Leviathan di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel

una volta finiti gli orrendi titoli di testa (il font, quasi incomprensibilmente, è in un brutto e non giustificabile stile gotico) ci si rende immediatamente conto che il film non somiglia affatto al documentario che ci ha promesso di essere. è sì ambientato a bordo di un peschereccio, riprende sì l’opera di industriosi uomini di mare immersi in un mondo inospitale, freddo, ma nel farlo esibisce un universo completamente differente da quello che potremmo aspettarci sulla carta: astante da un certo tipo di naturalismo didascalico, leviathan non ci racconta affatto il funzionamento di ciò che osserva né ci descrive sensazioni o stati d’animo dei personaggi che sfiora. in qualche modo il film non somiglia ad una collezione di visioni, ma a collezioni di una visione: o meglio, collezioni della visione.

durante tutta la sua durata non facciamo altro che vedere delle ottiche che sembrano essere prive di un corpo: ci introduce il punto di vista di un pescatore, dunque vediamo lo sguardo registico oscillare sull’acqua, introdursi in qualsiasi pertugio, perdersi tra corpi di pesci, schizzi d’acqua, indugiare su dettagli industriali resi macroscopici dalla vicinanza soffocante del punto di vista che li scruta (e sembra non volerne capire affatto il funzionamento) mentre più in là ancora lo osserveremo insinuarsi nella doccia di un tizio, soffermarsi in una sala comune, immergersi nell’acqua nel disperato tentativo di restare a galla e così via. la rapsodia di queste telecamere digitali (il film è ripreso interamente – se non sbaglio – con delle gopro) non si traduce in un esubero tecnicista né nella ricerca costante di immagini sorprendenti o affascinanti (o audaci) più semplicemente invece diviene la testimonianza esperienziale di un’ubiquità che non è mai stata così pressante, così angosciosa, così destabilizzante. questo cinema sembra avere un’infinità di sguardi, sembra essere in grado di vedere tutto e da qualsiasi distanza, travalicando un limite tecnico che non è neppure sondato: i limiti di questo spazio (che si chiude nel peschereccio) non sono i limiti che questo sguardo ha, sono i limiti che questo sguardo s’impone (ovvero: non sembra che l'”azione” si ambienti in questa barca perché le sue telecamere di lì non possono spostarsi, sembra piuttosto che la barca sia un focus consapevole, una riduzione ponderata dell’ambito d’interesse, la metafora di una visione che non si estende incamerando spazio e colmandone ma indagandone una porzione fino a renderla apparentemente illimitata: questo ambiente, indagato con occhi così bramosi e vivaci, sembra ospitare lo stesso numero di inquadrature che potrebbe ospitare l’intero universo). leviathan esemplifica la visione e la sua forza, dal momento in cui ci presenta un quadro così sezionato da sembrare unitario e così banale da farsi abisso.

il momento più interessante di un simile processo, forse, si situa proprio all’interno di questa onnipotenza-dello-sguardo: ci si rende conto, e questo accade più o meno nella prima scena, che i confini in grado di determinare cosa sia o non sia ciò che vediamo sullo schermo sono più labili che mai. con tutti questi ingigantimenti, questi spostamenti repentini, queste audacie compositive (che spesso altro non sono che movimenti casuali altrettanto casualmente tradotti in efficacissimi risultati estetici) ed in tutto lo sfricciolare digitalizzato delle zone d’ombra è difficile identificare (per esempio) una barca che galleggia, nel buio, in un mare mosso: sembra che quella barca non sia altro che una luce, che quel mare non sia altro che un insieme di riflessi bianchi e neri e che nel buio tutto vibri, tutto viva. spesso, analogamente, ci si rende conto che stiamo vedendo qualcosa senza che quel qualcosa sia importante o anche soltanto significante: nell’insistere sulla visione fino a deformarla, fino a renderla esperienza quasi-pura, gli sguardi di questo leviathan si privano di un soggetto (di una materia, di una natura – per questo in fin dei conti è un documentario che non riesce ad essere didascalico, che non può esserlo). si diviene, prima che ci si possa accorgere, testimoni della semplicità disarmante della visione: non sono pesci, non sono schizzi d’acqua, non sono persone (per questo il loro movimento è così caotico e innaturale, per questo la loro forma è così deformata dalla prossimità del nostro punto di vista, per questo i loro sguardi sono così privi d’interesse): sono luci, riflessi, pulviscoli che lo sguardo di cui siamo testimoni (il nostro, quello di dio) fagocita e ci rende. non sorprende in quest’ottica che anche i suoni siano così ambigui ed a loro volta astanti dal naturalismo (deformati, ingigantiti, spesso irriconoscibili): piegandosi alla singolarità dell’immagine, questi rumori non riproducono qualcosa di riconducibile o familiare. pur essendo un documentario, leviathan non documenta altro che la visione: è un’opera astratta, quasi onirica, allucinatoria, una sequenza di impressioni. non è cinema della trascendenza (si lasci stare malick, che poco ha a che fare con questo) è un cinema che ha i piedi ben saldi a terra, che è ben ancorato alla sua materia pur non essendo la sua materia riducibile agli oggetti con cui ha a che fare, è un cinema che va oltre restando fermo nell’unico punto in cui potrebbe mai andare a parare: riafferma il potere creativo dell’immagine facendolo sorgere da quello ri-creativo (ri-produttivo) della figura (ed è questo che rende un mare in tempesta simile al brulicare di forze oscure, incomprensibili, spaventose).

[★★☆☆☆]

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