The Legend of Tarzan di David Yates

il buon tarzan, incivilito borghesotto, torna in congo con la mogliettina jane al fine di svelare alcune verità sulla schiavitù: si ritrova al centro di un complotto che mescola malamente desideri di vendetta, mire capitalistiche e vecchie rivalità mai sopite. sarebbe troppo facile mettersi a parlare di tutti i lati negativi di questo film, del resto privo di un certo tipo di pretese e intenzionato (presumibilmente) ad avere un buon incasso al botteghino e nulla più. sarebbe troppo banale catalogarlo come il mediocre ed indistinguibile prodotto post-moderno che è, frutto di una serialità non richiesta ma che si richiede, televisivo dal momento in cui si priva di certe caratteristiche volontariamente e si rende un coagulo di influssi a malapena elaborati. tanto vale soffermarsi a forza su quelli che potrebbero esser stati i suoi lati positivi (e che ciò nonostante non lo sono stati, o lo sono stati involontariamente) tanto da ottenere un bilancio che sembri quasi bonario. non si titubi, questa volta anche i nostalgici del brand (ammesso che ce ne siano) avranno poco a che ridire: il marchio ‘tarzan’ non ha mai prodotto alcunché di interessante, tanto meno staremo qua noi a trovare carino questo. però discostiamoci, cerchiamo qualcosa di buono, se non c’è tiriamolo fuori a forza, di modo che questo non arrivi ad essere l’ennesimo polemico ‘articolo critico su un film già dichiaratamente brutto che ti faccia arrivare a dire: – era talmente ovvio che non valeva neanche la pena spenderci qualche parola, o andare a vederlo al cinema’.

sebbene il film sovrabbondi di computer grafica, è interessante la presenza di alcuni primi piani (militari, qualche congolese, jane prigioniera, il cattivone cristoph waltz) quasi-artigianali (o che per lo meno rimandano ad una spettacolarità che è antecedente l’utilizzo spudorato del digitale – del resto ad essere digitalizzato è l’universo, non un’espressività): non capita troppo spesso, nel bel mezzo di una caciara di effetti di derivazione simil-snyderiana, di osservare una tale attenzione per dei dettagli micro-espressivi (alcune inquadrature in primo piano, sorprendentemente, durano svariati secondi) incastonati peraltro in una fotografia così tutto sommato stabile (perde di credibilità quando si concede ad eccessi situazionali – e torna la grafica computerizzata) e tutto sommato gradevole (siamo sul fronte della sovra-esposizione da green screen costante, non ci si può aspettare troppo). durante la prigionia (per una buona parte il film non è altro che salva-la-fanciulla-in-pericolo) di jane, la donna dice qualcosa al cattivo che porta proprio a riflettere sul ruolo di questi primi piani: gli rivela, con fare acido, che ha un baffo più basso dell’altro. sorprende come un dettaglio del genere, sebbene venga con una tale disinvoltura tirato fuori, non sia stato affatto messo all’attenzione del pubblico: non è del resto difficile immaginarsi un’inquadratura in zoom sui baffi di waltz in cui si evidenzi la loro asimmetria, eppure questa quadratura non si palesa mai. i baffi di waltz sono lasciati al primo piano, se non addirittura ad inquadrature più ampie, tanto da innestare una specie di senso di colpa dal momento in cui jane dice quella frase e ci si scopre a non averlo notato: in questo modo in un certo senso the legend of tarzan opera una cesura, sia in quanto prodotto sia in quanto insieme unitario, al suo interno quanto al suo esterno. è prerogativa dello spettatore post-moderno (di un post-modernismo debole, spostato verso televisione e blockbuster) muoversi tra elementi macro-testuali come narrativa, icona e immagine senza addentrarvisi, è sua prerogativa apprezzare distese mostrative ed attrattive di mondi computerizzati che s’impongano all’attenzione, che svettino, che si parino davanti tramite un cambio d’inquadratura o un cambio di fuoco. i baffi di waltz, sorprendentemente, non lo fanno: e però neanche si nascondono. è così che un primo piano in un film come questo non soltanto suona come un’acquisizione (un recupero, un revival) ma anche e soprattutto come un evento destabilizzante, che colpisce laddove poco altro in un film così piatto riesce a colpire: imita quello che la profondità di campo faceva in quarto potere, disorientando pur senza mollare la mano dello spettatore. gli eccessi di computer grafica, dunque, suonano un po’ come un sostrato necessario alla genesi di un coacervo così mediocre che pur nella sua mediocrità arriva a fagocitare delle impressioni contraddittorie, delle singolarità, degli stridori che si regalano all’attenzione senza alcun fragore, sotterranei.

