Upstream Color di Shane Carruth

prima che un thriller fantascientifico o un incubo psicologico, upstream color è una sequenza quasi-incomprensibile di immagini: un flusso visivo e sonoro che è difficile gestire o rendere lineare non soltanto nelle sue divagazioni destinate ad assumere un senso solo quando tutti i nodi saranno giunti al pettine (ammesso che vi giungano) ma anche, più banalmente e capillarmente, nella gestione delle singole scene o dei singoli slot narrativi. non solo ci viene detto ben poco di ciò che accade, non solo ogni momento sembra sezionato o scomposto in una serie di inquadrature che rendono difficile collocarlo nello spazio e nel tempo e nella relazione con quelli che lo hanno preceduto o che lo seguiranno (le primissime scene causano un vero e proprio straniamento cui difficilmente chi guarda cercherà di porre rimedio per tutto il resto del film) per di più la narrazione si evolve per nodi non-intuitivi (fantascientifici, appunto) e per collegamenti anche inapparenti, non-manifesti, di cui vediamo effetti senza conoscere le cause. e tutto è così veloce e così ipnotico da sembrare un misto tra allucinazione e flusso di coscienza, un po’ come se il film cercasse di parlare di qualcosa tramite gli unici mezzi in suo possesso (le immagini e i suoni) e si abbandonasse ad un viaggio assurdo ed infantile senza preoccuparsi minimamente di quanto riesce a fuoriuscirne: e così upstream color non è complesso solo per la sua trama discontinua e ambigua, ma anche e soprattutto per il modo in cui questa trama si insinua tra le pieghe delle impressioni che ce la presentano, per il modo in cui si rende trasparente e minimale, per il modo in cui si piega alla dittatura di questo flusso (che esonda, da subito).

cerchiamo di riassumere: un tizio fa crescere delle larve con delle proprietà fuori dal comune. tramortisce una donna, le inserisce nel suo corpo e la controlla per un po’ di tempo come fosse un ipnotista (per lo più con lo scopo di rubarle tutto ciò che può) dunque sparisce nel nulla lasciando gli esseri proliferare nel corpo di lei. un altro tizio la attira al suo allevamento di maiali, le tira fuori le creature e le mette in un suino, dunque la donna recupera la sua lucidità. scopre man mano tutti i danni che l’ipnotista le ha causato e conosce un tizio con cui inizia ad avere uno strano legame. e così via per un’altra ora.

se fosse tutto semplicemente qua, se ossia il film si limitasse ad essere un esperimento comunicativo simile ad un flusso di coscienza con una materia fantascientifica, upstream color sarebbe niente più che un film godibile. però succede qualcosa d’altro verso la fine, e guardandolo si è come testimoni di una specie di rivelazione, e improvvisamente tutto questo flusso di immagini, tutti questi suoni e tutto questo inspiegabile tono allucinatorio assumono un significato. ed in effetti non l’avessero assunto una volta arrivati i titoli di coda avrebbe preso campo una domanda troneggiante, scomoda e quasi avvilente e ossia: “che senso ha avuto tutto questo? perché sono stato sottoposto ad un tour-de-force simile?”. però lo assumono, e di questo upstream color ne viene arricchito e anzi forse ci arricchisce con una naturalezza quasi disarmante, e lo fanno sì gradualmente ma tramite dei pretesti (che sono immagini-pretesto, e d’altronde altro non potrebbero essere): uno dei più rilevanti, ed è quello che peraltro sancisce la svolta del plot, è l’orchidea blu che nasce dalla decomposizione dei cuccioli di maiale di cui l’allevatore si disfa. sebbene questo film non possieda dei veri e propri colpi di scena, questo è ciò che più vi somiglia: un evento imprevedibile nonostante la sua organicità, che schiude un’ottica sull’intero andamento del film che prima era ignorata (ma presente).

con la nascita di quest’orchidea tutto cambia: non è più un racconto fantascientifico o psicologico, non è più una storia d’amore tra due povere vittime, non è più una ricerca esistenziale, non ci troviamo più d’innanzi ad un flusso di coscienza d’immagine. quella psicologia, quella storia d’amore, quella ricerca ci sono ma sono parte di un insieme più grande e quel flusso (che è quell’insieme) non è ciò che sembra, non è de-strutturante né deforma o seziona, piuttosto germina. tutto upstream color non è stato altro che un saggio esistenziale: i personaggi, le loro azioni, le loro storie non sono state altro che immagini (nell’ottica in cui un’immagine, proprio come una parola, è di per sé stessa innanzi tutto una metafora). qualcosa, tra di esse, è proliferato proprio come le larve nel corpo dei protagonisti: qualcosa si è mosso, ha cambiato aspetto, è nato di nuovo come quelle orchidee. l’universo su cui questo flusso riflette è un universo che si basa integralmente (appunto) sulla proliferazione: alla ricerca dell’origine della stessa, i nostri eroi sono in balia dei suoi esiti. alla ricerca dell’origine della stessa, queste immagini sono in balia di sé quasi come fossero stadi evolutivi senza una direzione precisa, quasi come se un frammento portasse automaticamente al successivo nonostante la nostra difficoltà nel ricondurcelo. il film è una sequenza a-finalistica di stadi, dalla sua più microscopica parte al suo più rilevante esito emotivo, ma parlarne in modo pseudo-scientista è limitativo: del resto nonostante incursioni micro-cellulari, divagazioni documentaristiche e poco altro upstream color non intende affatto far aderire il suo universo ad un universo para-evoluzionistico (o ad un universo in generale). sebbene proliferazione, larve ed orchidee siano elementi/immagini appartenenti ad una sfera osservativo/razionale (o razionalizzabile) tutto sembra essere un pretesto, un modo come un altro per non escludere del tutto l’indagine empirica dallo spettro della rappresentazione. cos’è, quindi, che prolifera tra una scena e l’altra?

il film di carruth è un saggio di impressioni pervaso da un gorgoglio emotivo che non si chiude sulla singolarità di una singola conquista/rivendicazione ma che si apre alla meraviglia per il sistema delle possibilità dell’apparato umano. apparato che, ben dissimile da un deus ex, è inserito all’interno di uno sviluppo ben preciso, in un certo senso teleologico, il cui principio è indagato con ottusità e i cui fini restano un mistero (forse racchiuso nella nascita, di certo non casuale, di quella stessa orchidea blu). la forza che accorpa il flusso di queste immagini, più che al cinema in sé, sembra appartenere al filo conduttore che lega ciò che in queste immagini c’è di trasversale (un po’ come la larva lega la donna al maiale): l’impressione di una verità. ecco cosa prolifera.

[★★☆☆☆]

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