La Ragazza del Treno di Tate Taylor

si potrebbe parlare di come questo film traspone le parole del materiale scritto di riferimento, ma sarebbe in effetti un raffronto piuttosto sterile e fine a sé stesso, essendo tutto fuorché necessario che questo la ragazza del treno e più in generale qualsiasi altra trasposizione al cinema abbiano qualche occhio di riguardo per ciò che li ha ispirati o per ciò su cui si basano – per di più non è passata neanche per l’anticamera del cervello di chi scrive la possibilità di leggersi l’inutile tomo della hawkins, quindi il raffronto perderebbe ancora più di spessore. cerchiamo di vedere questo la ragazza del treno come un prodotto singolare, come sempre facciamo, nonostante in fin dei conti una lancia per taylor in vista del modo in cui gli eventi si avvicinano al loro scioglimento a partire dal thriller-su-carta di base viene da spezzarla – come a dire ‘non ha avuto troppa colpa, è il libro che si è messo a riadattare che fa schifo’.

rachel è un’ubriacona decisamente triste, vagamente autodistruttiva, che non fa altro che prendere in avanti e indietro un treno per passare davanti all’abitazione dell’ex marito (adesso con compagna e figlio) e a quella dei suoi vicini di casa: una coppia ideale che in un certo modo rappresenta tutto ciò che la donna ha perduto. idealizzando i due e vedendoli per poco più di due minuti al giorno, la povera protagonista probabilmente non prende in conto alcuni aspetti della loro vita: lui è possessivo e geloso, lei è una ninfomane con un brutto trascorso emotivo. quando la donna affacciandosi dal treno vede la giovane scambiarsi un bacio con un estraneo, l’idealità della coppia crolla – per la protagonista, l’ennesimo crollo di una relazione assunta come modello è un tuffo nel passato. si ubriaca e raggiunge la ragazza, gridandole ‘troia!’. poi succede qualcosa e si risveglia l’indomani, macchiata di sangue, nella sua abitazione. e non solo: la fedifraga è scomparsa, tutti la stanno cercando e lei è stata vista nel quartiere.

non si capisce bene la direzione che il film voglia prendere, soprattutto nella transizione tra la prima fase e la seconda, e poi ancora man mano che ci si avvicina al finale: l’alternanza tra protagoniste, ben scandita dai loro nomi che intervallano le immagini sullo schermo, scompare ben presto – ad un certo punto si trasforma in una scansione temporale (‘tre mesi prima’, ‘sei mesi prima’ e così via) e infine tace in un’amalgama che in fondo avremmo apprezzato come tale fin dall’inizio. di fatto è proprio il tono del racconto a cambiare completamente nell’avvicinarsi all’epilogo: sulle prime si presenta come un thriller psicologico atto a confondere e sondare il confine tra realtà e finzione tramite tre personaggi chiave – la protagonista, la coppia che vede e idealizza e immagina e il suo rapporto, forse altrettanto immaginario, con l’ex marito della donna – i nomi delle tre alternati sullo schermo sembrano suggerire lo smarrimento di una posizione centrale, mescolando ulteriormente le carte in tavola dal momento in cui le vite delle protagoniste sembrano avere più di un elemento in comune. il sospetto che si stia parlando di un’unico personaggio e delle sue costruzioni mentali, però, perde man mano di credibilità: dal momento in cui la ragazza scompare i piani s’intrecciano e il tutto si piega ad un’indagine piuttosto confusa e meschinizzata, efficace fin quando non comincia ad oscillare tra un piano temporale e l’altro. chi rimane aggrappato alla convinzione che sia tutta una costruzione psicologica è lo spettatore più felice, ma anche più disatteso: sul finire tutto deflagra ridicolizzandosi in un’esplosione di sessismo, di dozzinalità relazionale, di scontro tra autorità. ogni traccia d’approfondimento psicologico scompare e con essa ogni possibile ambiguità narrativa: tutto si chiarifica e quel che c’era di oscuro svela un inganno (peraltro dai confini piuttosto evanescenti). raramente tante possibilità si sono piegate ad uno scioglimento così mediocre, tanto da spingere chiunque a cercare continuamente un appiglio, un mistero residuale, qualcosa che faccia intuire che c’è di più: ma di più non c’è, il racconto finisce davvero così, s’esaurisce con un rimando generazionale talmente vago da sembrare un miraggio. tre donne e l’inganno che le ha legate, la violenza che le ha costrette, il dolore che le ha accomunate: non più tre personaggi, non più tre sagome, non più tre psicologie con un passato e un presente, semplicemente tre figure estremamente semplici, ispessite per dar motivo a chi le guardasse di pensare che ci fosse qualcosa di più che poi chiaramente non c’era. tre donne, quindi. soltanto tre donne, prese nel loro rapporto con un uomo. la struttura del film si risolve in questo: nell’annullamento completo di qualsiasi profondità, atto a consegnarci uno scontro tra sessi che si riduce ad essere tale – la donna contro l’uomo, la vittima contro il mostro – queste donne non sono altro che donne, sono soltanto donne, proprio come quest’orco è soltanto un uomo: non c’è altro, tutto quel che c’è stato si è alienato in questa forma estremamente semplice, quasi elementare, completamente idiota.

inutile aspettarsi qualcosa dagli elementi più efficaci sparsi qua e là, per lo più simboli o allusioni: i neonati ed il modo in cui si richiamano l’un l’altro (il rapporto tra il figlio dell’ex marito e quello della babysitter); la psicologia della ragazza e il suo rapporto con lo psicologo; la figura del treno – qua mai spazio concreto, mai gabbia di faraday, mai geografia presente, soltanto contorno meramente quasi-fotografico.

poteva andare a parare sicuramente da più parti questo la ragazza del treno, tutte ben migliori della risoluzione semplicistica e avvilente in cui infine è andato a parare. forse taylor ha provato a salvare la situazione nella prima parte e nella seconda si è trovato costretto a mollare la presa e seguire lo sviluppo del libro; forse al contrario ha immediocrito la materia di partenza appiattendo tutto in una conclusione frettolosa e ridicola; forse invece la colpa è stata un po’ di entrambi gli autori – taylor e hawkins -; la verità non la scopriremo mai noialtri che non abbiamo neanche in mente di avvicinarci a un libro di questo genere, e forse in fondo è anche meglio così.

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