Boulevard di Dito Montiel

robin williams è un tranquillo impiegato di banca, sposato, sessantenne, da sempre consapevolmente omosessuale e ciò nonostante innamorato della moglie. conosce per caso un giovane prostituto e comincia a sentire l’esigenza di un cambiamento radicale nella sua vita, cui gradualmente andrà incontro durante la sua relazione (a senso unico) col ragazzo.

boulevard è un drammatico intimista che si basa quasi interamente sull’atmosfera malinconica e sospesa e sull’interpretazione di williams, relegando sia le fasi dialogate sia la narrazione (tutto sommato piuttosto ordinaria) ad un piano secondario. montiel, già apprezzato per il caotico ed efficace ma in fin dei conti approssimativo (soprattutto sul finale) guida per riconoscere i tuoi santi, conferma la sua capacità di introspezione basata su azioni elementari, sguardi fugaci, gesti semplici e scambi di battute altrettanto minimali, al tempo stesso però cadendo in una quasi-inevitabile risoluzione amara, per quanto aperta, che lascia una visione psicologica così tutto sommato godibile (nella semplice banalità di alcuni suoi momenti) nel vuoto di una mancanza apparente di finalità, pur semplicemente emotiva che sia. analogamente alla sua opera-chiave auto-biografica, sembra che questo film stia in piedi soltanto per sé stesso, per la voglia di esistere e di darsi al mondo, senza prendere affatto in considerazione la possibilità che una così profonda auto-referenzialità possa suonare come una definitiva mancanza di personalità. ci si chiede, insistentemente e sempre di più man mano che si prende consapevolezza del finale cui si sta per assistere, il motivo di un episodio così fondamentalmente privo di pretese, di mordente e di narrativa, fondamentalmente chiuso nella sua stessa capacità di affrescare una condizione umana emotivamente ben caratterizzata. proprio come il banalissimo e insulso finale di guida per riconoscere i suoi santi apriva alla consapevolezza della completa vacuità dell’auto-biografismo di quel film, analogamente il semplicistico e frettoloso finale di questo boulevard sorprende chi guarda e lo trova a rendersi conto di ciò che fino a quel momento gli si è parato davanti: un quadro efficace, ma ordinario, raccontato in modo efficace ma ordinario, che dipinge un dramma d’identità efficace, sì, ma ordinario, che si conclude infine in un’indeterminazione ottimista che più si addice a qualcosa di ben più efficace e ben più che ordinario. è un po’ come se, con l’assenza completa di intenti risolutivi qua proposta, montiel confidasse ciecamente nella sua capacità descrittiva, più che narrativa. capacità che può anche esserci, ma che a conti fatti né basta né è mai bastata in precedenza.

in definitiva c’è un che di minimale in questo boulevard, ma è di un minimalismo mal riposto che sembra approssimazione, pochezza, manchevolezza. elementi che in un dramma psicologico intimista dovrebbero essere completamente saturati al fine di garantire una personalità atta a distinguere, tanto per fare un esempio, un qualsiasi impiegato meschino e frustrato da un qualsiasi altro impiegato meschino e frustrato proveniente da un altro universo narrativo. distinzione che qua c’è a malapena, che si nasconde, che non lascia traccia, che si esaurisce in sé stessa.

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