Arabian Nights di Miguel Gomes

il film è diviso in tre parti ciascuna della durata di circa due ore ed ognuna con caratteristiche tutto sommato differenti dalle altre: ho ritenuto opportuno parlarne in un unico momento perché, più che dalla loro scissione, è dal movimento unitario che queste arrivano a comporre che si giunge al nucleo di ciò che questo arabian nights vuole comunicarci. tralasciando quindi logiche distributive o fruitive si considererà questo film come un evento unico, transitante sì in tre ben differenti episodi ma non per questo significante in ognuno di quei tre preso singolarmente.

veniamo quindi, preliminarmente, al plot. gomes è angustiato dalla condizione disastrosa dei suoi connazionali: simili a delle api che vengono cacciate dai propri alveari, hanno perso il lavoro da un momento all’altro. bloccato nell’apparente impossibilità dei suoi mezzi espressivi e non riuscendo a decidersi in merito alla direzione da prendere (vorrebbe fare un film sulla condizione dei portoghesi al tempo stesso non privandosi delle fughe surreali che il cinema gli concede) si dà alla fuga lasciando il suo film senza un regista. quando finalmente viene ritrovato assieme a due tecnici anch’essi datisi alla fuga, pur di non farsi linciare dal resto della crew si mette a raccontare una storia. è l’inizio di un gioco ad incastri che segue la struttura de le mille e una notte, incastonando narrazioni e narratori e scherzi a non finire. smaliziata, metalinguistica, profondamente umana, la parabola del racconto del regista passerà in mano a quella del racconto di sherazad e infine si smarrirà del tutto, preda di chissà quale suggestione.

1- inquieto
la prima parte è la più forsennata delle tre. dopo un incipit oscillante tra meta-teorico esplicito e documentarismo (la vicenda di gomes passa sopra la condizione dei portoghesi licenziati, a sua volta intervallata dall’allegoria realistica delle api cacciate dai propri nidi durante una disinfestazione) ci si getta a capofitto nei tre episodi che daranno corpo alle prime due ore del film: racconti allegorici, smaliziati, demenziali, allusivi. sembra che l’intento del regista abbia trovato il suo sfogo in un mix di surrealtà, documentarismo anacronistico e fiabesco abbandono creativo al potere della narrazione. il mix è straripante e sembra eccedere continuamente la nostra capacità di dargli una linearità di qualche sorta, chiudersi con costante e rinnovata sagacia nelle sue storie, dilettarsi con l’umanità che maneggia ritrovandosi in grado di divertire, criticare, farsi beffa, commuovere con una leggerezza inaspettata. è un tour de force di immagini insospettabili, vicende improbabili, delicati picchi emotivi (siano essi d’angoscia – il finale – o di tenerezza – l’episodio dei bambini) a formare un ghirigoro denso e traboccante di parole: è proprio questa la parte, delle tre, più somigliante agli stilemi post-moderni canonici. la sovrabbondanza del linguaggio è evidente sia nella struttura narrativa a scatole cinesi sia nella sovrapposizione di molteplici linee comunicative, già presente dai primissimi minuti (testuale, documentaristica, narrativa, situazionale). il risultato di queste prime due ore è uno smarrimento sospeso in balia di decine e decine di input difficili da classificare, verbosi, visivamente destabilizzanti, vagamente emotivi: sembra che il film sia lasciato in mano a sé stesso proprio come il regista ce lo ha reso fuggendo assieme ai due tecnici, che la macchina da presa oscilli e indugi preda di un’inevitabile vivacità creativa tra suggestioni e sollecitazioni infinite.

2- desolato
la seconda parte, più indecisa, racconta tre nuovi episodi: il primo sembra teso alla pura consapevolezza di sé stesso, come un momento di divertissement propriamente detto; il secondo (il più riuscito) è di nuovo un siparietto allegorico e critico, denso di rimandi e di goliardico incanto partecipativo; il terzo è un quasi mal-riuscito affresco di desolazione e rapporti umani. sorge il dubbio che gomes abbia tirato troppo la corda, dilungandosi per tre episodi di cui due sono fondamentalmente superflui: il primo film, nella sua singolarità e nel suo personalissimo modo di rielaborare il post-moderno (rendendolo una suggestione post-realista) sembrava perfetto così, mentre in questo nonostante il riuscitissimo pezzo centrale il complesso sembra aver perso qualche colpo. in un certo senso, arabian nights nelle sue prime due ore è stato proprio inquieto: oscillante, suggestivo, efficace, bramoso di immagini e di impulsi come un vero e proprio flusso quasi-cosciente. in questo secondo frammento, analogamente, la gigantesca opera di gomes sembra desolata: è come se qualcosa l’avesse delusa, frustrata, impensierita. il risultato è indeciso, quasi vacuo, a tratti sembra perdere la sua natura post-realista ed altre volte riaffermarla con troppa forza. il compito di tirare le somme è affidato completamente alle ultime due ore del film.