la morale del film è quella che si potrebbe supporre fin dal titolo e dal suo genere e anno di produzione: una specie di approssimativo, semplicistico e contraddittorio ambientalismo anti-capitalistico (della serie: “i cattivi sfruttano le foreste, uccidono gli animali e schiavizzano gli indigeni”). verso la fine quello che accade è proprio una cacciata degli esponenti dello sfruttamento coloniale (vera e propria fucina del capitale) dal congo tramite una coalizione di animali, indigeni e anti-schiavisti (a dire il vero l’anti-schiavista è soltanto uno, ma con una gatling riesce a boicottare in un sol colpo tutto il piano del cattivo). sorprende a tal proposito, con una disinvoltura di certo non voluta ma che ricorda il disincanto razzista di manderlay di von trier, la contraddizione ultima di un film così apparentemente buonista: promuovendo una maggiore tolleranza ed un maggiore rispetto per la natura (tant’è che alla fine tarzan sceglie di tornare a vivere tra gli indigeni) si viene a delineare una vera e propria demarcazione tra l’uomo occidentale e quello africano. mentre il primo è intenzionato soltanto ad accumulare più denaro ed è guidato da abietti istinti mascherati da vanagloria, il secondo è guidato da necessità basilari (ad esempio la vendetta) e buono e puro. il bello è che in tutto questo buonismo ci si è dimenticati di fatto di distinguere l’indigeno (l’uomo di colore, da prateria o da jungla che sia) dagli animali, tanto da ottenere un tutt’uno che durante l’epilogo, quando finalmente si vede il buon tarzan tornato al suo habitat naturale, suona come un “tarzan è di nuovo tra le scimmie che lo hanno cresciuto” (ed è tornato tra gli indigeni che hanno invece cresciuto jane). il senso di straniamento nasce proprio dalla volontà (manifesta) di questo film di essere aperto alla tolleranza, al rispetto ed alla libertà, e dalla sua fattuale chiusura in un esplicito razzismo: l’uomo del capitale è cattivo ed evoluto, l’uomo africano è un animale che combatte al fianco delle scimmie (pur uccidendole – di qui l’assenza della possibile scappatoia ‘sinergia con la natura / parte dell’ecosistema’ che mai una sola volta viene accennata nel corso del film: tra uomo e bestia non c’è differenza a meno che l’uomo non sia occidentale). fa sempre un po’ piacere notare come in mezzo a tutto il pressappochismo del caso sorgano delle contraddizioni così tutto sommato feroci, endemiche in una visione del mondo che tanto lo semplifica quanto più vuole renderlo narrativamente efficace. von trier nel suo micro-saggio razzista si abbandonava ad un cinismo che questo genere di contraddizioni le riaffermava e giustificava con sardonia, mentre in un prodotto del genere si è costretti per forza di cose ad accontentarsi del sotto-testo involontario.

in quanto episodio post-moderno, questo the legend of tarzan è chiaramente testimone di una somma di influssi di delirante grandezza e capillarità. la cosa interessante e fondamentale, di cui qua si è fatto accenno, è proprio l’esplicita contraddittorietà di un prodotto simile. ergendosi al di sopra di un mercato prima che di una necessità espressiva, un film come questo è immediatamente un’inconsapevole pietra miliare di contraddizioni ed impulsi linguistici e sociali. sembra che non si parli più di cinema, ma che più che altro si faccia riferimento ad un tempo e ad un luogo, culturali, ben precisi.

di questo aborto si è parlato fin troppo e fin troppo a sproposito, dunque si ringraziano gli eroi che sono giunti fin qui in una lettura così dichiaratamente velleitaria.

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