Postilla: Far Vibrare l’Anima

si è recentemente parlato di come partecipare ad un’immagine consista, in un’espressione vaga e falso-poetica, nel far comunicare due anime: la nostra, intesa come astante da qualsiasi paradigma dialogico/linguistico/culturale e quella dell’immagine. anime che a ben vedere si co-creano dal momento in cui l’evento inizia, vivono per l’interezza della sua durata ed infine muoiono al suo termine (la retorica della persistenza, quella sì, le rende puramente dialogiche).

la discussione potrebbe prendere due pieghe:
potrebbe situarsi nell’ambito epistemologico propriamente detto, soffermandosi a stabilire la priorità di un movimento rispetto all’altro nella genesi dell’evento (ossia: nonostante si sia già visto come “l’anima” dell’immagine formi il suo specchio in noi, sarebbe opportuno capire quando questo avviene. è l’immagine che genera il nostro sguardo? o è il nostro sguardo ad accogliere la nicchia che vi si crea dentro? come si separa l’evento dalla sua persistenza?)
potrebbe spostarsi nel dominio della teoria delle immagini (astante dal o ridimensionata rispetto al dibattito epistemologico). da un punto di vista meramente (ma non troppo) pragmatico, ci si potrebbe chiedere: “come far vibrare l’anima? cos’è l’anima? come partecipare ad un evento/immagine facendo risuonare ciò che in noi si specchia di esso? è possibile?” o, ancora più schiettamente: “come tradurre le chiacchiere riguardanti la natura meta-epistemologica delle immagini in qualcosa di ‘concreto’ – o per lo meno di tangibile – e non limitarsi a far di loro un presupposto teorico che nulla cambia del nostro modo di concepire, vivere, animare ed elaborare criticamente un’immagine?”

questa postilla serve proprio per aggiungere qualche parola in merito a questa seconda diramazione dell’argomento di cui si sta parlando. la domanda cui cercherò di rispondere è: come si fa a far vibrare l’anima nella comunicazione con un’immagine? come possono risuonare le due anime che l’immagine genera e coinvolge, dal momento in cui l’identificazione della loro eco è una persistenza (è quindi culturale, contestuale, dialogico che dir si voglia)? se, come si è detto l’anima è un punto nero d’indefinibilità teoretica, come si può essere sicuri di averci a che fare e di non travestire da metafisico/epistemologico un qualunque assunto derivante da impalcature contestuali? come si rende tangibile questa nicchia di non-tangibilità?

innanzi tutto è opportuno sottolineare che, nel ‘leggere’ un’immagine, diviene erronea la demarcazione di qualunque linea guida (o la delimitazione di qualunque tipo di dominio). un’immagine non è né storica né estetica, né etica né poetica, né naturale né artificiale. una lettura comune che si dà della nozione d’immagine dal post-strutturalismo in poi è quella di un’immagine come una personalità cangiante, un io dotato di un inconscio in grado di assumere differenti connotazioni dal momento in cui l’evento è in grado di darsi (e per questo, appunto, cangiante: scisso tra ciò che è contestuale – e che sempre lo sarà – e tra ciò che invece è proprio del linguaggio-immagine – si potrebbe parlare di elementi estetici trasversali a qualunque loro elaborazione posteriore). l’immagine non è un oggetto, ma un soggetto, e ciò che viene percepito come immagine dall’epistemologia classica non è qualcosa che è impresso su di un supporto ma il momento preciso di una comunicazione tra due enti che s’incontrano nello spazio e nel tempo. assumendo in modo estremamente semplificato che un soggetto x sia un tizio che guarda un quadro e y sia il quadro, il loro rapporto

x⟶ y (oppure x ⟵ y)

