgradevoli e auto-limitanti che questa semantica pare insistentemente imporsi da sola hanno stancato da troppo tempo – nonostante i disperati tentativi di rilanciarsi questi racconti non cessano di deludere.

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