Swiss Army Man di Daniel Kwan e Daniel Scheinert

hank è su un’isola deserta e sta tentando di impiccarsi quando vede sulla spiaggia un cadavere. senza nome, senza documenti, senza cellulare, il corpo morto si rivelerà ben presto un’insospettabile risorsa grazie a dei bislacchi poteri (può fungere da motoscafo grazie ai suoi gas intestinali, produce acqua potabile, svolge le mansioni di un macchinario edile e di un rampino, è un buon compagno di viaggio in generale – perché ben presto parla, privo di memoria e anche di qualsiasi tipo di conoscenza). tra i due nasce una stramba amicizia destinata ad evolversi ed esprimersi al massimo nel tempo che li separa dal ritorno a casa, grazie alla quale il povero hank sarà in grado di crescere (?).

il racconto, stralunato e spesso buffonesco (le gag si basano tutte su un addolcito nonsense abbinato molto spesso a ricadute volgari – per lo più flatulenze, grottesche erezioni, fisicità esasperate o disgustose – la maggior parte dei dialoghi invece ruota attorno a temi come la masturbazione, la merda e ancora una volta le flatulenze) si basa tutto sul contrasto tra la delicata emotività che il rapporto tra i due protagonisti incarna e il sornione infantilismo dell’immaginario che la sovrasta. l’alterità del cadavere, da subito figura ambigua, rende il cammino attraverso la foresta di hank un percorso interiore: nell’insegnare al corpo morto (che chiamerà manny) il significato di parole e relazioni, il ragazzo si troverà di continuo alle prese con ciò che ha appreso e ciò che ha interiorizzato, costretto a fare i conti con il significato che quelle stesse parole hanno assunto all’interno del suo vissuto (e conseguentemente col significato che hanno assunto delle relazioni strutturanti: quella col padre, quella con la madre, quella con la donna che ama). non sembra essere un caso che tutto il film si ripieghi interamente sul personaggio vivo dei due: non solo fin dalla prima scena è lui a produrre la musica che fa da sottofondo ai momenti topici, ma è sempre e soltanto lui l’unico nucleo fondante di ogni scambio tra i due. è un po’ come se il cadavere fosse un suo specchio e per questo fosse in grado di guidarlo attraverso una qualche evoluzione psicologica – le sue capacità fisiche fuori dal comune in questo senso sembrano essere niente più che il contraltare esplicito e goliardico di questa capacità (propria di un essere inanimato – la sua ‘animazione’ è niente più che parte di questo sistema d’altari che si specchiano: la non-morte di manny è una delle sue eccezionalità). è un po’ come se nel compiere questo cammino hank fosse chiuso nel suo immaginario, in un mondo di cui egli stesso stabilisce regole e confini (in derivazione dal mondo che lo esclude e che lo fa soffrire, non in aperto terreno surreale) – il tono comico si piega ad un’infantilità contestualizzata, tutto sommato efficace, che rende l’impasto una specie di cavalcata alla disperata ricerca di un alleggerimento interiore, rivolta e chiusa sulla psicologia del suo protagonista e degli oggetti che si è scelto come specchi (primo tra tutti il cadavere, poi accompagnato dal costume da donna, poi accompagnati a loro volta dalle varie geografie riadattate in costruzioni di legno e foglie).

l’oscillazione tra lettura psicologica e semplice delirio quasi-fantasy è senza dubbio la parte più riuscita del film: l’incipit quasi-metafisico lascia intuire che il tutto non sia altro che una metafora o un racconto privo di senso, dedito soltanto a sé stesso o forse ricolmo di chissà quali riferimenti culturali. che quel cadavere sia la società occidentale, ridotta ad essere una sagoma muta di uno dei suoi più derivati manichini (è un caso che sia l’attore di harry potter?)? che quel cadavere sia il simbolo di un passato che ci si porta instancabilmente dietro senza un motivo preciso, e che quindi il protagonista debba prima o poi disfarsi del suo unico compagno d’avventura per riuscire ad andare avanti? che il nostro eroe sia morto impiccato e che la sua fuga col cadavere-tuttofare sia un’allucinazione post-mortem? queste domande, minuto dopo minuto, si rivelano l’una più inutile dell’altra fino al finale, unico momento in cui la struttura stessa del film catapultando i protagonisti al di fuori della solitudine che l’ha attanagliati per tutta la durata del loro cammino si spinge alla contraddizione, o meglio alla necessità di una contraddizione: è stato tutto vero quel che abbiamo visto? o è stata un’allucinazione? il protagonista è un povero ragazzo che sta vivendo un’avventura incredibile o un povero pazzo smarrito in un bosco con un corpo morto e convinto che quello stesso corpo lo stia aiutando a salvarsi la pelle? l’ambiguità con cui ci vengono offerte delle possibili risposte è l’esito più accattivante di tutto swiss army man: la scena finale rappresenta il ritorno del delirio del protagonista? o conferma l’effettività di quanto egli ha vissuto? gli altri stanno vedendo quel che vede lui o le loro reazioni sono esse stesse filtrate dalla sua follia?

in definitiva sembra che sia impossibile darsi una risposta e che l’esigenza stessa di una domanda non sia altro che fuorviante: ad avere importanza è stato il percorso di hank, reale o immaginario o entrambe le cose assieme. dispiace soltanto che suddetto percorso non abbia emozionato né colpito, ma soltanto intrattenuto in modo sottilmente delirante, infantile e con qualche briciolo d’ironia qua e là. quest’ambiguità, lasciata a sé stessa, ritorce tutta la narrazione contro di sé e la rivela vacua.

[☆☆☆☆☆]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...