[in cui x è soggetto destinatario (nel caso in cui ‘riceva’ un significato dall’oggetto-quadro) o il soggetto destinatore (nel caso in cui generi esso stesso il significato dell’oggetto-quadro)]

diviene:

x ⟷ y

[in cui sia x che y sono soggetti destinatari e destinatori ed in cui, quindi, l’immagine propriamente intesa (come significante, come evento) non è spostata né da una parte né dall’altra dello schema (non è né xy) ma esiste soltanto nella congiunzione dei due elementi che coinvolge (ci perdoni la logica matematica, ma in questo caso si parla d’immagine soltanto quando si ha a che fare col ““)]

questa lettura individua l’immagine come un soggetto in grado di determinarsi e determinarci piuttosto che come un mero oggetto in grado di essere da noi determinato (sebbene per certi punti di vista non rimuova affatto il primato del soggetto umano in quanto detentore-del-possesso – di qui l’idea di un’immagine/io che si subordina, che si piega, che serve). i limiti di una suddetta lettura sono quelli che abbiamo accennato nell’articolo di cui questo è postilla, e cioè brevemente: ridurre l’immagine al contestuale è come ridurre l’essere umano alla sua psicologia. o ancora: delimitare un campo di definibilità linguistica fa sì che l’immagine si appiattisca sullo stesso, che si sezioni, che si immediocrisca. leggere un’immagine analizzandone l’interiorità da questo punto di vista, che altro non è quello dell’esame di un soggetto ben determinabile, è come limitarsi ad individuare caratteristiche/specchio storico-culturali in un film. è come limitarsi a fissare il cielo e tracciare le forme di costellazioni che conosciamo, o ancora: come fissare il cielo e rimanere incantati dai ricordi di alcune storie che questa visione ci rimanda, esaurendo in ciò quel che questa visione ci rende.

non che l’immagine, diversamente da ciò, sia un elemento linguistico (nell’ottica strutturalista o pre-strutturalista) né che, come via di fuga dal fallimento di un simile paradigma, nell’immagine si crei un vuoto di senso. pensiamo nell’ottica dei giochi linguistici (tanto cara ai postmodernisti):
dalla prospettiva post-strutturalista, l’immagine diviene il luogo d’incontro di più giochi. o meglio, diviene fucina di infinite possibilità linguistiche (proprio come un soggetto cosciente): animandola si possono creare nuove mosse, collaudare regole già esistenti oppure formulare interi nuovi ambiti d’interazione (e non perché sia l’essere umano ad animarla, come vuole il “x⟶ y“, piuttosto perché quella semplicemente s’animi – indipendentemente dalle polarità che co-creano quest’animazione). è un po’ come se l’immagine fosse un crocevia (anche questa una figura tanto cara ai postmodernisti) in cui l’essere umano (nella sua individualità, ma anche in senso comunitario) si esprime nella privazione di vincoli di riferimento (gli attori di questa comunicazione sono fantasmi, tanto che si può parlare del dominio delle regole e della proliferazione delle stesse: non è un caso che la società delle immagini – ben prima della società dell’informazione – abbia dato origine a tanti mutamenti culturali in così poco tempo. è il nichilismo che prende le forme di una vera e propria proliferazione di meta-teorie. epistemologia e metafisica s’alienano nelle loro sovra-strutture). l’immagine-nel-gioco non rappresenta un buio o una falla, non scava alcuna nicchia, non oppone alcuna cesura, né altresì s’innesta nel paradigma ludico come un ente linguistico al pari degli altri.

per quanto possa essere difficile ci si deve sforzare di analizzare l’inconscio dell’immagine separando la semantica di ‘inconscio’ da qualsiasi inerenza psicologica: l’immagine “somiglia a una persona” (nel senso che ha una personalità) soltanto nell’ottica in cui è umano tutto ciò che l’essere umano tende a percepire (perché è antropologica la tendenza ad antropologizzare, tanto per non essere ridondanti). questo significa che mentre l’inconscio dell’immagine, in quanto prodotto contestuale, struttura l’immagine-persona e ha a che fare con la nostra capacità (altrettanto contestuale) conscia o meno che sia di interpretarlo o di farci da esso interpretare, un’infinità di altri aspetti altrettanto inconsci (sia dell’immagine, sia di noi che veniamo da essa interpellati e coinvolti) s’anima e agisce, sia prima che durante che dopo questa comunicazione superficiale (tra personalità, si potrebbe dire). più che analizzare i lapsus di un’immagine (di nuovo, in senso psicologico – psicologizzante) si devono analizzare i lapsus del linguaggio-immagine: del linguaggio-crocevia. analizzare i lapsus di una personalità siffatta equivale ad analizzare i lapsus del linguaggio tutto. e il punto, di nuovo (stiamo facendo nient’altro che porre in termini sempre differenti il nostro quesito) è: come posso analizzare questi lapsus? cosa in me deve specchiarsi in (o meglio farsi specchio di) questi lapsus?

