Il Coltello nell’Acqua di Roman Polanski

una coppia borghese, annoiata/svogliata, recupera un giovane autostoppista e se lo porta dietro per una gita in barca. da subito, e sempre più man mano che si andrà avanti, si viene a creare un rapporto piuttosto ambiguo tra il marito e l’ospite: una rivalità, uno scontro, una tensione, un’attrazione. il gioco di potere, che sarà ben presto potere sui pochissimi oggetti che popolano la micro-ambientazione della barca (il coltello e la donna) culminerà in uno scontro fisico e verbale.

polanski mette su un duello meschino, sociale, politico, generazionale al tempo stesso, intrecciando in una semiotica estremamente semplice e minimale una serie di simbolismi alternativi coabitanti lo spazio del segno (narrativo, estetico, stilistico): il territorio su cui slitta (nonostante spesso sembra non riesca affatto a muoversi) il teatro della battaglia, propriamente, diviene un limite tra la psicologia e il simbolismo critico. le fughe del giovane protagonista (quasi in territorio onirico) o i giochi di potere col rivale/maestro/padre non descrivono valzer mentali, non esplorano pulsioni o repressioni, né propriamente significano soltanto ciò che sembrano significare alla luce di una visione metaforica: vibrano in uno spazio intermedio rifuggendo da uno schematismo preciso ma al tempo stesso non rinunciano ad una semplicità quasi allarmante, vertiginosa. stessa vertigine si percepisce in ambito stilistico, dove tra inquadrature audaci e ottiche bislacche si assiste ad uno stiramento e ad un rafforzamento dei rapporti spaziali, che sembrano parte di un luogo metafisico che si fa sospeso in un panorama tanto irreale quanto mediocre (e banalmente lasciato in secondo piano: i luoghi che fanno da protagonisti, semmai, sono quelli dei simboli che rappresentano le tre figure umane in azione sulla barca).

stupisce che in tutta questa semplificazione il clima teso non culmini in un episodio diretto, ossia che proprio quando ci si trova a veder esplodere la violenza a bordo (a seguito peraltro di un’intrusione di campo: il borghese avanza pretese – sprezzanti – sull’oggetto di proprietà del giovane – il coltello -) la narrazione deflette verso un risvolto più tortuoso, più ambiguo, più sottile. lo scontro tra i protagonisti dura pochissimo e finisce senza un vero vincitore, lasciando dunque ognuno a vedersela con il fulcro della rivalità fino a quel momento palesatasi: la sezione finale del film vede le due coppie che compongono il triangolo di personaggi alternarsi (prima marito e moglie, che litigano – poi il giovane e la moglie – infine di nuovo moglie e marito, che tornano verso casa). proprio quando lo scontro potrebbe farsi diretto l’attenzione si sposta, la rivalità deraglia, i due animi si schivano: il vecchio perde il suo oggetto, il giovane rivendica il suo possesso sull’oggetto del vecchio, dunque nella sua boria il vecchio neanche si rende conto di quanto accaduto. sorge il dubbio che per l’uomo tutto si sia fin dal principio giocato sui binari dello scontro generazionale, mentre quello stesso scontro agli occhi del giovane si sia spostato su quelli della disputa amorosa. chi guarda è libero in balia di una tale oscillazione proprio in virtù della semplice ambiguità simbolica di cui si è parlato sopra.

alla sua prima prova polanski mette su un siparietto sagace, divertito, sornione, la cui tensione sembra prendersi in giro da sola proprio dal momento in cui sa, fin dal principio, come andranno le cose. la stessa musica, giocherellando con lo spettatore, si fa ben meno sinistra dal momento in cui si rende chiara l’assenza di un finale orrido: a ben vedere, assenza che soltanto il sottile crescendo di tensione abbinato alla facilità quasi didascalica della narrazione aveva nascosto o allontanato.

[★☆☆☆☆]

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