3- incantato
il terzo volume di questo gigantesco racconto è completamente differente dai primi due. in un certo senso, più anacronistico. le sue storie sono dilatatissime, confuse, divengono effettive non-storie: le voci narranti (così numerose in principio tanto da sovrapporsi quasi in più di un’occasione) qua scompaiono completamente, sostituite da scritte gialle (a dire il vero piuttosto insistenti, e questo è il suo difetto più lampante). la struttura narrativa si lacera, confonde i suoi piani, al tempo stesso si discosta quasi completamente dall’ambito surreale: ci si rende conto, dopo la prima ora di digressione sull’allevamento di uccellini, che si sta assistendo ad un vero e proprio saggio anti-narrativo quasi-documentaristico. dopo tutta la fantasia, dopo tutte le digressioni, in qualche modo si è tornati a porre l’attenzione alla realtà del portogallo (che è qua una terra ricca di tradizioni, di memoria, di persone – anacronisticamente mantenendo la traccia dei due film precedenti: ricca di favole, di racconti, di personaggi): una realtà complicata, ricongiuntasi con il piano che ha in precedenza, con tanta semplicità, ingigantito ed esteso. una realtà ampliata, appunto, che consapevolmente si fa immagine: non sarebbe stato facile, altrimenti, ottenere un documentario così assurdo e banale al tempo stesso. il viaggio che è partito con così tante parole, così tanti colori, così tanti racconti e allegorie e visioni, infine si rende aderente al fluire del tempo, tace ed osserva, segue, attende. non ci fossero state le quasi incessanti parole in sovraimpressione, probabilmente questo terzo episodio sarebbe stata una conclusione perfetta: in grado al tempo stesso di rendersi esperienza unica e di regalare, col suo respiro in netta contrapposizione con i predecessori, una nuova possibilità interpretativa in grado di rivalutare l’intera opera. con l’insistenza del piano verbale, quello che potrebbe somigliare alla schiusura di una crisalide si limita ad essere una sua crepatura. si intravede qualcosa d’altro, nel seguire gli infiniti passi che il tizio nella scena finale compie per tornare a casa, ma c’è qualcosa che frustra questa intuizione, ed è la persistenza del post-moderno (per lo meno strutturale).

quel che succede durante la visione di questo arabian nights, sotanzialmente, segue i passi dei titoli che il film assume nelle sue tre parti: prima si è inquietati, in balia di suggestioni continue, di sollecitazioni di ogni genere; dunque si diviene desolati dinnanzi al rischio di perdere la singolarità che ha contraddistinto la resilienza del primo episodio, la sua impermeabilità al post-moderno, il suo rapporto innovativo e consapevole col piano del reale; infine si viene incantati, ammaliati dalla semplicità con cui un prodotto così forsennato e divertito è tornato a riferirsi ad una realtà che non è più la stessa, che si è resa immagine a sé stante, e non di qualcos’altro. la fuga di gomes, in fondo, a qualcosa è servita: è sorta in vista dell’impossibilità del prodotto cinematografico di aderire ad una realtà così problematica e sociale (umana, verrebbe da dire) ha divagato per infinite metafore sfogando il suo genio, infine è sembrata tornare sui suoi passi (tornare al portogallo della gente che ha perso il suo lavoro) ma ha fatto qualcosa di differente, si è mossa in avanti soltanto. il portogallo del terzo episodio non è il portogallo del primo, è una terra differente che ne conserva memoria ma che può esistere soltanto qui, che è vincolata al prodotto (cinematografico) che ce la presenta soltanto dalle scritte che continuano a scorrere sulle immagini, e che altrimenti apparterrebbe addirittura ad un altrove altro. è una terra di immagini, di suggestioni, di adesioni, che ci presenta una sua realtà somigliante alla nostra, ma differente. il percorso compiuto dalla trilogia non è circolare, è a spirale: non si parte dalla realtà rifugiandosi in un’immaginazione allegorica per poi, passo dopo passo, tornare verso quella realtà; piuttosto si parte dalla realtà, la si estende e si torna alla realtà da cui si è partiti per scoprirla differente, per scoprirci su di un piano simile ma sopraelevato, forse più consapevole (ed è la realtà come immagine di sé).

chi ha plasmato un percorso banalmente circolare tanto da rendergli la tridimensionalità di un movimento a spirale, però? ironicamente, il film fa sì che ci si possa chiedere anche questo proprio grazie a quello stesso movimento, che in sé ha fatto scomparire anche il buon vecchio gomes, rimasto sepolto per metà nella sabbia: è stato lui?, o forse è stata sherazad? e se è stata sherazad, quale di quelle possibili? quella originale, alle prese col suo sultano?, oppure quella del racconto?, oppure quella portoghese del film? chi ha creato che cosa? il film, piace ricordarlo ogni volta che si può, non è fatto dal suo stesso regista: lui è fuggito, è stato catturato dalla sua crew e adesso cerca di raccontare delle storie per salvarsi la pelle. chi muove queste telecamere allora? chi indirizza il loro sguardo? chi ne segue la crescita?

(questo movimento, questa geometria) questo sguardo è cresciuto nell’arco di sei ore. ha avuto una sua genesi (una necessità che ce lo ha regalato) e si è evoluto fino a divenire quel che è divenuto alla fine. forse, verrebbe da dire osservando il regista con la sua sigaretta ripreso da una telecamera fantasma, questo sguardo si è fatto da solo. nella sua conclusione, appena prima dei titoli di coda, la dedica alla figlia del regista non è una specie di firma, non rimanda ad una personalità autoriale strutturante, piuttosto suona come un’ennesima testimonianza di tutta questa umanità, di tutta questa vita: come questo sguardo, come questa realtà, anche la figura del suo autore si è estesa (esso è gomez, esso è sherazad, tutte le sherazad, esso infine siamo anche noi che guardiamo). e in quanto parte di questa stessa estensione non ci resta che rimanere colpiti, catturati, assorbiti in questo universo teso alla consapevolezza di sé e della sua immagine. quando cala il buio e scorrono i titoli di coda, probabilmente si prende atto del fatto che è stata proprio tutta questa rasserenata tensione ad aver contribuito a farci crescere un po’.

[★★★☆☆]

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