sembra quasi ovvio che il terreno dell’insondabile sia destinato a rimanere astante dagli edifici linguistici che lo sovra-strutturano: l’esigenza di prendere parte ad un gioco linguistico, per tornare ai modi di dire post-strutturalisti, sovrasta qualsiasi sub-strato esistenziale. banalmente: la metafisica è sovrastata dall’antropologia, che a sua volta viene sovrastata dalle logiche performative di perfettibilità dell’organismo relazionale. è un po’ come se all’interno di ciò che è relazione e ciò che è relazionale, ossia all’interno di ciò che è linguistico, non ci fosse alcuno spazio per l’assenza (che, lo ricordiamo ancora, non è assenza di senso. l’indefinibilità non coincide con l’assenza di un significato, semmai con una sua iper-densità): questo per lo meno sembra se si affratellano i linguaggi in una prospettiva ludica, facendo somigliare il gioco scientifico a quello immaginativo o narrativo. il terreno dell’indefinibile altro non è, seguendo questa prospettiva, che parte del gioco linguistico in cui di volta in volta fa la sua comparsa: non esiste un elemento vuoto all’interno di un linguaggio, se non appunto “un elemento vuoto all’interno di un linguaggio”, inteso come struttura enunciativa che ha senso (per esempio) qui ed ora all’interno del gioco a cui stiamo giocando io-che-scrivo/voi-che-leggete.

sia ben chiaro: siamo qui per asserire tutto men che “il linguaggio non è tutto e solo ciò che ci è dato”. non vogliamo pestare i piedi ai postmodernisti, l’edificio dei giochi linguistici rinuncia a sé stesso dal momento in cui diviene parte di ciò che descrive e il sistema della proliferazione si nega una meta-struttura unitaria: lungi dall’essere falsificante, il sistema dei giochi semplicemente nega che si possa uscire da ciò che in esso si delinea – qualora se ne uscisse, si tratterebbe soltanto di un altro gioco. e di certo non è intenzione di chi scrive arrivare a dire “l’immagine fuoriesce dal sistema dei giochi”: benché non sia un elemento squisitamente linguistico (seguendo una lettura atomistica o enunciativa, pre-strutturalista, che individua l’immagine come appunto un oggetto/enunciato) l’immagine non fuoriesce dal sistema linguistico che ci consente di entrare-in-relazione-col-mondo – il gioco linguistico come metodologia conoscitiva. mettersi a scrivere qualcosa di anti-postmodernista è un po’ come mettersi a scrivere qualcosa di anti-solipsista: un’operazione faticosa, velleitaria, inutilmente sofisticata. per quanto ci riguarda mi basta rimandare chi legge (e non avesse letto in precedenza) ad altri articoli e risolvere qui la questione in altri termini (che ci si senta liberi di dirli iscritti o meno nella problematica sollevata).

