Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini

una prostituta cerca di salvare il figlio dalla squallida vita che lo attende. liberata dal suo protettore, tenta disperatamente di abbandonare per sempre la misera vita di strada allestendo un banchetto al mercato. le cose non vanno come previsto, le insidie (vere o presunte) si moltiplicano e la parabola, come sempre discendente, si conclude nella morte e nel completo fallimento.

mamma roma è un canto allegorico evidentemente socio-politico. la madre, dal nome non casuale, cerca di proteggere un figlio disinteressato al fine di consegnargli la vita che ella stessa desidera per sé: il tentativo di lanciare ettore nel mondo della borghesia si fa ben presto costrittivo, si meschinizza, costringe la donna a manipolare il ragazzo. le attenzioni di madre divengono un simbolo universale schiacciante, avvilente ed instancabile: la presenza della donna, soffocante, condanna il giovane alla sorte che si abbatte su di lui. nello sguardo finale della magnani, rivolto fuori dalla finestra dopo il tentato suicidio, vengono ricollegati i due capi della metafora delineatasi nel corso della narrazione: la prostituta e roma – la madre e la città. due presenze che troneggiano e che avvolgono, che nel tentativo di assicurare una protezione regalano la disfatta finale a ciò che è loro più caro: gli occhi della protagonista, prede di una rivelazione quasi meta-teorica, si soffermano sulla consapevolezza della tragedia ch’essi stessi hanno osservato fino a quel momento – soltanto con differenti filtri: pietosi, amorevoli, orgogliosi, densi d’apprensione. il fallimento di questa umanità è di nuovo inevitabile fin dal primissimo momento, di nuovo sociale, di nuovo generazionale, ma si schiude alla composizione del suo già annunciato tracollo etico: mentre accattone solo si procacciava la sua stessa desolazione, inchiodato ad una condizione che fin dall’inizio chiaramente non gli avrebbe lasciato scampo, ettore viene guidato nel suo percorso dalla protagonista del film. i personaggi che lo circondano non sono le occasioni ch’egli trova per avvicinarsi sempre più alla sua stessa annichilazione, ma anche e soprattutto pretesti tramite cui le sue due madri (tragicamente simili) cercano di sorreggerlo (e il sorreggimento purtroppo non sa distinguersi dall’affossamento: la relazione di ettore è un bene liberatorio o una condanna demoniaca? il furto della radio è l’inizio della fine o la possibilità di una salvezza – nella fine- ?). la solitudine (che si chiudeva in una semantica anarchica) di accattone qua diviene un grido quasi-collettivo, per lo meno di voci che sembrano appartenere a collettività: sugli occhi della magnani si specchiano quelli di roma, forse contratti nella stessa smorfia di dolore e sgomento – le strade, le finestre, gli interni, le luci, il cosmo che ha condannato il nostro eroe è analogo alla figura di sua madre, che invano (anzi, dannosamente) ha cercato di proteggerlo.

ridurre il film a un saggio critico sarebbe però ingiusto: nella politica di pasolini è ancora una volta racchiusa una consapevolezza quasi-esistenziale, un’oscurità crudele. la morte (che in accattone era uno squarcio rivelatore e salvifico) ancora una volta aleggia fin dalle primissime scene, assume le forme più insospettabili, infine colpisce come un’illuminazione (ed è infatti nella morte che si attua il riconoscimento finale – quello sguardo). proprio come accattone, ettore è già morto: lo vediamo girare in una giostra e svanire come un fantasma, portarsi dietro simboli profetici senza neanche sentirne il peso (mentre attorno a lui suonano frasi come “la morte, davvero? quant’è brutta!”) infine spegnersi in una lenta agonia. la sua figura è quella di un cristo non-redentore (e le inquadrature verso la fine lo rendono ben chiaro, mostrandocelo crocifisso sul letto, quasi un martire): non-redentore perché ancora una volta tutto e soltanto ciò che può redimere (il vero cristo) è la figura della morte. e non che questa redenzione porti ad esiti differenti dall’istante d’estasi (effimero? si può supporre di sì) che precede di poche frazioni di secondo i titoli di coda. e poi questi silenzi, queste attese, queste ombre (la strada notturna, costellata di luci, soffoca le presenze di chi vi si muove dentro – sembra una placenta): sotto la superficie post-neorealista s’agitano di continuo turbamenti maniacali, disperazioni che non sanno placarsi. la roma di pasolini sembra popolata da demoni inconsapevoli ed assume spesso i connotati geografici (estetici) di un vero e proprio incubo.

mamma roma è un film teleologicamente teso all’esito ultimo della sua narrazione. come a dire: dal primo momento si sente l’esigenza dell’ultimo e soltanto nell’ultimo istante si raggiunge la consapevolezza che dal primo in poi ogni cosa ha avuto un suo diabolico senso. l’affresco è disperato, si agita inutilmente, sembra l’ombra di qualcosa d’immobile e disinteressato (l’idea d’infinito troneggia, avvilisce, si fa estetica visiva o sonora di continuo).

che lo sguardo finale dovesse soffermarsi proprio su questo? che fosse diretto alla cupola – in quanto simbolo di qualcosa che c’è ma non si fa vedere, che assiste ma non interviene (?) – e non a roma? che esista un quarto polo, distante sia dalla donna sia dalla città sia dalla morte, che siano sue questa grandezza, questa solennità? oppure è tutto soltanto un espediente poetico post-neorealista? il fatto che la figura del cristo possa essere soltanto un pretesto simbolico/culturale non toglie una sensazione pressante, una persistenza difficile da catalogare: sembra che ad abitare queste immagini ci sia qualcos’altro.
ma cosa?

per questa volta la domanda sembra rimanere sospesa, un po’ come lo sguardo della magnani.

[★★☆☆☆]

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