Sacrificio di Andrej Tarkovskij

il film che chiude la carriera di tarkovskij è una summa teorica ancora una volta più vicina alla speculazione allegorico/filosofica che ad altro, chiusa – se vogliamo – su una verbosità insistente ed insistita tanto da far sembrare l’intero apparato immaginale nient’altro che una velleità, un intervallo, uno sfondo: il dono della sintesi tra estetica e logica sembra esser sfuggito di mano fin da solaris, aver raggiunto un inspiegabile picco in lo specchio ed essersi infine dissolto del tutto tra i meandri di stalker e nostalghia, distrutti da una narrativa quantomeno punitiva. il sacrificio di cui si parla, gesto che ennesimamente sfonda le soglie dell’umanità per chiudersi in essa tramite l’appello a qualcosa d’altro – l’idea della divinità si risolve con un respiro iconoclasta e iconofilo al tempo stesso, trascendendo il significato dell’icona in un’immagine più ampia, strappando la figura della distanza tra l’uomo e dio e rendendola uno spazio geografico che l’uomo satura nella sua impotenza, sonda nel suo essere oggetto-tra-gli-oggetti (o soggetto-tra-i-soggetti, che dir si voglia): il pazzo, la stanza, la strega, dio, il fuoco – non si parla d’altro che di immagini che trascendono la cultura e che al tempo stesso ne sono innegabilmente un prodotto, che in qualche modo arrivano a circoscriverla (acheropite, eppure più-che-umane, eppure trascendenti nel loro essere entrambe queste cose, eppure immanenti pur nella loro trascendenza). l’esito ultimo del sacrificio nel medesimo istante ristabilisce l’ordine iniziale e getta il protagonista al di là di ciò che è cultura (di ciò che è linguaggio?): egli al tempo stesso si auto-esclude dalla società, ne viene escluso e allontanato, arriva a perdere tutto, immola sé stesso e ciò che gli appartiene e ciò che lo definisce per raggiungere una consapevolezza che forse lo porta da qualche parte, forse invece si rivela essere fine a sé stessa (l’apocalisse, del resto, potrebbe essersi svolta soltanto nella sua mente).

sacrificio mette in scena una tale vastità di stimoli e di spunti di riflessione da presentarsi come un muro densissimo di tematiche, apparentemente impenetrabile: è forse proprio in questa sua estrema corposità concettuale che si situa il suo unico ma ingombrante difetto. il film non arriva a somigliare al vaneggiamento d’un pazzo, cosa che di per sé caricherebbe le sue immagini di una valenza allucinatoria potenzialmente iper-efficace, piuttosto sembra contemplare un abisso filosofico talmente affascinato dal potere dell’immagine da essere piegato su sé stesso troppe volte, fino a somigliare ad un groviglio che né vuole né può farsi districare: mai le critiche all’auto-compiacimento nel cinema di tarkovskij sono state così vicine a colpire nel segno – questo linguaggio si auto-compiace nel momento in cui s’ispessisce e si fa auto-referenziale fino a negarsi ogni vacuità. pur linearizzando la sua narrazione, il film non cessa di avvilupparsi su sé stesso nel disperato tentativo di perdere ogni efficacia comunicativa – a tal proposito è rilevante la scena in cui il protagonista scappa dagli altri nel tentativo di non farsi portar via, involontariamente comica, vertice del parziale fallimento (?) degli intenti del racconto. la speranza verso la quale si dischiude il finale (simile a quello di stalker, ma meno rivelatorio) arriva quindi ad essere qualcosa di contraddittorio, di ambiguo: non è chiaro se ci sia o meno o se sembri che ci sia e basta, o se ancora ci sia ma nasconda qualcos’altro. accumulando tematiche su tematiche, allegorie su allegorie, dialoghi su dialoghi su impressioni su domande su divagazioni su collegamenti su speculazioni su rimandi su dilatazioni su osservazioni altro non si ottiene che uno smarrimento completo laddove proprio questo smarrimento, magari, vorrebbe essere sovrascritto da qualcosa di più alto (e quindi di più chiaro). restano non raggiunte sia le epifanie di solaris/nostalghia sia la perfetta sintesi di andrej rublev (di cui si rimpiangono sia icone che cavalli, al cospetto di tutta questa tragicomica confusione).

quando arriva a prevalere il fuoco (e non è una novità in questo cinema, dal fienile al pazzo alla candela alle varie lanterne) di nuovo ci si chiede come mai qualcosa stia bruciando ma questa immagine proprio non riesca a bruciare: la minaccia atomica la sfiora, ma non la scuote, sembra non riuscire a scuotere neanche cose che le stanno attorno, si piega talmente tanto al suo stesso valore iconico/metaforico da soccombere del tutto, da richiamare un’apocalisse simbolica, da risultare una minaccia anarchica che non si compie ma soltanto s’avvicina; l’emotività del rapporto padre/figlio la scalda ma non avvia una combustione, è un corollario teorico che somiglia ad un epilogo intimista, che paradossalmente si somiglia senza essere sé stesso – una specie di specchio senza che ci sia qualcosa che si specchia o un’immagine che venga specchiata, un sentore; tutta questa filosofia infine non riesce a tramutarsi in brace, non avvampa, sembra ripetersi e ripetersi tra mille voci e pervenirci infine completamente ammutolita, priva d’efficacia, indipendente ma pressante, insistente come la voce di chi sa che non verrà ascoltato abbastanza. questo sacrificio, meta-testualmente parlando, arriva quindi a somigliare ad un evento puramente relazionale: sono queste immagini ad essersi immolate ad un valore più ampio (?), tristemente proprio più culturale di quanto non avrebbero mai voluto – si sono immolate al figlio di chi s’è arrogato il diritto di possederle, di specchiarsi in esse – al figlio di tarkovskij dunque. ed ecco che questo cinema s’è esasperato così tanto da trasformare tutti i suoi meriti in un’ambigua danza di appariscenze, di manchevolezze, di stridori: ha trovato la sua vocazione ultima (che non è attualizzazione, purtroppo) nell’alienazione in qualcosa di estraneo, di fondativo ma altro, talmente altro che forse neanche lo riconosce esso stesso.

di queste immagini restano l’atmosfera sublime, la corposità osservativa, l’intensità lirica. tutto il resto è stato un po’ come il rintocco delle campane con il quale abbiamo aperto questo episodio critico al tempo di andrej rublev: è stato emesso in lontananza, ne abbiamo apprezzato l’eco, infine abbiamo ascoltato il suo affievolirsi.

[★★☆☆☆]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...