tornando al nostro caro insondabile: non si situa al di là degli edifici che lo sovra-strutturano, è tra gli stessi. nelle intercapedini, nei lapsus, nelle zone d’ombra: sono queste ambiguità che costituiscono l’anima di ciò che vi si costruisce sopra, attorno o addosso. per quanto ci riguarda (per quanto quindi riguarda l’immagine cinematografica): tra l’analisi linguistica, la rimarcazione critica, il linguaggio storico, la valutazione sociologica, la lettura emotiva, l’approfondimento semiotico, il bilancio strutturale e chissà quanti altri paradigmi possibili, e non solo: tra le pieghe dell’intimità di chi percepisce, di chi partecipa, tra le sue posizioni e le sue polemiche, tra i suoi umori e le sue sensazioni o tra le sue pretese oggettività. molte volte si è parlato di sincretismo: è proprio nell’oscillazione a-sistematica tra più sistemi di riferimento che si accede a ciò che può essere definito l’anti-sistema critico/fruitivo. non è dalla padronanza di ogni paradigma, ma dal libero transito in ogni possibile prospettiva: se lo spettatore/autore post-moderno è l’individuo smarrito nel flusso che decide di che cosa comporre il suo spostamento spazio-temporale, la sua anima emerge dal sistema delle sue inconsapevolezze. né teoretico né psicologico, né culturale né metafisico, ma libero di essere ogni cosa e nessuna cosa al tempo stesso: di qui l’indefinibilità. il “punto nero”, la nicchia, l’assenza non si compone di una mancanza ma di una saturazione. l’anima è una sommatoria, non una vacuità, ed eccede la somma delle sue parti (se io sottraessi da essa ogni sua parte costituente, rimarrebbe sempre qualcosa. il fatto è che non posso materialmente farlo: l’anima è un alone che si genera da un’oscillazione. sospendendo l’oscillazione, l’alone cessa di fare la sua comparsa. ma non si può dire che gli elementi tra i quali s’è creata l’oscillazione emettessero l’alone, semmai è stata proprio l’oscillazione a crearlo). l’immagine, nel suo specchiarla in noi, chiama a lei l’infinità dei giochi linguistici che essa stessa dal momento in cui si dà si rende in grado di giocare. la nostra anima è un nodo, un’apertura, un pozzo senza fondo. in relazione con ciò che l’ha creata, vibra alla stessa frequenza: di qui la capacità di partecipare ad un evento/immagine, di qui la capacità di animarne uno. in altre sedi si potrebbe dire che la capacità di relazionarci col mondo che ci circonda è dialettica: è nel rapporto dialettico tra organicità e opposizione, nella dialettica capacità di oscillare tra più sistemi di riferimento (tra più giochi) che si dà ciò che propriamente è umano all’interno della comunicazione, ciò che propriamente è soggetto: una somma di coordinate spazio-temporali, non una delimitazione precipitosa e tendenzialmente vacua o riduttiva. siamo tutto ciò che si rende secante la linea che tracciamo, nel momento esatto in cui l’universo è tangente il punto al vertice di quella linea (il margine ultimo del vettore). la linea che tracciamo (che abbiamo tracciato) è potenza: l’immagine che viviamo, nel momento in cui l’abbiamo vissuta, si dà a noi come potenza dell’oscillazione di cui stiamo parlando; il punto che siamo (che traccia la linea) è atto: il qui ed ora, incapace di essere (si tenga pur sempre presente che, epistemologicamente, la differenza tra potenza e atto è pura retorica).

far vibrare l’anima è una leggerezza indiscreta: una libertà che nasce da una serie di consapevolezze in grado di ritorcersi su sé stesse fino a negarsi. si traduce in una paralogia: ogni sistema critico è sullo stesso piano d’oggettività strutturante, ogni sistema è assoluto. moto d’anima è quello che sente (perché ‘identifica’ sarebbe mortificante) un’immagine emotivamente efficace sullo stesso piano di un’immagine storicamente significativa, che al tempo può annullarsi o decidere di farsi preponderante e in nessuno dei due casi essere in errore. essendo il moto d’anima generato dall’inconscio dell’immagine, esso assume come oggettivo qualsiasi gioco: vi partecipa perché è chiamato a parteciparvi, ne fissa le regole perché può farlo.
far vibrare l’anima è una facoltà che si dà più evidentemente nel momento in cui il linguaggio delle immagini (e il linguaggio in generale) è più immediatamente pervasivo: nel post-moderno evitare un moto d’anima è sottrarsi al flusso e alla propria capacità di muovervisi attraverso, è delimitare forzosamente una zona d’interesse, è immediocrirsi. per questo ogni grammatica è accessoria e velleitaria: non si dà come nucleica dal momento in cui non può porsi in relazione ad altre grammatiche se non in un’ottica relativista.

quel che si è fatto finora in questo blog è esattamente l’opposto: porre ogni grammatica in relazione con le altre in un tutt’uno organico, in un’ottica non-relativista. non solo: porre “ogni grammatica in relazione con le altre in un tutt’uno organico in un’ottica non-relativista” in relazione con “ogni grammatica in relazione con le altre in un tutt’uno organico in un’ottica relativista” in modo non-relativista. ossia: non soltanto a con b, ma anche a con non-a. il moto d’anima non è illogico, è a-logico, risponde a logiche cangianti proprio perché è esso stesso cangiante, risulta e non struttura, struttura dal momento in cui s’è esaurito. in esso soltanto può specchiarsi l’alterità di un’immagine, essendo che esso soltanto è il modo in cui si dà lo spostamento nello spazio-tempo-immagine.

come postilla è stata sufficientemente lunga, quindi è opportuno farla finire qui. ben venga chi l’abbia trovata superflua.

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