Madre e Figlio di Aleksandr Sokurov

una madre e un figlio vivono un’allucinazione: lei sta morendo, lui se ne prende cura, lo spazio circostante è immobile e non c’è nessun altro. i presupposti per un monumentale singulto d’autocompiacimento ci sono tutti: soltanto due attori, pochissime parole quanto meno criptiche, spazi rurali fortemente estetizzati e muti, un treno che passa in lontananza (l’unico afflato puramente simbolico) e nessun evento rilevante che non sia un moto d’intimismo che si strappa dinnanzi ad una tensione universale. e in effetti di autocompiacimento si parla, ma è un autocompiacimento di-sintesi, inevitabilmente più teorico che personale o oggettuale: questo cinema sembra doversi autocompiacere perché è in difetto di non si sa che cosa, sembra doversi ispessire di lacune soltanto per poi saturarle, sembra dover moltiplicare i suoi stimoli per poi avere la forza di disattendersi. non si sa bene che cosa manchi a questo cinema: probabilmente quel che gli manca è d’esser rasserenato circa i suoi mezzi e i suoi intenti – gli manca una pace o un’innocenza, una tregua che sia un guardarsi allo specchio e non un sospendersi in un bilico sempre differente, un prendere fiato tra somme estetiche differenti (in questo caso, e non è la prima volta, pittura e letteratura s’incrociano ancora e ancora) e non un lasciarsi sopraffare. se per sokurov il cinema è poca cosa (è un sincretismo cinetico, forse) noi che guardiamo a ben vedere non abbiamo modo di accorgerci d’altro: c’è troppo in questo cinema, pur aleggiando una rarefazione indiscreta – di nuovo auto-compiaciuta – tanto che arriva ad esserci meno cinema di quanto non potrebbe. poco male: lungi da chi scrive rimarcare prese di posizione contro chi si compiace di sé stesso o di quel che sta facendo, oppure schierarsi dalla parte di chissà quale iper-teorica verginità cinematografica, il fatto che questo cinema sia di-sintesi è un dato che diviene fondamentalmente empatico, che si trasforma in una de-saturazione laddove si vorrebbe che invece queste contaminazioni fossero un valore aggiunto, nulla più (e in effetti un valore aggiunto lo sono, assumendo però un effetto di de-valorizzazione: sono un appiglio, un rafforzamento dove si potrebbe stare in piedi da soli. di qui l’autocompiacimento: ci si compiace, forse, di avere una stabilità che non si possiede, una stabilità artificiosa). e quindi eccoci: questo cinema è poca cosa nel suo esser-cinema, eppure in questo è convinto d’esaurirsi ed è fiero d’esaurirsi, e proprio in virtù di queste convinzioni di fatto s’esaurisce.

preamboli a parte madre e figlio si chiude in un lirismo distorto, una poesia apocalittica che sembra descrivere un dramma parentale e poi invece arriva a rivolgersi ad un’intera umanità stretta nell’angoscia della solitudine. questi alberi non sono più naturali dello sbuffo di fumo di una locomotiva in lontananza né vogliono esserlo, venendoci resi come l’incubo che sono (deformi, esasperati, languidi) – lo spazio di questo cinema è completamente piegato sotto il peso della sua suggestione, come del resto queste visioni tutte lo sono (l’utilizzo di lenti distorcenti è esasperato, suggerisce continuamente la possibilità dell’immagine come quella d’un rifugio e dell’estetica come d’un limite che allontana il reale). la presenza di questo sguardo è testimoniata dalla pesantezza che s’esercita su queste superfici: tutto è infelice, tutto è appesantito, tutto è d’una bellezza così triste da lacerarsi e così intensa da sopraffarsi di continuo – la deformazione non può essere casuale: qualcosa esonda da queste immagini e così facendo le strappa, se le porta dietro, le distorce – queste lenti svelano il fotografico dietro ogni fotogramma, il tecnicismo dietro ogni sezione onirica: al tempo stesso lo sguardo si fa evento e l’evento si fa sguardo, e il tutto s’unisce in un moto unico di abbandono. quel che si richiama, e sembra chiaro dall’apparato (per così dire) narrativo, è proprio un abbandono: si lascia una società, una serie di ritualità, uno spazio lineare – non naturale? -, in ultima istanza si lascia la vita che da sempre si sta lasciando. non ci sono altre persone, non ci sono altre forme, non ci sono altre emozioni: tutto soffoca perché sta soffocando e questi quadri s’opprimono ed esondano perché sentono un dolore tanto grande da non potersi negare un ultimo fremito familiare, gigantesco, vibrante – la bellezza. i due protagonisti appaiono quindi chiusi in una dittatura: sono due sagome tra mille, smarrite in un dolore troppo grande per loro, prede della follia che le scioglie e che le intimorisce (chi c’è nel cielo? cosa sono gli incubi? chi canta nel bosco? è un ricordo? è una profezia? è un simbolo?) il dolore le unisce in una pietà universale, dal sapore vagamente generazionale (in senso epistemologico più che psico/sociologico – si parla della generazione in quanto atto quasi-spirituale o quasi-spiritualmente inteso).

madre e figlio è un micro-cosmo di significazione che cerca di schiudere il dolore che lo permea alla bellezza attraverso un moto di distorsione allucinatoria: l’allucinazione funziona, il dolore non sparisce, la bellezza è appesantita al punto giusto. nella dimensione in cui tutto questo sia stato necessario e non semplicemente auto-celebrativo, questo episodio ha funzionato alla perfezione. in quella in cui invece questo cinema s’è abbisognato di così tanta rarefazione, di così tanti sostegni e di così tante facilitazioni per dirsi tale il complesso s’è un po’ affaticato e un po’ ci ha anche fatto faticare.

[★★☆☆☆]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...