Mine di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro

un marine, attraversando il deserto, finisce assieme al compagno in un campo minato. mentre l’altro salta subito in aria, lui calpesta una mina e vi rimane bloccato sopra. costretto a rimanere immobile fino all’arrivo dei soccorsi dovrà sopravvivere ad una serie di difficoltà per fare ritorno a casa. dalla seconda metà in poi il film diviene una specie di compendio intimista: il protagonista sta affrontando un pretesto che attua una difficoltà psicologico/relazionale e il fatto che riesca a sopravvivere diviene non tanto una questione di vita o di morte, piuttosto un problema di scesa a patti col proprio passato.

prima che si possa esser tentati di pensarla diversamente, sì: mine è un film estremamente banale, retorico, didascalico e semplice. fin dalle prime scene (che abbozzano un raffazzonato film d’azione bellico) si ha ben chiaro che qualunque sia la direzione che il film andrà a prendere non ci si discosterà troppo da quest’approssimazione, da questa fretta, da questa ingenuità: analogamente a quanto avviene nel 127 ore di boyle il film potrebbe chiudersi in attimi d’osservazione/descrizione/contemplazione, ma invece sovrastruttura il tutto di continuo con infinite situazioni e infiniti sviluppi, rilanciandosi con insistenza e aspirando sorprendentemente a un’infinita vacuità. così si viene accolti da scene derivative, piatte, insulse, e da queste scene si viene accompagnati fino alla metà del film: finalmente solo, il protagonista si trova a dover affrontare una situazione che si carica ben presto di significati emotivi ben precisi – e forse troppo bruscamente: si tratta la svolta psicologica come la tempesta di sabbia che arriva poco prima, che in qualche istante subentra e si scatena e ingloba tutta la narrazione mentre a monte di ciò di essa non sembra esserci alcuna traccia. significati emotivi, si diceva, che a ben vedere sono generalisti più che universali, il cui riferimento è più che altro una generica condizione dell’individuo che, solo, deve sconfiggere i suoi demoni – l’insistenza sul saper “andare avanti” è più o meno una rielaborazione approssimativa di uno psicologismo inflazionato e post-pragmatista. tra una scena quasi buffonesca (il protagonista che cerca di recuperare la sua radio – il rimando è quello iper-ottimista del recente the martian) e un alleggerimento demente (la spalla dissacrante della situazione è un berbero mezzo scemo destinato ad assumere significati quasi-mistici/esistenziali/filosofici) si passa per tutte le classiche scene da film di sopravvivenza e si viene dunque abbandonati alla svolta interiorizzante, da un momento all’altro: si è quasi impreparati, giacché tutto avviene con la stessa rapidità con la quale vengono liquidate inizialmente le sezioni della traversata del deserto (frammentate in una varietà di micro-sequenze che si dissolvono l’una nell’altra).

e poi succede qualcosa di strano. l’apparato psicologico, rappresentato con un’elementarità quasi disarmante in senso negativo, che da un certo punto in poi deve addirittura ricorrere all’espediente della droga per privarsi di chissà quale onirismo (come se il sole e la disidratazione non fossero elementi sufficienti a giustificare qualche allucinazione) diviene il fulcro della narrazione – e tutto si fa simbolo: in modo stupido e banale, ma si fa simbolo. barcamenandosi tra due/tre scenari emotivi ben precisi (il maltrattamento da parte del padre, la morte della madre, la rissa nel locale) il bilancio si rende una versione ingenua e instupidita di un approfondimento caratteriale. il protagonista sembra essere il personaggio di un videogioco, immobilizzato e costretto ad attraversare delle prove sia fisiche sia mentali: l’andamento delle sequenze dialogiche (gli interventi del berbero) e di quelle allucinatorie (l’amico morto che compare di nuovo) somiglia spaventosamente a una struttura a-livelli videoludica – tutto è semplice, tutto è banale, tutto è iconico, compresa l’emotività semplificata del film che a questo punto si rende, al netto della sua sintesi, efficace. arrivano a coincidere non soltanto la lettura basale narrativa (quella dell’uomo bloccato sulla mina) e quella psicologica (l’uomo che non sa muovere un passo avanti e lasciarsi alle spalle il dolore) ma anche quella cavalleresca e quella socio-antropologicala scena migliore del film senza alcun dubbio è quella del secondo scontro notturno coi predatori: il marine sembra un vero e proprio cavaliere immobilizzato in una lotta titanica con delle creature mitologiche – in questo senso, forse, per la prima volta la computer grafica sovrabbondante e superflua contribuisce ad alimentare il senso di spaesamento: si assiste a qualcosa di sghembo, di accomodante e di sgraziato, ma a suo modo anche di profondamente lirico. parallelamente, la figura del berbero si carica immediatamente di significati mistici, ma anche più banalmente storico/politici: è l’individualità che si riversa nei meccanismi culturali, che li inonda, benché tutto questo accada inconsapevolmente e stupidamente tanto da sembrare completamente involontario. la figura dell’eroe immobile nella tempesta di sabbia, immobile nell’assalto degli sciacalli, immobile nel ricevere colpi di fucile, piantato a terra contro le asperità che lo subissano sgomita per la sua efficacia, in un certo senso s’impone nonostante l’approssimazione del contesto che la genera: approssimazione estetica, concettuale, tematica, narrativa, comunicativa in senso lato. la musica epica, i personaggi stupidi e stereotipati, i dialoghi banali, la grafica computerizzata, i passaggi registici talvolta estremamente mediocri, tutto sembra assumere un suo senso: è come se questo film-videogioco, all’interno del quale i personaggi sono icone e il protagonista è il simbolo di tutti i protagonisti (e le sfide che deve affrontare sono una summa di tutte le sfide possibili, un’immagine delle stesse) sommasse appropriazioni fino a ingigantirsi e farsi vertiginoso, fino a sfondare la parete che divide la stupidità del videoclip musicale dal cinema, col risultato di collassare in un mondo sintetico e demenziale, al limite per sua stessa natura.

è sorprendente quanto qualcosa di così brutto riesca ad essere efficace. come tutto questo psicologismo da quattro soldi catturi e funzioni non nel suo essere una lettura che dia profondità ad una situazione o che regali spunti riflessivi, quanto piuttosto nel suo essere un’immagine di qualcosa – nel suo trovare efficacia nel suo essere-immagine: è un meccanismo che in questo film trova un esito insospettabilmente profondo. tra tutte queste immagini non sorprende peraltro l’ambiguità del finale: gli esiti di questa riflessione sono superflui, così come superflua è questa profondità. tutto è funzionale a sé stesso, tutto si piega, tutto si esaurisce – verrebbe da dire – nella performance.

mine è un blockbuster ingenuo, stupido e banale tanto da somigliare ad un prodotto di serie b. proprio in questa somiglianza rappresentativa, che inerisce tutto e solo il linguaggio culturale e la natura composita dello stesso, trova la sua più grande efficacia. non soltanto intrattiene, ma appassiona: è la sua natura sincretica ed appariscente a coinvolgere. quella e il suo sghembo andamento lirico. è un esistenzialismo pubblicitario.

[★★☆☆☆]

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