La Famiglia Fang di Jason Bateman

i fang sono una famiglia di artisti contemporanei che si diletta in performance basate sull’immissione del disordine in un sistema di ordine (per lo più etico/sociale) precostituito. questo si traduce in scherzi di cattivo gusto, pseudo-candid, messinscene di vario genere. non soltanto i genitori si trovano quasi sempre ad interpretare dei ruoli, ma anche i figli prendono parte al grande progetto artistico. non troppo consapevolmente, veniamo a sapere: il rapporto che si istaura è di una vera e propria dipendenza che porta i due fratelli, divenuti adulti, a rifuggire il contatto coi coniugi (vissuto come un momento di sudditanza emotiva). attrice in declino lei, romanziere non troppo brillante lui, i due si troveranno dinnanzi ad un mistero: i genitori, ormai anziani, sono veramente scomparsi oppure si tratta dell’ennesima performance? per risolverlo dovranno scendere a patti con una crescita forse mai veramente affrontata.

bateman imbastisce un racconto stratificato ma estremamente lineare: leggero tono da giallo investigativo, accorata introspezione dei rapporti familiari, racconto di sviluppo psicologico ed emotivo. quello che porta ad osservare servendosi di artificiosi ma tutto sommato ben costruiti espedienti di trama (il sotto-testo artistico è effettivamente interessante, disimpegnato ed efficace) è proprio un momento di crescita: una chiusura col passato che porta i due protagonisti ad essere finalmente adulti, un regolamento di conti che mescola un senso di profonda liberazione ad uno di conciliante accettazione di sé. ed è proprio nel soffermarsi sul rapporto tra i due fratelli e sulla loro psicologia che il film si gioca le sue carte migliori: i due sono dei bambini ingabbiati in corpi di adulti, dei deboli complici, degli insicuri ed indifesi e gracili figlioletti alle prese con un rapporto che non è mostruoso ma che troneggia, che comunque li schiaccia. ed è proprio nella loro complicità, nel modo in cui si incoraggiano o si stimolano a vicenda (che è appunto preda di ansie, di suggestioni o di coraggi improvvisi proprio come quello di una coppia di bambini) che i due sprigionano la gran parte della carica emotiva che il film riesce a dare. al vertice di un simile paradigma, la scena-apice è forse quella in cui la kidman si mette a cercare per tutta la casa delle telecamere che testimonino un crudele scherzo da parte del padre: momento commovente, senza dubbio efficace, in cui si lascia che i personaggi cedano alla loro fragilità con una dolcezza comprensiva intima, intenerita, bonaria ma consapevole.

dall’altra parte di una così naturale capacità comunicativa, purtroppo, un sostanziale smarrimento: gli sviluppi riescono a prendere pur nella loro semplicità, le conclusioni lasciano l’amaro in bocca per la loro approssimazione. sembra che il film si trovi più a suo agio nel situarsi al momento dell’esigenza di una crescita che nella crescita vera e propria, che invece si abbozza e si piega al giallo, divaga per poi vibrare per un attimo e sopirsi di nuovo: mai una risoluzione così potenzialmente carica di emotività si è manifestata con una banalità tale da farsi sembrare inevitabile, mai una conclusione è giunta con una frettolosità tale da far suscitare dei dubbi circa l’intera struttura del film. quando i toni si smorzano, e lo fanno repentinamente, si resta con un finale da commedia-con-momento-drammatico-nel-mezzo e poco altro tra le mani. ed è un peccato perché una commedia di fatto non è stata: ci sono stati momenti di approfondimento caratteriale e di delicatezza, di partecipazione, di efficacia. e poi con un po’ di fretta il tutto va a risolversi in un soffio: come a dire che la parte più difficile della crescita, a ben vedere, è proprio il momento dell’accettazione della stessa (e non la sua conquista). dispiace un po’ per una tale approssimazione, che conferma il lavoro di bateman come un episodio privo di pretese e forse ospitante qualche piglio autobiografico, capace di darsi ed estinguersi efficacemente nel giro di poco.

la kidman e bateman stesso fanno la loro parte, pur non eccedendo in alcun modo con la recitazione. la regia è pulita, lineare, semplice, talvolta accorata come il tono narrativo pur senza mai concedersi a guizzi di sorta (del resto sarebbero stati superflui). il film riesce a parlare di relazioni in generale pur affrescando un quadro di rapporti piuttosto preciso (e precisato, e stratificato). un buon momento di raccoglimento, disimpegnato ma non leggero e commovente ma non pesante.

[★☆☆☆☆]

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