Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick

eyes wide shut è il limite ultimo della poetica di kubrick: non si parla di un limite consapevole, com’è ovvio, bensì di un limite culturale. a conti fatti, senza perdere tempo in inutili scissioni tra icona ed epistemologia, eyes wide shut è prima di tutto l’ultimo film di kubrick: si situa in netta evidenza linguistica al vertice di uno sviluppo riflessivo che prende in considerazione (in una sorta di gioco di specchi) le immagini dell’uomo, dall’oggetto (il cosmo – 2001) alla relazione (la società – arancia meccanica) alla storia (barry lyndon) coi comuni poli sotto-testuali del sesso e della violenza (dr. stranamore, lolita, full metal jacket, orizzonti). dal momento in cui la violenza è fin dagli esordi stata presente esplicitamente al centro di meccanismi narrativi (il noir, i film bellici, lo stesso shining) era l’ora che anche il sesso, da sempre insinuatosi attraverso quei riflessi come fosse esso stesso costituente dell’immagine antropologica al centro dell’universo ma mai evidenza nucleica alla base di un racconto (spesso soltanto un input subliminale) s’imponesse come chiave unica di una lettura ad esso soltanto dedicata e soltanto ad esso ruotante attorno. e dunque improvvisamente il sesso non è più una delle due facce della medaglia dell’immagine dell’uomo, si fa la parte più importante di quell’oggetto (o soggetto?): è impossibile scindere eyes wide shut dal culmine che rappresenta dal momento in cui si configura come momento già annunciato di un’indagine precisa che parte dalla periferia del suo motore immobile (gli oggetti) per concludersi al suo interno (la sessualità). non è un caso che questo film sia il più piccolo all’interno della filmografia di kubrick (spazi, personaggi, ottiche): finalmente soltanto dell’uomo si parla, dell’uomo e di ciò che a lui è più vicino (tanto da sembrarne elemento costituente). eyes wide shut è il vertice della poetica kubrickiana dal momento in cui si propone di scandagliare gli abissi che da sempre hanno sorretto le impalcature che gli altri film hanno rappresentato.

e dunque nel raccontare lo smarrimento di una decadente coppia borghese alle prese con le proprie concezioni di sessualità e desiderio sessuale ci si addentra in un territorio che con sorpresa arriva a concedere ben poco e a negare ben più del previsto: un territorio che, con una decisione che è immediatamente una cesura con i precedenti episodi, cede all’inganno e alla dissimulazione, si fa interiore, si confonde. mentre nelle altre immagini dell’uomo permaneva un algido attaccamento al piano del reale in questo film questo attaccamento si va smarrendo, si rende allucinatorio, tanto da far sorgere il sospetto che molto di ciò che accade possa non esser altro che una fase onirica vissuta da uno dei due protagonisti. e d’altronde questo ampliamento dello spettro (il cinema arriva ad includere più possibilità, estrinsecando certi aspetti – come quello del sogno) non conduce ad una maggiore libertà interpretativa, anzi complica le cose: spesso si assiste a momenti di esplicita confusione in cui le immagini comunicano chiaramente qualcosa di ben inteso e di ben chiaro, ma senza una direzione precisa. la stessa oscillazione tra sogno e realtà perde quindi di senso: non si sa bene che cosa kubrick stia cercando di dirci, dal momento in cui con un’estrema libertà dà forza a certi eventi e priva di forza certi altri, e al tempo stesso non si sa bene se quel che capiamo delle sue immagini sia davvero così banale. è un po’ come se questo vertice si fosse messo in una posizione sconveniente: è talmente in alto (o talmente in basso, o talmente dentro, che dir si voglia) da non ammettere praticamente nulla, da chiudersi in sé stesso, da risultare confuso. è un po’ come se, alle prese con una materia gigantesca quanto quella a priori annunciata dal suo stesso prodotto, l’autore si fosse improvvisamente trovato all’impasse. troppe cose troppo semplici da dire ed una disordinatissima voglia di dar loro un corpo, di renderle interiori, di renderle enormi. è innegabile un certo imbarazzo nel corso del film, che torna e torna senza mai sopirsi del tutto, che lascia insistentemente chi guarda alla deriva. non si sa che cosa si voglia dire, non si sa come si voglia farlo, eppure qualcosa è insistentemente detto.

sembra che in un certo senso siano sempre e soltanto le immagini a spadroneggiare sul tessuto comunicativo: immagini affascinanti, glaciali, talvolta sinistre. eppure anche loro perdono d’intensità in un contesto che continuamente afferma il loro valore tanto da renderlo monolitico. e sul monolitico ci sarebbe da spendere qualche parola, appunto, dato che il monolito di questo film (il sesso – il corpo della kidman nella prima scena) offre interessanti spunti di riflessione: nel modo in cui si affronta un tale nucleo tematico questa volta non c’è alcuna mediazione. non c’è guerra né costume a mitigare l’istinto di morte, non c’è viaggio né tecnologia a mitigare l’istinto sessuale. c’è semplice sesso: un’immagine che in un intreccio così elementare e ciclico non può che esprimersi al meglio. eppure proprio adesso che potrebbe farlo, sorprendentemente, si trattiene: e le immagini dell’orgia all’interno della villa sembrano proprio le immagini di quella tecnologia, di quei costumi, di quelle guerre, immagini di mediazione di qualcosa che in questo momento potrebbe darsi come non-mediato (non si vengano a tirar fuori decadenze borghesi di varia sorta, il film non è una favola morale né una rivendicazione) ma che semplicemente si ritorce su sé stesso. viene da spostare la questione sulla grammatica del cinema di kubrick: proprio adesso che poteva darsi come pura (puramente osservativa, puramente descrittiva, puramente narrativa) ci si dà come impotente, come meramente atmosferica (l’atmosfera che prevale è quella di una dilatazione inspiegabile).

eyes wide shut è sì il vertice della poetica kubrickiana, ma proprio in questo arena parzialmente i suoi intenti e proprio in questo si perde, arrivando ad essere un vertice concettuale ma non espressivo proprio in favore della sua espressività così debole, incerta e confusa. in quanto vertice, insegna qualcosa di importante sul cinema di kubrick che forse prima di questo episodio non era così evidente: è un cinema che si compone di mediazioni, di concetti e non di linguaggio, di speculazioni, mostrazioni e disposizioni e non di impressioni. quando un cinema del genere si è trovato a risalire a capo di ciò che lo animava il risultato è stato qualcosa di simile ad un certo imbarazzo dialogico.

un parziale fallimento, dunque, che si rifugia nella descrizione di un ennesimo oggetto proprio laddove si supponeva di trovare qualcosa di inerente una qualche soggettività antropologica. parziale fallimento stilistico, narrativo, comunicativo e concettuale, che rivolge dunque il suo potenziale in sé stesso e si rende a sua volta una specie di monolito: disinteressato alla comprensione che si possa avere di lui, contraddittorio, imperscrutabile. straordinariamente il risultato che questo film ottiene è analogo a quello dei precedenti: la retorica che full metal jacket ha portato avanti nel descrivere una violenza mediata è analoga a quella che in questo episodio fa riferimento ad una sessualità mediata. dispiace soltanto che di tutta questa mediazione d’immagine e di narrazione, per una buona volta, se ne potesse fare comodamente a meno.

[★★☆☆☆]

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