Suicide Squad di David Ayer

dal momento in cui la marvel ha cominciato ad estendere il suo universo (soltanto del cinematic si parla) si è resa ben chiara una cosa: i film non avrebbero più avuto un valore presi singolarmente, ma soltanto alla luce del loro ruolo all’interno di un meccanismo di interrelazioni più ampio. in questo modo dalla serialità proto-televisiva siamo passati direttamente al flusso episodico fumettistico e dalla possibilità di avere infinite saghe al cinema a quella di avere un’infinità di saghe comunicanti sul grande schermo, dotate di una gamma piuttosto ampia e soffocante di marchi di fabbrica e caratteri comuni destinati grosso modo a ripetersi in ogni atomo di un cosmo in continua espansione, popolato da icone ripetute ma non ripetitive perché fondamentalmente prive di un approfondimento autonomo, ridotto dal frastuono delle accozzaglie (i momenti più agognati, ma anche inevitabilmente i più difficili da gestire dal punto di vista di scrittura e coerenza) che saltuariamente le coinvolgono. valutare un film all’interno di un flusso simile si è reso parossistico, analogamente a quanto sarebbe valutare un episodio specifico in una serie televisiva: tra momenti di esplicita vacuità preparatoria, affrettati sprazzi d’intrattenimento e sporadiche onestà proto-gigionesche quel che ci si è trovati davanti è stato un oggetto fondamentalmente ambiguo, inclassificabile, pubblicitario, cangiante, contraddittorio nella sua infinita stupidità eppure insistentemente programmato, studiato, mirato, calibrato: vero riflesso del post-modernismo debole (specchiato nei meccanismi culturali che l’hanno generato) e vero momento di annullamento di qualsiasi poetica autoriale o grammatica d’immagine, l’universo cinematografico esteso è stato fin da subito qualcosa da interpretarsi nell’ottica di un effettivo processo culturale, di cui parlare passando per massimi sistemi o per relatività tecniche o per legittimità inerenti le leggi del mercato o dell’intrattenimento e i loro assecondamenti.

come vivere un evento come questo quindi, così disinteressante dal momento in cui riafferma la sua partecipazione prima che le sue singolarità? come contestualizzarlo, dal momento in cui diviene contestuale qualsiasi sua interpretazione? cerchiamo di farlo nell’unico modo che ci è concesso: quello meramente testuale (simile a quel che potremmo vedere su qualsiasi canale youtube proto-fumettistico: interessato a sviluppi di trama, ad andamenti narrativi piuttosto che ad agganci centrifughi di sorta). e dato che queste cose a chi scrive piacciono pochissimo, e spero che piacciano pochissimo anche a chi legge, procediamo schematicamente.

  • nel tentativo di raggiungere l’estensione dell’universo marvel la dc si è gettata in ritardo nella mischia: questo film ha soltanto un precedente ed entrambi sono tesi ad essere terreni fertili per un terzo cross-over futuro (accennato esplicitamente alla fine di questo suicide squad). conseguenza immediata è il fatto che dovendo gestire una gran quantità di personaggi uniti in un solo nucleo operativo ci si trova a presentarli tutti in una cavalcata serratissima, quasi affannosa, che infine nega ad ognuno un trascorso proprio (non c’è un film per ogni personaggio preso singolarmente a fare da prologo a questo, come accade nell’universo esteso della controparte fumettistica, tutti i protagonisti sono introdotti soltanto in questo film nel giro di venti minuti): il risultato è una confusione terribile, che sfoga una grandissima varietà di approssimazioni in un tempo strettissimo ottenendo una vacuità avvilente: i protagonisti sono fantasmi privi di qualsiasi cosa, anche di un’estetica ben definita (l’ambiguità dell’icona di will smith – che oscilla tra maschera e non maschera – è seconda a quella del tizio coi boomerang) e vincolati al loro non-ruolo interno alla narrazione.
  • la trama non ha alcun senso, si perde per infinite lacune, si barcamena per stupidità velleitarie, culmina in episodi esplicitamente ridicoli (lo scontro tra i due giganti alla fine). per risolvere la questione, insospettabilmente, bastano degli ordigni ben piazzati e qualche sacrificio di troppo (anche se, a ben vedere, ci si rende conto che il tizio che si sacrifica è morto soltanto dopo qualche minuto dopo la fine del film, quando si passano in rassegna i suoi lati negativi): tutto questo frastuono, a ben vedere, è nato proprio dalla squadra che infine l’ha risolto.
  • finito il baccano ci si rende conto che questo film ha fatto pochissimo: non ha divertito né intrattenuto abbastanza. si rimpiangono le ridicolaggini raffazzonate della marvel e il tour de force esplosivo del carrozzone pretenzioso di snyder dinnanzi ad un prodotto così incerto, così mal gestito, tanto cangiante da risultare di un’insignificanza spaventosa. ci saremmo accontentati delle esplosioni, ci saremmo accontentati dell’idiozia, di insistenti battutine, di qualche banalità divertita, qua non c’è assolutamente niente che distragga dai continui errori o dalle persistenti ingenuità.

semplicemente insalvabile, pur con tutta la buona volontà, questo suicide squad cede il passo ad un qualsiasi ridicolo horror estivo, slitta sotto strisce di programmazioni più ingombranti dato che soltanto all’interno delle logiche di programmazione può avere un senso. per chiunque si aspetta qualcosa di divertente, di caotico, di attuale non c’è assolutamente niente da vedere qui. per tutti gli altri masochisti, che senz’altro sono gli stessi che hanno amato il primo avengers quanto il secondo ed il terzo transformers quanto il quarto, ci sarà soltanto da comprare i popcorn.

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