Predestination di Peter e Michael Spierig

un tizio, membro di un’organizzazione che si occupa di viaggi nel tempo e previene i crimini, è alla ricerca di un terrorista. la sua indagine assumerà sempre più i connotati di una missione suicida e man mano rivelerà il suo vero volto: un viaggio personale e paradossale attraverso il tempo. il film è un tipico thriller fantascientifico che procede per colpi di scena e riletture grazie all’efficacissimo (ed oltremodo abusato) escamotage del viaggio temporale: un personaggio che rivela il suo vero volto soltanto a posteriori, eventi inspiegabili che divengono comprensibili in un secondo momento e la classica sorpresa da struttura uroborica, che qua si fa più che un semplice innesco e diviene continuamente il motore dell’azione.

la regia piuttosto lineare ma comunque funzionante si fa testimone di un film che punta tutto sulla sua narrativa, una specie di divertissement fantascientifico infarcito di paradossalità e saltuarie spruzzate di etica che non si fa scrupolo ad evidenziare le sue lacune soltanto per renderle chiare in un secondo momento: la prima metà è una cavalcata forzosamente elusiva, criptica e oscura, i cui punti interrogativi sono tanto più evidenti quanto più è lampante ed insistente la volontà di dar loro una risposta più avanti. forse involontariamente, si arriva ad annullare man mano che ci si avvicina al finale la forza delle ‘rivelazioni’ fornite allo spettatore: dopo la prima (che si verifica dopo il primo viaggio nel tempo consapevolmente raccontato a chi guarda) le altre sembrano già chiare (soprattutto essendo che hanno tutte in comune la medesima spiegazione). i colpi di scena, verrebbe da dire, sono fin dall’inizio annunciati con una semplicità che non priva la narrazione della sua efficacia ma che senza dubbio guida attraverso la risoluzione dell’enigma: nel flusso temporale che man mano si fa ingombrante nella struttura del racconto la sorpresa diviene previsione e la rivelazione una probabilità, l’intreccio cessa di sorprendere, facendosi fascinazione e partecipazione anziché puntando al cliffhanger.

nonostante alcuni passaggi decisamente frettolosi e spudoratamente funzionali agli sviluppi futuri ed in generale un andamento estremamente asimmetrico (la prima metà è una specie di biografico ambiguo, la seconda un forsennato susseguirsi di eventi fanta-thriller: prima si dispone un racconto ricco di elementi non spiegati, dunque – con una velocità talvolta vertiginosa, in negativo – si passa a riesaminarli uno a uno tramite un filo conduttore che è la linea temporale in cui si ambienta il racconto) il film si lascia seguire con piacere e riesce ad essere interessante e non banale. interesse dettato soprattutto dalla possibilità di una domanda alla quale all’interno della narrazione non si dà alcuna risposta, per lo meno apparentemente: “perché?”.

quando in fin dei conti ci si rende conto di aver assistito ad un ciclo paradossale e privo sia di inizio sia di una fine, ma orchestrato dall’attualizzazione di un viaggio temporale creata, promossa, favorita dal misterioso robertson, sorge spontanea la domanda circostante la motivazione di una simile ‘predestinazione’. e ossia: perché il signor robertson ha fatto sì che tutto ciò accadesse? – o meglio: perché la predestinazione è divenuta tale? – o meglio: perché questo racconto, questo film, questo intreccio esistono? e si badi bene: non si sta parlando di finalità diegetica, non ci sono eventi che restano non spiegati o che difficilmente vengono compresi (l’organizzazione di robertson ha un preciso scopo e tutto ciò che accade è in un certo modo un tentativo di perseguirlo – parallelamente, l’essenza stessa della predestinazione impedisce la necessità di un movente primo che dia inizio agli eventi – tanto che le tessere del domino sembrano in movimento da sempre). sembra che però in fin dei conti la narrazione (lo sguardo) di questo film somigli alla stessa nemesi del racconto (che è una nemesi discreta, in un certo senso, un fantasma): assistiamo agli eventi sullo schermo come vi assiste il signor robertson, ci insinuiamo tra gli stessi senza propriamente averlo voluto o averlo predisposto: in qualche modo si è consci del paradosso (che meta-teoricamente altro non è che un esercizio narrativo) ma non si può che prenderne parte in modo appena partecipativo, appena consapevole. è un gioco infinito, effimero ed insignificante al quale si è condotti a prender parte e la cui ottica è triplice: la nostra, quella dello sguardo registico e quella del signor robertson. proprio in quest’ottica in un certo senso sembrano assumere un valore anche le evidenti facilitazioni che questa narrazione ci offre: un po’ come se anche chi sta guardando, analogamente a chi ci racconta quel che si vede e a chi quel che si vede l’ha reso possibile, fosse consapevole dal primo istante di tutto ciò che sta per accadere.

con l’elementare inconsapevolezza di chi raggiunge un traguardo interessante pur senza averlo voluto o averlo minimamente preso in considerazione, predestination si rende analogo ad un’inquietante riflessione sul cinema narrativo (o classico, o istituzionale, che dir si voglia): guardarlo è un po’ come rendersi conto di aver visto delle povere figure sofferenti agitate da un demiurgo cieco, i cui gesti inevitabili in un certo modo somigliano al nostro starli osservando.

[★☆☆☆☆]

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