Il Grande Lebowski di Joel e Ethan Coen

lebowski è un disoccupato, uno scansafatiche, un tizio che trascorre con disimpegno le giornate tra il fumo, il bowling e qualche drink in compagnia per lo più della sua rasserenata solitudine e saltuariamente di due amici. la sua vita viene sconvolta quando a causa di una bislacca serie di vicissitudini si trova al centro di una fitta trama di inganni, rapimenti e riscatti. a dire il vero lo sconvolgimento è quantomeno effimero: l’errore che dà origine alla narrazione capovolge i ritmi del nostro eroe per un arco temporale decisamente ridotto e questi tendono a tornare ben presto alla tranquillità che gli è propria.

la forza dei coen, narrativamente parlando, è proprio nel rendere ogni elemento del loro cinema un simulacro di vacuità. non c’è nulla in questo cinema, eppure sembra esserci tutto: critica socio-culturale, riflessioni filosofiche, sperimentazioni cinematografiche, divertiti intrecci di genere – dal momento in cui ognuna di queste cose coabita con le altre con la medesima serenità con cui il protagonista affronta la sua quotidianità il complesso delle tensioni dialettiche tra questi poli magnetici cessa d’avere potere su ciò che lega. la tranquillità d’animo di questa commedia surreale investe qualunque sua spinta: trama, personaggi e riflessioni s’estinguono in una sorniona alzata di spalle quasi come se fossero consapevoli fin da subito della loro stessa vacuità – come se sapessero da subito che la storia e il flusso in cui hanno avuto origine sono destinati a disfarsi della loro memoria nel tempo pari a quello richiesto da un battito di ciglia. quello dei coen non è nichilismo (del resto lo si sottolinea all’interno del racconto con la differenza tra lo stile di vita del protagonista e quello del gruppo di rapitori, nichilisti per definizione) è piuttosto un abbandono beato in uno spazio-tempo che si lacera di continuo, che costantemente si rielabora in forme e contenuti per svelarsi inutile, effimero e patetico, la cui sostanza si situa al tempo stesso a monte e a valle della vacua tragicità dell’esistenza – non c’è nulla di cui disperarsi né nulla di cui sbellicarsi, in fin dei conti, il tutto è talmente stupido e vuoto da farsi guardare con un sorriso ebete stampato sulla faccia: una risposta a suo modo decisiva e provocatoria a tanti fiumi d’intellettualismo, ridotti qua a essere una figurina tra tante. la natura di questo film si specchia nella natura del suo osservatore, il cowboy che ci racconta le disavventure di lebowski: un angelo distratto, un romanziere divagante e senza uno scopo preciso, una comparsa indefinita che altrettanto indefinitamente individua una sezione di significanza che in realtà non possiede alcun elemento significante – la struttura narrativa del lavoro dei coen è la parodia di qualsiasi narrazione. le vicende del nostro anti-eroe sono effettivamente delle anti-vicende, così come ogni loro sviluppo nodale è in sé stesso un passo in avanti verso un vuoto cosmico, verso un’indeterminazione che non ha idea di dove andare a parare: se questo film fosse una riflessione esistenziale sarebbe un’allegoria della condizione umana e della vacuità di ogni suo affanno (qua ridotto a un grottesco ‘lasciar stare’) – d’altronde il grande lebowski tratta la sua stessa natura come tratta il suo stesso contenuto, come il suo protagonista tratta la sua stessa vita, e quindi non si ha a che fare con alcuna riflessione esistenziale – si ha a che fare con il nulla cosmico distillato in qualche frammento di divertito esercizio stilistico.

il film è una summa post-moderna dal momento in cui è perfettamente ed esplicitamente consapevole della sua sublime inutilità e cessa addirittura d’affannarsi nel tentativo di regalarsi (e regalarci) qualcosa. non sbraita nell’oscurità che segue un’apocalisse eterna, galleggia nel liquido tiepido della sua stessa nullità (ed è una nullità che non soltanto in questo cinema s’identifica e s’aliena, ma che tende il suo sguardo anche al di là delle immagini che domina: investe chiunque e qualunque cosa). la scelta di divertire (quella della commedia, del grottesco, della beffa) è sostanzialmente a metà tra attitudine poetica e presa di coscienza culturale – del resto sia di poetica sia di cultura si ragiona come di immagini, essendo che l’universo in cui questo cinema si muove è da subito composto solamente d’immagini. è un tutt’uno iconico che viene continuamente rielaborato e rimasterizzato, un cumulo di rifiuti provenienti da ogni parte e che assieme l’un l’altro sembrano indicare un’infinità di direzioni senza poi muoversi verso alcuna di esse. questo scherzo assembla un’infinità d’impressioni che neanche si sforza troppo di comprendere: sono contestualizzate, organiche, pungenti e centrate e compaiono come fossero di passaggio per eclissarsi subito dopo. è in questo modo che i coen riescono a spingersi laddove la velleità di tarantino non è mai riuscita ad arrivare: il loro cosmo si porta dentro tutto ciò che lo precede e che lo struttura e semplicemente resta a guardarlo, se ne fa beffa, lo fa a pezzi e lo getta in aria per ridere serenamente sotto la pioggia dei suoi frammenti – più che un divertissement cinico e intrinsecamente disperato (come potrebbe essere l’esercizio iper-citazionista, iper-dinamico e iper-saturo di tarantino, per auto-definizione spettacolarizzazione del vuoto) questa è una sottrazione dal vuoto paradossale, una rassegnata accettazione di una vita che s’è ridotta (o forse è sempre stata ridotta) a questo. le immagini cui questo film rimanda sono innumerevoli, tanto da far pensare che si tratti a volte d’un pastiche citazionista, altre volte d’un saggio critico, altre volte ancora d’un dramma esistenziale sotto mentite spoglie – la sublime beffa de il grande lebowski è l’alienazione nei suoi stessi esiti: questo film è soltanto il ghigno a denti stretti che si dipinge sul volto di chi lo guarda, non c’è altro.

un gioco leggerissimo tanto da sembrare ineffabile, uno scherzo breve che s’esaurisce in sé stesso con la discrezione d’un linguaggio sostanzialmente autonomo e scisso da qualsiasi ingombranza personale (il riferimento è ancora una volta tarantino). è inutile enfatizzare quest’assenza, s’è già rassegnata a noi come noi dovremmo esserci da tempo rassegnati a lei.

[★★☆☆☆]

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